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Chester Bennington, quando muore una parte della tua adolescenza

La morte del cantante dei Linkin Park, Chester Bennington, trovato nella sua casa a Los Angeles giovedì 20 luglio, ha gettato nello sconforto milioni di fan in giro per il mondo. Tra di loro c'è anche la nostra Valentina Pesenti, classe 1989 che con i Linkin Park ha vissuto l'adolescenza

“I tried so hard/ And got so far/But in the end/It doesn’t even matter/I had to fall /To lose it all/But in the end/It doesn’t even matter”(Ci ho privato così tanto/E sono arrivato così lontano/Ma alla fine/Non importa neanche/Dovevo cadere/Per perdere tutto/Ma alla fine/Non importa neanche).

 

Questo è il ritornello di “In the end”, canzone che ha reso famosi gli americani Linkin Park in Italia, nel lontano 2001 e anche se il significato del brano era diverso, queste righe hanno un altra chiave di lettura alla luce di quanto successo giovedì 20 luglio, al cantante della band Chester Bennington, morto suicida a 41 anni nella sua casa di Palos Verdes Estates ( Los Angeles). Per chi è stato adolescente nella prima metà degli anni 2000 e alle discoteche ha sempre preferito i concerti, questa notizia è stata un fulmine a ciel sereno. All’inizio si pensava fosse la solita fake news semplice da creare quando si parla di persone famose con una vita turbolenta, ma purtroppo poco dopo è arrivata la conferma via Twitter da Mike Shinoda ( fondatore della band), shockato e con il cuore spezzato. Così come si saranno sentiti in quel momento i milioni di fan in giro per il mondo, 80 mila dei quali erano presenti lo scorso 17 giugno al Parco di Monza, nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata l’ultima occasione per vederlo live.

Molte persone che conosco erano presenti: alcune per fare un salto indietro di 16 anni quando erano adolescenti e nel loro lettore cd oltre ai Linkin Park, si alternavano i Blink 182 e i Sum 41 (le altre due band presenti quel sabato che formavano la triade che si contrapponeva alle boyband o popstar di turno), mentre altre per ragioni d’età si sono avvicinate con i lavori più recenti, ma il potere della musica è quello di restare negli anni e ci sono pezzi nei loro repertori che fanno emozionare allo stesso modo sia a 16 che a 35 anni.

Il primo disco dei Linkin Park, “Hybrid Theory” uscì in Italia nel 2001: 27 milioni di copie vendute in tutto il mondo. A queste vanno sommate quelle “illegali”, perché il modo più facile per avere quelle due o tre canzoni che ti piacevano con I-tunes non ancora alla portata di tutti e Spotify lontano anni luce, era quello di masterizzare l’intero disco. Due anni dopo uscì “Meteora” e il destino fu più o meno simile al precedente. Non erano più meteore, grazie ad Mtv che passava in continuazione i loro video erano diventati un realtà.

Le canzoni di quel periodo mi piacevano abbastanza, ma non li ho mai seguiti molto per questo non sono neanche mai andata a vederli nelle svariate date italiane fatte. Eppure la notizia non mi ha lasciato indifferente. Ci ho messo un attimo a realizzare che era “Chester dei Linkin Park”, non perché non ricordassi il suo nome, ma perché sono notizie a cui non si è mai pronti indipendentemente se ad essere coinvolto è il tuo vicino di casa, una star conosciuta in tutto il mondo o una piccolissima parte della tua adolescenza: è un episodio triste a prescindere.

E poi la scelta della data: non un giorno qualsiasi, ma il compleanno del suo grande amico Chris Cornell, cantante dei Soundgarden morto nella stessa maniera lo scorso 18 maggio dopo un concerto. Difficile farla passare come una semplice coincidenza, soprattutto per la profonda amicizia che legava i due: Chester ha cantato l’ “Hallelujah”durante il suo funerale e più recentemente in una ospitata televisiva gli ha dedicato il brano “One More Light”(cercate il testo su internet per capire il perché di questa scelta o il video della performance) tratto dall’ultimo album dei Linkin Park.

Gli abusi sessuali subiti dai 6 ai 13 anni ad opera di un altro ragazzo che da vittima era diventato carnefice (per questo precedente non ha voluto mai denunciarlo), l’arrivo della depressione come conseguenza, delle dipendenze da alcol e droga cominciate quando era undicenne ed abbandonate nel 2014 sono l’altra faccia di quella medaglia che gli ha regalato la fama mondiale. Gli applausi e le urla del pubblico non ti seguono una volta sceso dal palco e sentirsi soli è un attimo basta pensare a quello che è capitato a Kurt Cobain: i compagni di palco possono fare ben poco se il nemico è dentro di te. Spesso però la gente che giudica da dietro una tastiera non pensa minimamente a questi aspetti e infatti in molti hanno preso l’occasione al volo per fare uscite infelici, non solo in riferimento al suo lavoro e ai cliché che porta con se, ma anche mancando di rispetto a chi con la depressione ci convive ogni giorno.

Tra i messaggi di cordoglio più belli invece c’era chi lo ringraziava per essere stato parte della sua adolescenza e chi ha definito la sua musica una “medicina” che ha curato molti momenti difficili. Io in questo potere curativo un po’ ci credo e pensare che le sue canzoni abbiano salvato tante persone,ma non lui ha reso questa uscita di scena ancora più triste.

“Who cares if one more light goes out / Well I do” (“A chi importa se un’altra luce si spegne
/A me sì”)

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