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“Thank you, Bradley”: la storia del bambino che ha commosso il web

"Bradley ci ha insegnato a non demordere, a non arrenderci, anche quando la partita sembra già finita o quando la situazione sembra essere più grande di noi." La sua storia raccontata dal nostro Daniele Ronzoni, classe 1998

Non ce l’ha fatta, purtroppo, il piccolo Bradley Lowery, a vincere un male che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Si è spento il 7 luglio alle 13:35 nella sua casa a County Durham “…tra le braccia di mamma e papà, circondato dall’affetto dei suoi cari…”, come recita il messaggio che la mamma Gemma ha pubblicato sul proprio profilo Facebook.

Bradley, 6 anni, non aveva i capelli corti per scelta bensì per via della chemio, che glieli aveva portati via: all’età di 18 mesi era stato infatti colpito dal neuroblastoma, una rara forma di tumore diffusa per lo più tra i bambini piccoli. Inizialmente le cure avevano fatto regredire la malattia, facendo pensare ad una possibile guarigione, ma nel 2016 essa si era prepotentemente ripresentata, mettendo ancora una volta in pericolo la vita di un bimbo che già aveva dovuto affrontare un male troppo grande se considerata la sua tenera età.

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La storia di Bradley ha commosso il mondo intero, ma soprattutto quello del calcio poiché il piccolo era un tifoso del Sunderland: “Cancer has no colours, we stand together” recitava uno striscione esposto da alcuni tifosi del Chelsea prima della sfida di campionato fra Blues e Black Cats. E proprio durante quella partita, Bradley ha segnato quello che è stato votato come “miglior goal del mese di dicembre”: Begović da una parte, pallone dall’altra, l’intero stadio in fermento e Bradley che sorride, emozionato per avere segnato un goal per la propria squadra del cuore.
Squadre, tifoserie e giocatori hanno partecipato ad una raccolta fondi per sconfiggere il tumore; le oltre 700 mila sterline raccolte ed usate per avviare un nuovo ciclo di terapie a New York non sono però servite, visto che a dicembre i medici hanno comunicato ai genitori che il cancro era ormai giunto allo stadio terminale. Bradley non ha potuto avere un futuro come quello che ogni bambino vorrebbe e dovrebbe avere: un futuro fatto di giochi, di carezze, di sorrisi e di baci; un futuro fatto di mamma e papà, di sogni, di obiettivi…

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“Brad” era un gran tifoso del Sunderland, la sua squadra preferita sin da quando aveva iniziato a seguire il calcio. Il suo idolo, però, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non era né Leo Messi né Cristiano Ronaldo né Zlatan Ibrahimović; no, perché il suo eroe era Jermain Defoe, attaccante inglese ex Sunderland trasferitosi in questa sessione estiva di mercato al Bournemouth. Tra i due era sin da subito nata un’amicizia sincera e profonda, che non si limitava alla solidarietà della stella inglese per il suo piccolo fan, ma che andava ben oltre: un’amicizia che sottolinea l’umanità e la grandezza da campione vero che caratterizza Defoe anche (e soprattutto) fuori dal campo. Un’amicizia che lascia acceso un lume di speranza riguardo alla possibilità di trovare nel mondo del calcio non soltanto fedeli del Dio-denaro, bensì anche persone umili, che sappiano essere uomini ancor prima che calciatori.

Col passare del tempo però, oltre al rafforzarsi della loro amicizia, si è assistito ad un’inversione dei ruoli: proprio Defoe era diventato il primo sostenitore di Bradley, tanto da farlo diventare la mascotte della Premier League.
Da mesi, Defoe a Bradley non donava dei soldi: non servivano, in quanto il tumore non poteva più essere curato. Da mesi, Defoe a Bradley aveva deciso di donare ciò che ogni persona possiede di più prezioso: il proprio tempo. Quando regali un oggetto, prima o poi, con il passare del tempo, perderà il proprio valore iniziale; regalando del tempo, il proprio tempo, si dona un pezzo della propria vita che non tonerà mai più, finendo per regalare sé stessi. E non c’è cosa più preziosa del donare sé agli altri, del porre negli altri un segno della propria presenza e del proprio affetto. Defoe aveva scelto di donare al piccolo Bradley il proprio tempo: stava con lui durante la chemio, giocava assieme a lui, lo accompagnava alle visite, lo andava a trovare a casa, lo portava in campo con sé…

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E proprio questo accadde nel match fra Inghilterra e Lituania: Defoe, convocato in extremis in nazionale per via dell’infortunio di Harry Kane 4 anni dopo la sua ultima apparizione, volle a tutti i costi che il piccolo Bradley fosse al suo fianco durante l’ingresso in campo delle squadre. Così facendo, Defoe segnò il goal più bello della sua carriera, ed il piccolo tifoso lo ripagò con un gesto che nessuno, forse nemmeno Jermain, si sarebbe aspettato. Mentre tutti i giocatori erano allineati a cantare l’inno, lui fece l’unica cosa che un bimbo di 5 anni avrebbe fatto in quella situazione: si girò, dando le spalle a pubblico e telecamere, e abbracciò forte forte il proprio migliore amico. Non gli importava di essere sul prato di Wembley, né della cornice di pubblico paurosa che lo circondava, né tanto meno della maglia della nazionale che stava indossando; l’unica cosa che gli interessava era che il suo migliore amico fosse lì con lui, al suo fianco.

Ora di Bradley rimane solo il ricordo del suo sguardo: lo sguardo di un eroe che non ha mai permesso alla malattia di intaccare il proprio amore per la vita. In poco tempo, Bradley ci ha insegnato a non demordere, a non arrenderci, anche quando la partita sembra già finita o quando la situazione sembra essere più grande di noi. Nessuno cancellerà mai dalla mente quel tuo sorriso.

Ciao, piccolo grande eroe.
Thank You Bradley.

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