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“Il fango, la luce che salta e il Brembo diventa un letto di alberi” foto video

Cronaca di un pomeriggio di luglio di 30 anni fa, il pomeriggio della più tragica alluvione che colpì la Valle Brembana nel ventesimo secolo.

Era un pomeriggio apparentemente tranquillo quello del 18 luglio, così almeno pareva per chi come la mia famiglia risiedeva a Zogno, nel fondovalle Brembano, un pomeriggio dove il sole andava e veniva, ma nulla di nuovo in quell’estate capricciosa del 1987.

Nessuno invece ancora si immaginava cosa aveva colpito e stava ancora colpendo l’alta valle Brembana e la Valtellina.

Il giorno 16 Luglio una depressione atlantica partita dall’Islanda si espande leggermente verso sud e guida un primo cavo d’onda verso le Alpi e forti piogge colpiscono l’arco alpino della Lombardia. Il giorno successivo la pressione si abbassa notevolmente e le veloci correnti sud-occidentali diventato sempre più umide. Partendo da ovest una serie di fenomeni temporaleschi sempre più violenti si accaniscono sull’arco alpino, la copertura nuvolosa satura talmente l’atmosfera che piove fin sulle vette più alte della regione.

Sabato 18 luglio la situazione non migliora, anzi, le Orobie Valtellinesi e Bergamasche sono colpite da una serie di temporali che si sviluppano in modo estremamente repentino e violento.

La stazione meteorologica di Foppolo registrerà un accumulo totale di 307 millimetri in soli tre giorni. In alta valle il terreno si satura completamente e si innescano le prime frane e colate di fango. Nel fondovalle il Brembo è carico d’acqua, ma nulla di strano si pensa, magari durante la notte ha fatto un forte temporale lassù. La nonna dalla finestra della cucina non se ne
preoccupa, il sole fa capolino di tanto in tanto sul giardino dove il nonno sta curando i fiori, quei fiori che nelle estati successive non sarebbero mai più rifioriti in quel modo. Erano gli
anni ’80, si faceva a gara a chi aveva il giardino più rigoglioso e fiorito.
In cucina al pian terreno si sta preparando la pasta della pizza, un’altra tradizione di quei sabati sonnolenti estivi.

Poco prima delle 16 però qualcosa non torna, c’è uno strano odore nell’aria, quell’odore acre che solo il fango riesce ad emanare. Il Brembo non è più solo gonfio d’acqua, inizia a fare rumori sinistri, c’è un vero e proprio letto di alberi trasportato dalla corrente, esplodono nello scontrarsi tra di loro con un continuo fragore di tronchi che si incastrano con gli alberi presenti sulla riva. Tutto sembra arrivare con continue ondate.

La faccenda si sempre più seria, cosa è realmente successo lassù?
Nessuno comprendeva cosa era precipitato dal cielo sulle quelle montagne.

La luce salta, il telefono è fuori uso, dai rubinetti l’acqua esce nera. No, non è la classica piena di quel fiume che si pensava di conoscere.
Gli alberi della valle si infrangono uno dopo l’altro contro la passerella che scavalca il Brembo e collega la mulattiera che da Zogno porta alla frazione di Stabello, si forma una vera e propria diga naturale, l’acqua ritorna indietro e scavalca i muri delle case sul fiume.

Non è più il momento di guardare il Brembo incuriositi, c’è solo il tempo di prendere il cane, gli uccelli dalla voliera in giardino con l’acqua già alla pancia e scappare. Pochi istanti e le vetrate di casa cedono, l’acqua e il fango invadono ogni cosa. La collinetta della ferrovia dietro a casa è l’unico appiglio possibile. Non c’è spazio di capire, di pensare a cosa sia successo, di provare a togliersi il fango dai vestiti.
Lo sbarramento di tronchi trascina via il ponte con un rumore terribile, l’acqua pian piano defluisce da casa, dal giardino, portandosi via i mobili, i cocci e qualche ricordo, in cambio 60 centimetri di fango, con quell’odore che non ne voleva sapere di andarsene.

La mattina seguente è limpida e tersa, il sole splende, ma sembra non voler asciugare nulla, qualcuno che sorvola la valle dirà che tutto sembrava una tortuosa lingua marrone, è il momento della conta dei danni, dei dispersi e poi dei morti, di come sarebbe potuta andare e di come invece è andata realmente.

Di quel giorno mi sono sempre sentito ripetere che siamo stati fortunati, un po’ ammaccati, ma fortunati, siamo vivi. Le cose rotte sono state rimesse insieme, al loro posto, il sole pian piano ha asciugato tutto, il fango con il tempo ha fatto rifiorire il giardino.

Di quel giorno, 30 anni dopo resta il racconto dei nonni, la consapevolezza che la natura fa sempre il suo corso e un album di nozze un po’ appannato dalla terra di quel fiume che li ha cresciuti.

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