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Grande Guerra, Pillola 132: Le Hamel, poca favilla gran fiamma seconda… fotogallery

Conquistare Le Hamel e i suoi dintorni avrebbe significato sottrarre le poderose masse d’artiglieria britanniche, necessarie alle grandi offensive future, dal pericoloso tiro d’infilata di quelle avversarie, che erano schierate nel saliente.

La battaglia di Le Hamel, che interessò un piccolo settore del fronte occidentale ad est di Amiens, in cui si fronteggiavano la 4a armata britannica di Rawlinson e la 2a armata tedesca di Von der Warwitz, fu uno scontro brevissimo e di dimensioni relativamente piccole, ma rappresentò una sorta di premessa paradigmatica delle successive offensive inglesi, che avrebbero portato alla gravissima crisi dell’esercito tedesco dell’autunno 1918 e, in sostanza, che avrebbero dato un’importante spinta alla fine della guerra.

In quel settore, le truppe germaniche avevano creato un pericoloso saliente, che minacciava le linee alleate e che avrebbe impedito ulteriori sviluppi offensivi da parte delle forze di Rawlinson: il comando del BEF, perciò, decise di eliminare il saliente con un’azione di sorpresa, affidata prevalentemente a truppe australiane e statunitensi. Il momento era quanto mai opportuno, perché l’energia cinetica della grande offensiva primaverile di Hindenburg stava cominciando a scemare e nelle trincee germaniche aveva iniziato ad imperversare la terribile epidemia di influenza, nota poi come “Spagnola”, che avrebbe falcidiato la popolazione europea, debilitata da anni di privazioni a causa della guerra: obbiettivo di questa offensiva lampo erano la cittadina di Le Hamel e i boschi che la circondavano, occupa ti dai soldati di Marwitz.

Conquistare Le Hamel e i suoi dintorni avrebbe significato sottrarre le poderose masse d’artiglieria britanniche, necessarie alle grandi offensive future, dal pericoloso tiro d’infilata di quelle avversarie, che erano schierate nel saliente: quindi, in un certo senso, Le Hamel non era un obbiettivo strategico, quanto proiettivo e, in qualche modo propedeutico ad un attacco su più vasta scala.

L’azione principale venne affidata alla 4a divisione australiana, coadiuvata da 4 compagnie USA, che avevano condiviso con gli ‘Aussies’ il ciclo addestrativo. Il comandante australiano, generale Monash, concepì questo attacco secondo i più moderni criteri di penetrazione, elaborati grazie all’esperienza di lunghi anni di guerra: le sue truppe, radunate nel più assoluto segreto, erano dotate di un numero strabordante di mitragliatrici ed erano appoggiate da un’imponente massa d’urto di 60 carri pesanti, mentre non vi fu alcun fuoco preliminare di artiglieria, il cui risultato, a quel punto del conflitto, sarebbe stato soltanto quello di avvisare l’avversario dell’imminente attacco.

Dal cielo, una considerevole forza aerea avrebbe appoggiato l’azione, che avrebbe dovuto essere violenta e fulminea. Il 4 luglio 1918, le fanterie, protette da un imponente sbarramento di carri, artiglierie ed aerei, scattarono all’assalto delle trincee germaniche, che erano debolmente guarnite di difensori: i tedeschi erano stati presi del tutto alla sprovvista e furono rapidamente sopraffatti. In un’ora e mezza, Le Hamel, con i suoi boschi e le sue trincee, cadde nelle mani degli alleati, al costo irrisorio di un migliaio di perdite: gli attaccanti, dal canto loro, catturarono circa 1.500 soldati germanici.

Le Hamel, peraltro, fu soltanto l’episodio più noto di una serie di piccole azioni migliorative, che servirono a perfezionare le posizioni di partenza britanniche nel settore di Amiens, in vista della campagna autunnale. Questa battaglia, tra l’altro, ci offre l’occasione per una riflessione sull’evoluzione del conflitto, rappresentando il perfetto esempio di come si fosse trasformata l’arte della guerra in quei terribili 4 anni.

Nel 1914, vi fu la transizione tra le grandi manovre in ordine chiuso, di tradizione ottocentesca, e la guerra di artiglierie e di armi automatiche: una sorta di versione aggiornata della guerra civile americana.

Nel 1915, si passò alla creazione dei grandi campi trincerati e, semplificando all’eccesso, ad un’evoluzione dell’assedio di Port Arthur, nella guerra russo-giapponese del 1904/5.

Il 1916 fu l’anno delle colossali offensive: dei cannoni giganteschi, delle masse di manovra di milioni di uomini, delle stragi illimitate.

Il 1917 fu l’anno del ripensamento: l’anno in cui si cercarono nuove armi e nuove tattiche per superare l’impasse delle linee fortificate, che aveva respinto sanguinosamente tutti i tentativi di sfondamento precedenti, sia di parte alleata che di parte tedesca.

Nel 1918, piccoli gruppi di uomini, superaddestrati e armati poderosamente, con strumenti pensati appositamente per conquistare caposaldi e bunker, attaccavano di sorpresa, pesantemente sostenuti dal cielo e dai mezzi corazzati, allo scopo di ottenere piccoli, ma significativi, successi tattici.

Soltanto quando si era in possesso di tutte le carte vincenti, si sarebbe potuta scatenare una grande offensiva strategica. Si era, insomma, passati da Clausewitz al Blitzkrieg: dalla grande manovra aggirante alla piccola manovra penetrante e dalla logica della baionetta a quella dell’azione coordinata interforze.

Per capirlo c’erano voluti milioni di morti, purtroppo.

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