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“Se fossi io? Una storia che potrebbe essere la mia”

Al di là di ogni retorica, Domenico Piccolo, classe '88, ci fa riflettere sulla situazione attuale di immigrazione e pregiudizio

Negli ultimi tempi si discute molto in Italia e in tutta Europa della questione riguardanti i grandi flussi migratori a cui assistiamo quotidianamente da molto tempo. Al di là della strumentalizzazione operata dalla politica, è bene soffermarsi a riflettere sulla questione per evidenziare alcuni aspetti importanti.

In primo luogo bisogna constatare come molte di queste persone giungono sulle nostre coste dopo aver dato fondo a tutte le risorse economiche e non per poter intraprendere un viaggio in condizioni pericolose e sotto il comando di uomini senza scrupoli, corrotti e pronti a qualsiasi cosa pur di riuscire nell’intento prefisso, ossia arricchirsi a discapito di coloro che invece scappano dall’orrore della guerra e da condizioni di povertà estrema, dittatura o altro. Questo ricorda sopratutto a noi italiani, come di recente è stato opportunamente messo in rilievo, i grandi flussi migratori dapprima oltreoceano, poi in Germania fino ai viaggi messi in piedi dal regime fascista durante il ventennio per l’allargamento dell’ “impero”.

Le condizioni di povertà e di miseria materiale e culturale in cui i migranti arrivano qui hanno creato i presupposti per un clima di forte pregiudizio e imperdonabile aggressività che macchiano la cronaca quotidiana di fatti terribili. A scanso d’equivoci è giusto ribadire qui che è proprio questa povertà materiale e culturale, assieme alla mancanza di leggi e percorsi appropriati a favorire questi fenomeni.
Mi ha molto colpito, nei giorni scorsi, il racconto di un giovane amico che, trovandosi al supermercato ha avvertito timore e paura notando un giovane immigrato appostato all’esterno del negozio. Dopo aver frettolosamente completato gli acquisti è uscito dal negozio ed ha cominciato a parlare con il magrebino, entrando in empatia per lui e donandogli qualcosa di quello che aveva comprato per aiutarlo. Ancora più bella è la riflessione che questo amico esprimeva, e cioè che al di là degli aspetti di pregiudizio di cui possiamo essere permeati lui non aveva avuto a che fare con l’immigrazione ma con la storia del giovane africano. Questo a ribadire come di queste storie fra i tendoni e i campi nei quali stanno abitando queste persone si nascondono centinaia di migliaia di vicende così, ed anche peggio, se pensiamo che per qualcuno il viaggio si è trasformato in dramma, con la perdita della vita propria o di qualche caro.

In ultima analisi, non vogliamo giudicare ne condannare nessuno, ma solamente aprire la via a ciò che dovrebbe essere al centro dei tavoli di lavoro dei governanti passando dai responsabili dei centri e dei volontari fino a giungere a ciascuno di noi: e cioè metterci di più nei panni di queste vite che vengono stravolte senza avere un’ordine ma solo un infinito caos nel quale a fatica si cerca di ricostruirsi un’identità, laddove sia possibile, ancorché una dignità a cui ogni essere umano ha sacrosanto diritto e innegabile dovere.

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