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Addio Vito Sonzogni, super architetto della comunità

E' stato l'architetto che più di ogni altro ha dato il volto alla città. Ne parlano la figlia Laura, Pippo Traversi e Manuela Bandini

E’ stato l’architetto che più di ogni altro ha dato il volto alla città. Protagonista del panorama architettonico e urbanistico della Bergamo del dopoguerra, Vito Sonzogni, nato a Zogno nel 1924, si è spento venerdì 21 luglio a 93 anni nella sua casa di via della Costituzione 23 in Bergamo.

Uomo di progetto e di intrapresa, ma anche uomo delle istituzioni e interprete intelligente della scena sociale e politica degli anni del boom economico ed edificativo, serio professionista nelle transizioni culturali e ideologiche della “seconda repubblica”, Vito Sonzogni è stato un architetto che ha vissuto a pieno la sua epoca. Una figura solida e solidale che, come amava dire, del suo tempo ha colto i messaggi “per guardare nel futuro, al servizio della comunità”.

La sua casa, che ricordiamo piena di luce secondo un criterio edilizio cui si è tenuto sempre fedele (“la luce è il segreto dello spazio”) era lo specchio delle sue passioni: un archivio enorme di studi e di progetti, una libreria sconfinata di volumi d’arte, urbanistica, storia locale e universale, rari reperti e pietre d’epoca romana e medievale, un rigoglioso giardino con ampi affacci sugli ambienti del vivere quotidiano.

Gli amici e i colleghi lo ricordano legatissimo alla sua valle Brembana, che ha spesso raccontato con disegni e illustrazioni e dove amava spendere giorni di vacanza nel casello di un vecchio roccolo a Miragolo, “un affaccio da cui si vedono tramonti straordinari”, innamorato della moglie e della famiglia (tre figli e quattro nipoti), equilibrato e capace di costruire non solo spazi e “cose” ma opportunità e relazioni di stampo duraturo.

Una vita, la sua, spesa nel fare, nel pensare, nel pianificare, con un’alacrità fuori del comune e risultati eclatanti in termini di importanza sul territorio e nello skyline cittadino. Si pensi all’audace complesso Pam di via Camozzi, al recupero dell’ex Casa Gissi poi sede del Golf Club “Parco dei Colli”, al Seminario Vescovile in città alta, ai palazzi con finestre a nastro, sperimentali logge, pareti a tessere dislocati in vari punti della città come via XXIV Maggio, via Broseta, via Martiri di Cefalonia: un condominio, quest’ultimo, in forma di grattacielo di 11 piani (44 m.), il più alto del centro cittadino, progettato per la Cassa di Risparmio e integrato dagli ingegnosi interventi dello scultore Franco Normanni, che imprimono movimento agli affacci alleggerendo la verticalità dei parametri murari.

Interventi spesso non immuni da critiche, perché, come sanno bene gli architetti, non si può operare sulla città al di fuori delle polemiche: la città è un tema che per sua natura divide.

Difficile la sintesi della sua attività intensissima, cominciata all’indomani della laurea al Politecnico nel 1952 e proseguita fino agli anni 10 del terzo millennio. Piani urbanistici, architetture religiose e complessi residenziali, direzionali e commerciali, progettazione di edifici pubblici e centri turistici: decine di scuole, diciotto nuove chiese tra cui il Santuario di Zogno, la parrocchia di Castro, la Chiesa di Monterosso con la sua vela in calcestruzzo e il campanile “a spillo”, molte altre adattate alle nuove disposizioni conciliari, innumerevoli edifici pubblici tra cui le sedi municipali di Serina, di Villa d’Ogna, di Castione. Senza contare i lavori realizzati lontano, il lussuoso complesso turistico di Punta Ala in Toscana, i villaggi vacanza progettati in Sardegna con unità residenziali in granito o il Parco del Battesimo di Gesù ideato negli anni ’90 nel Regno di Giordania dichiarato nel 2016 dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità”.

Assessore ai lavori pubblici e all’urbanistica della Provincia di Bergamo, assessore all’urbanistica ai lavori pubblici ai trasporti della Regione Lombardia, presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari di Bergamo, il suo impegno politico lo portò ad occuparsi di tutela del territorio, di servizi per il cittadino, di piani regolatori e di sostenibilità economica e sociale.

“Ricordo la sua passione politica” racconta l’architetto Pippo Traversi che con Sonzogni ha avuto una frequentazione di mezzo secolo. “Ricordo la sua capacità di relazione e di decisione. Ha avuto un ruolo molto rilevante allora, non solo lombardo ma nazionale: era il referente più significativo della DC in campo urbanistico. In quel periodo la passione politica ha quasi sovrastato quella per l’architettura, ma Vito è sempre stato una persona di grande cultura, con una personalità a tutto tondo, un’eccezionale capacità di creare sinergia e una notevole forza d’animo. Ha segnato una buona parte della storia urbanistica e politica di Bergamo perché era una personalità ricca e complessa: era un uomo della montagna e dei boschi, che amava profondamente il suo ritiro di Miragolo, ma era anche molto legato alla città. Riusciva a tenere insieme cose diverse, per una naturale propensione alla costruzione di rapporti, tra le persone e tra le cose. Aveva una passione sfrenata per la pietre antiche, che collezionava, e una tenerezza speciale con i bambini. Ultimamente intratteneva la mia nipotina facendo con lei splendidi disegni: è una delle cose più dolci che ricordo di lui”. Pippo Traversi evidenzia anche la parabola dinamica della ricerca di Sonzogni, la sua partenza razionalista sui modelli di Gropius e di Le Corbusier, e l’approdo in forma di ritorno a temi “arcaici” come in Sardegna “con straordinarie interpretazioni della cultura mediterranea sotto forma di blocchi enormi di pietra viva”, più vicini al suo spirito negli ultimi anni.

“Una figura di riferimento per tutta una generazione” sottolinea l’architetto e docente di storia dell’arte Manuela Bandini. “Di lui studiavamo i progetti degli anni ’50, era una personalità interessante sul piano della sperimentazione dei materiali e capace di interpretare in modo aggiornato il ruolo dell’architetto: seguiva il progetto dalla A alla Z, ‘chiavi in mano’, con una progettazione integrata tra realizzazione, imprese, sistemi di collocazione. Ricordo il suo impegno nell’Istituto case popolari e la promozione di cooperative, la sua visione più ampia che non quella strettamente architettonica. Lo conosceva bene mio marito Roberto Spagnolo. Di Sonzogni ci è piaciuta la capacità di interpretare in modo colto un mestiere. Non era un accademico, ma un professionista colto capace di avere una visione ampia della professione”.

Ne parla con immenso affetto la figlia di Sonzogni, Laura, anche lei architetto: “Negli ultimi anni amava dedicarsi alla fotografia e alla sperimentazione di inedite forme di visione: gli avevamo regalato un computer e scattava fotografie di immagini generate sullo schermo dalla dissolvenza di disegni e vedute che lui stesso aveva realizzato. Era un gioco creativo che lo portava a risultati di grande poesia e bellezza. Una serie di queste immagini, dedicate a Venezia, sono diventate un libro che è una magia: non si tratta più né di fotografie né di disegni, sono proprio sogni. Ripensando alla sua vita, i progetti cui era più affezionato forse sono i grattacieli, per l’intento di liberare il territorio portando il volume in verticale, ma anche le chiese in cemento armato dove metteva a prova le potenzialità del materiale che consentiva di fare molto di più che travi e pilastri, bensì coniche, parabole iperboliche, tensostrutture a vela… poi però mio padre abbandonò questo filone, disse che il cemento armato lo aveva tradito, che gli agenti inquinanti lo rovinano se non è molto ben fatto. Un altro edificio che ha sempre amato è il Pam, non tanto come architettura ma come ‘macchina urbana’, lungimirante per il parcheggio rialzato e potenzialmente aperto a riutilizzi nel tempo. Se poi si considera l’impresa del Seminario, quella è stata una pietra miliare per un giovanissimo architetto chiamato a confrontarsi con una sfida difficilissima, impossibile oggi ma paurosa già allora, per la delicata complessità dei valori in gioco. La vita di mio padre è stata davvero piena e ricca e non avrebbe potuto esserlo di più. Lui ne era consapevole e questa consapevolezza ci ha aiutato ad accettare la sua scomparsa”.

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