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Lo Ius soli visto dagli stranieri: “Noi, italiani nel cuore ma non sulla carta”

Francesca Lai, classe 1993, ha raccolto le storie di due ragazzi stranieri - un polacco e un albanese - che da anni vivono e lavorano (dopo aver completato un lungo percorso di studio) nel nostro Paese

Grazia, Andrea, Sebastian e Avenir: quattro storie, quattro realtà e altrettanti progetti per il futuro.

Ius soli

Grazia e Andrea, studenti universitari giunti quasi alla fine del loro percorso, si dedicano a lavori occasionali per avere un pizzico di autonomia economica dalla famiglia; Sebastian e Avenir, conclusi gli studi, hanno già intrapreso la propria carriera lavorativa.

Questi ragazzi, rappresentativi della gioventù bergamasca e italiana in generale, si trovano a vivere in una società che è radicalmente cambiata dal dopoguerra ad oggi. Da Repubblica appena nata, costretta a rialzarsi dalle macerie di una guerra disastrosa, l’Italia è diventata centro di migrazione per persone che cercano occasione e riparo da povertà e guerra. In questa Italia dai caratteri sempre più multiculturali, segnata da una crisi economica e sociale, molti giovani cercano un legittimo posto e lottano per averlo.

Tra questi ci sono anche Sebastian e Avenir, due ragazzi come tanti altri che si trovano, però, in una situazione particolare: nati all’estero e cresciuti in Italia, non sono ancora riconosciuti come cittadini italiani dallo Stato.

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Eppure il dato di realtà sembra smentire ciò che compare nelle loro carte di identità. Sebastian ama tutto dell’Italia e ne conosce tradizioni e storia, si considera ed è italiano in tutto e per tutto, il suo progetto di vita è quello di continuare a lavorare nel nostro Paese e qui mettere radici: sogna di avere una famiglia e dei figli che possano essere riconosciuti come cittadini italiani.

Avenir, appena laureato, si è dovuto scontrare con un’amara realtà: il non essere cittadino non solo è un limite per l’esercizio di alcuni diritti che invece i coetanei possiedono, ma anche è di ostacolo per l’esercizio della professione per cui ha studiato. Molti concorsi pubblici prevedono la cittadinanza tra i requisiti essenziali, cosa che Avenir non è ancora riuscito ad ottenere.

Al di là delle complicazioni burocratiche, Avenir ci confessa che essere dichiarato cittadino a tutti gli effetti significherebbe poter dire a tutti di essere italiano senza sentirsi rispondere che sulla carta risulta ben altro. Ottenere la cittadinanza vorrebbe dire dare concretezza ad un senso di appartenenza che ha già nel cuore e nella mente del nostro Ave.

Le storie di questi “italiani nel cuore ma non sulla carta” sono sufficienti a placare ogni polemica nata intorno al disegno di legge 2092. La chiave risolutiva sta nel considerare gli aspiranti cittadini per quello che sono veramente: risorse preziose per il nostro Paese in continua evoluzione, soprattutto se si tratta di giovani e giovanissimi, coloro a cui è affidato il futuro dell’Italia.

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Non solo, ma se consideriamo il contenuto del ddl – che introduce Ius soli temperato e Ius culturae – è inevitabile ammettere l’inconsistenza delle preoccupanti reazioni di molti, che a causa di una scarsa conoscenza del tema tanto discusso, hanno accidentalmente confuso la reale possibilità per lo Stato di conferire la cittadinanza a chi lo merita, con l’assurda e menzognera ipotesi della volontà di favorire l’immigrazione irregolare.

Non sappiamo se quest’ultima sia una posizione di comodo di coloro che sono restii allo sviluppo necessario della nostra società, di certo non si può rimanere sordi e ciechi alla richiesta di necessaria innovazione, è l’Italia che ce lo chiede. Le nuove generazioni avranno il compito di cogliere un’opportunità nel cambiamento e di trasformale in una concreta e migliore realtà.

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