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Il malore e l’allarme, ma l’ambulanza arriva dopo 45 minuti

Pubblichiamo questa lettera di una signora della Val Seriana che denuncia il grande ritardo di un'ambulanza di fronte all'emergenza di un malore.

Pubblichiamo questa lettera di una signora della Val Seriana che denuncia il grande ritardo di un’ambulanza di fronte all’emergenza di un malore.

Se è vero che non bisogna morire, per fortuna aggiungo, per denunciare l’ ennesimo caso di mala sanità, eccomi pronta a raccontare l’esperienza vissuta personalmente pochi giorni fa.

Erano circa le 23.30, quando improvvisamente suona il cellulare, un risveglio brusco accompagnato dall’inevitabile presagio di qualche cosa di grave. Così è!
Una voce provata, affaticata, dolorante, quella di un mio caro che, solo in casa, mi chiede con grossa difficoltà di contattare un’ambulanza. Intuisco la gravità della situazione, si tratta di un emergenza non da sottovalutare. Forte dell’esperienza maturata come centralinista al Corpo Volontari Presolana, mi attivo nel contattare tempestivamente il 118.

Una volta espletato il rituale delle necessarie informazioni relative alla sintomatologia del paziente, la risposta è: “Signora deve attendere qualche minuto perché non abbiamo un’ambulanza disponibile”.

È pur vero che in situazioni di questa natura il tempo sembra non scorrere, ma le lancette hanno ormai superato la mezz’ora e vista la criticità, l’inevitabile sollecito è d’obbligo.

Lo faccio in modo accorato e in tutta onestà anche senza freni, ma capitemi, chi avrebbe fatto diversamente? Si sono dovuti attendere altri 15-20 minuti prima dell’arrivo dei sanitari. Complessivamente più di 45 minuti e non vi parlo di una località sperduta, ma Gazzaniga, media Valle Seriana. Ora concedetemi una considerazione che vuole essere uno sfogo ma anche un monito affinché fatti di questa natura non abbiano più a succedere.

Nello specifico l’emergenza si è risolta al meglio, ma se così non fosse stato, vi sembra logico morire per un meccanismo colabrodo? Scusate se mi permetto, ma a parlare sono i tanti fatti di cronaca già successi. Chiaro è che queste mie affermazioni sono accompagnate da alcuni distinguo.

In sanità esistono eccellenze di tutto rispetto, ma è proprio per questo che la domanda è spontanea: “È possibile macchiare un comparto ritenuto fiore all’occhiello della nostra regione?”.

Devo dire che l’accaduto mi ha talmente nauseato, al punto di rassegnare le dimissioni. Permettetemi di aggiungere che la missione di un volontario deve trovare origini nella preparazione accompagnata da una considerevole dose di umanità.

Indossare una divisa vuol dire assumersi una grossa responsabilità e non il timore di infilare l’ago nel braccio ad un paziente, situazione alla quale ho assistito. Forse è il caso di praticare una scrematura, salvaguardando chi svolge coscienziosamente il proprio impegno. In attesa che le cose migliorino, anche se la fiducia è poca, mi auguro di non trovarmi coinvolta in prima persona e se così fosse che mi accompagni la Buona Stella.

Ringraziando per l’attenzione prestata porgo cordiali saluti.

Lettera firmata

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