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Michele Gamba, vicepresidente di FCI: “Il ciclismo bergamasco sta benissimo” foto

Il nostro Marco Cangelli, classe 1997, ha fatto questa piacevole chiacchierata con il dirigente ciclistico bergamasco

Michele Gamba è un dirigente di ciclismo di origine bergamasca e molto legato alla nostra terra ed a questo sport. Per anni si è occupato di ciclismo giovanile ed oggi è vicepresidente della Federazione Ciclistica Italiana (FCI). In occasione della “Tre Sere di Dalmine” abbiamo fatto con lui una chiacchierata sulla situazione del ciclismo giovanile e di questo sport in generale.

Michele Gamba, alla base della carriera professionistica so trova la categoria giovanissimi, qual è la situazione di quella categoria in Italia?
“La situazione del mondo giovanissimi è positiva se si osservano il numero di tesserati. Guardando soltanto quel dato non si può dir molto, ma inserendo nel contesto generale non ci si può lamentare. C’e una stabilità per l’attività su strada, mentre si osserva un’importante crescita nelle altre discipline come la mountain bike, il BMX ed il trial. Bergamo è la prima provincia in Italia per tesserati (poco meno 800) però non bastano i ragazzi, occorre far far loro attività. In Bergamasca ci sono diverse strutture (BMX a Bergamo e Caravaggio, Orobie circuito per Mountain Bike)”.

Per le categorie giovanili (esordienti, allievi, juniores) come si è messi?
“Le categorie più avanti ci sono molti ragazzi che a 12/13 anni sono obbligati a ritirarsi poiché allenarsi su strada è pericoloso ed esiste reticenza da parte dei genitori. Nel fuori strada non è che non esistano pericoli, ma si è sicuramente più protetti”.

Negli ultimi anni molti tecnici sostengono che pista e fuori strada frequentati nelle categorie giovanili possano aiutare ad avere migliori prestazioni fra i professionisti. Quanto c’e di vero?
“Parecchio. La pista è assolutamente indispensabile per chi fa strada perché da un colpo di pedale più rotondo, una frenata diversa che poi si ripropone su strada; il fuori strada obbliga l’atleta a partire subito forte e dare sempre il massimo, oltre che scendere fra i sentieri dona una padronanza migliore del mezzo”.

Capitolo ciclocross. Negli ultimi anni è stato spesso snobbato in Italia, ci sono speranze di ripresa?
“Rispetto a sei/sette anni fa il ciclocross si è ripreso bene ed ora propone gare nel periodo invernale tutte le domeniche ed in alcuni casi non è facile aggiungerne di nuove vista l’abbondanza. Fattore cardine per la sua ripresa l’investimento di alcuni direttori sportivi che si occupano di attività su strada di investire in questa disciplina per far lavorare i propri atleti in inverno. Non abbiamo di certo la cultura che esiste in Belgio o in Olanda dove si paga per andar a vedere le corse, ma esistono circuito Veneto – Friuli e Piemonte – Lombardia che danno un’ottima copertura.

Tornando alla pista, un candidato alla corsa alla presidenza della FCI ha definito il programma di Renato Di Rocco ‘fallimentare’. È realmente andata così?
“No, purtroppo chi lo ha detto si è avvicinato al ciclismo agonistico solo qualche mese prima delle elezioni e non ha capito la situazione. La pista non è il primo posto economico, ma comunque gli organizzatori sono fondamentali. Dalmine è il velodromo che organizza più attività su pista in Italia, nonostante ciò occorre trovare qui finanziatori ed operatori disponibili. Per esempio per la categoria giovanissimi occorrono persone disponibili a seguirli nel corso della loro attività. Ad oggi l’unica pista coperta è Montichiari e per questo il velodromo è sempre perché a Montichiari assembrato. Se ci fossero più strutture coperte si farebbe più attività, però perché le cose funzionino servirebbe un velodromo per regione”.

Passando ai professionisti, perché il ciclismo bergamasco ha perso un numero così grande di elementi?
“La risposta è semplice: negli anni in cui ci sono stati 26/27 professionisti bergamaschi attivi contemporaneamente c’erano in attività almeno 600/700 ragazzi della categoria giovanissimi che correva soltanto su strada strada, mentre il resto era snobbato. La base ora è la stessa dal punto di vista numerico ma divisa fra le specialità, quindi questo è un motivo per cui esiste una diminuzione così accentuata. Ciò che conta è mantenere una buona base di gare e da lì possono uscire anche campioni, tenendo presente che essi possono nascere dovunque, anche dove non esiste un’attivita così ampia”.

Ultima domanda. Fabio Aru ha raggiunto la leadership al Tour de France indossando la maglia gialla. Quanto è contato l’apporto dato dalla squadra da dilettante, la bergamasca Palazzago, ai fini del risultato ottenuto?
“Conta principalmente che sia Aru, poi chi corre alla Palazzago con gli allenamenti di Olivano Locatelli capisce immediatamente se può diventare un professionista oppure no. Dalla Palazzago sono usciti parecchi corridori , poi nel caso di Fabio conta moltissimo la volontà e le capacità possedute”.

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