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Addio Liu Xiaobo, simbolo di chi combatte fino alla fine per la libertà

Giovedì 13 luglio si è spento, a 61 anni, il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo.

Giovedì 13 luglio si è spento, a 61 anni, il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo. La sua morte è stata annunciata dal Bureau of Justice ,tramite il loro sito web, in Shenyang, la città dove Xiaobo era ricoverato per un cancro al fegato. Il governo cinese aveva annunciato la malattia dell’uomo a giugno quando ormai non era più curabile.

Liu Xiaobo è stato tenuto prigioniero dal governo cinese fino al suo ultimo giorno di vita che passò nel First Hospital del China Medical University. E’ il secondo premio Nobel a morire in prigionia, dopo Carl Von Ossietzky, il pacifista tedesco che combatté contro il regime nazista nel 1935 e morì in carcere nel 1938 dopo anni di maltrattamento.

Xiaobo è stato anche il terzo premiato a non poter ritirare il Nobel a causa della propria detenzione. Nei mesi precedenti l’annuncio, il governo cinese è intervenuto duramente diffidando i giurati svedesi dall’attribuire il prestigioso premio a lui o ad altri dissidenti cinesi. Dopo aver saputo dell’attribuzione il governo interruppe la diretta televisiva con il comitato del Nobel, poi censurò ogni commento da parte di leader occidentali e chiamò l’ambasciatore norvegese chiedendogli spiegazioni per “una tale oscenità”. Successivamente le autorità hanno messo in arresti domiciliali la moglie e tutti i membri della sua famiglia nel tentativo di impedire che lasciassero dichiarazioni a giornali stranieri.

Liu Xiaobo fu arrestato per la prima volta nel 1989 quando prese parte alla protesta di piazza Tiananmen, dove degli studenti stavano protestando per un cambiamento nella democrazia e per la fine della corruzione dei partiti. Xiaobo convinse gli studenti ad abbandonare la piazza e a tornare nei loro campus, in modo da evitare massacri da parte dell’esercito cinese. Ma lui con altri suoi amici non abbandonarono la postazione e fecero uno sciopero della fame, per rappresentare solidarietà per coloro che parteciparono alla protesta. Centinaia di manifestanti morirono per mano dell’esercito a Tiananmen, ma senza il contributo di Liu Xiaobo le vittime sarebbero certamente aumentate.

La sera del 3 giugno 1989 rimase con gli studenti mentre si avvicinavano carri armati e soldati e riuscì a negoziare con l’esercito di lasciare liberi i manifestanti rimanenti.

“Lo so come vi sentite ma dovete capire che appena verrà sparato il primo colpo questa piazza si trasformerà in un fiume di sangue” disse Xiaobo per convincere i ragazzi ad andarsene da Tiananmen. Pochi giorni dopo fu arrestato e imprigionato per 21 mesi per aver appoggiato la protesta. Perse il posto di lavoro all’università e i suoi libri furono banditi dalla Cina.

Nell’ottobre 1996, fu condannato a trascorrere tre anni in un campo di rieducazione per “disturbi alla quiete pubblica”, dopo le sue critiche al Partito Comunista; nel 2007, Liu fu portato in un carcere dove fu interrogato su alcuni suoi articoli, apparsi su siti web stranieri. Dal 2008 prese parte alla Charta 08, appello alla libertà di espressione, al rispetto dei diritti umani e alle elezioni libere ispirato dalla Charta 77 redatta negli anni settanta dai dissidenti cecoslovacchi. Grazie al suo contributo la petizione raccolse più di 8,600 firme includendo sostenitori che vivevano oltremare.

Per la sua partecipazione fu condannato a 11 anni di prigionia, condanna che non ha portato a termine a causa della sua morte prematura.

Dopo la notizia del suo decesso la presidentessa del comitato del premio Nobel ha dichiarato che ” il governo cinese ha una grande colpa”. Reiss Andersen, membro della commissione Nobel, ha commentato: “Liu Xiaobo rimarrà un potente simbolo per tutti quelli che lottano per la libertà e la democrazia, è stato imprigionato ingiustamente ed ha pagato il prezzo più caro in assoluto per le sue fatiche a favore della libertà”.

E l’ambasciatore statunitense Terry E. Branstad ha detto tramite e-mail:” La Cina ha perso un un importante modello che si meritava il nostro rispetto e non le sentenze a cui è stato soggetto”

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