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Grande Guerra, Pillola 129: Radetzky infuria sugli altipiani foto

Non è vero che la storia si ripeta: tuttavia, determinati meccanismi della storia, inducono, coscientemente o meno, gli strateghi a regolarsi sulle analogie col passato, nelle loro scelte.

Indubbiamente, le esperienze militari pregresse hanno sempre influenzato, nel bene come nel male, se non le convinzioni, perlomeno le sensazioni dei comandanti: chiunque si trovasse a comandare un esercito in una battaglia che si svolgesse in qualche celebre teatro bellico del passato, non potrebbe fare a meno di subire il fascino di questi rimandi. Nel caso della battaglia del Solstizio e, in particolare, del settore più occidentale in cui si combattè, vale a dire l’altipiano dei Sette Comuni, incombettero sullo scontro presagi e fantasmi del passato, più o meno recente, che ne influenzarono l’andamento.

Per cominciare, l’intera battaglia ricalcava da molto vicino i piani strategici che erano stati elaborati dai rispettivi alti comandi, in quella bizzarra drôle de guerre che intercorse tra impero austroungarico e regno d’Italia, tra la terza guerra d’indipendenza (1866) e la firma della Triplice (1882), e che prevedevano quella stessa azione a tenaglia che sarebbe stata al centro del progetto strategico austroungarico del 1918: un’enorme manovra aggirante che avviluppasse l’esercito schierato sul Piave, creando un cul de sac nella pianura padovana, dove le due branche, quella formata dal gruppo Conrad e quella formata dal gruppo Boroevič si sarebbero dovute congiungere.

Inoltre, l’offensiva Radetzky, in particolare, ripropose il tema tattico del 1916 e del 1917, con il tentativo austroungarico di sfondare le linee perimetrali dell’esteso acrocoro dei Sette Comuni, sbucando nella pianura vicentina, alle spalle dello schieramento difensivo italiano, che insisteva sul monte Grappa e sul fiume Piave: insomma, i due avversari si sarebbero dovuti scontrare sulle stesse groppe insanguinate su cui si erano affrontati per tutta la guerra. La 10a e, in particolare, l’11a armata austroungarica, sotto il comando dell’offensivista Conrad, avrebbero dovuto scardinare le difese italiane, rappresentate dalla solita 6a armata italiana, che era, col tempo, divenuta un’unità poderosa ed esperta, comandata dall’abile generale Montuori. Ne facevano parte il XII CdA, che comprendeva anche la 48a divisione britannica del generale Walker, il XIII CdA, con la divisione francese del generale Odry, e il XX CdA: 7 divisioni bene armate, bene equipaggiate e, soprattutto, ben schierate e motivate.

Le artiglierie alleate, alla vigilia della battaglia, avevano provveduto ai tiri d’inquadramento sui principali obbiettivi sensibili dello schieramento avversario, in modo da poter effettuare, come si è già detto, la “contropreparazione anticipata”: inoltre, nel breve periodo intercorso tra Caporetto e il Solstizio, le industrie italiane avevano compiuto uno sforzo notevolissimo, dotando i difensori di un parco d’artiglieria rinnovato e migliorato e fornendo un considerevole numero di aeroplani di ultima generazione, che garantirono agli italiani l’assoluta supremazia nei cieli della battaglia.

A questo, nel caso dell’operazione Radetzky, si devono aggiungere le ottime artiglierie fornite dalla 240a e 241a brigate campali britanniche e dal 34° reggimento campale francese, che contribuirono egregiamente al tambureggiante fuoco preventivo. A partire dalla mezzanotte sul 15 giugno, migliaia di cannoni aprirono il fuoco simultaneamente, mettendo a tacere, di fatto, l’artiglieria austroungarica, e determinando il fallimento dell’offensiva, prima ancora del suo inizio.

La linea italiana sugli altipiani, dopo gli ultimi aggiustamenti dovuti alla “battaglia dei tre monti”, andava dalla val d’Assa alla valle del Brenta, passando per le posizioni di Cesuna, del Kaberlaba, di cima Echar, del Costalunga e del Valbella: apparentemente, si trattava di posizioni d’emergenza, con gli italiani aggrappati al ciglio dell’altopiano (e così la vide Conrad, che si aspettava una facile vittoria), mentre, in realtà, i difensori erano riusciti ad apprestare un tessuto difensivo assai valido, che avrebbe retto, alla prova dei fatti, ad ogni assalto avversario.

Nella battaglia del Solstizio, l’operazione Radetzky, in pratica, segnò soltanto una lieve oscillazione del fronte, con progressi austroungarici poco significativi nel settore di Cesuna, presidiato dalle truppe britanniche, e con la conquista dei “tre monti”, ossia Col del Rosso, Valbella e Col Echele, già teatro di aspri scontri subito dopo Caporetto e nel gennaio 1918. Anche questa modesta perdita territoriale, d’altronde, venne annullata da un massiccio contrattacco italiano che, il 30 giugno, portò i soldati della 6a armata di nuovo sulle contesissime posizioni, questa volta per una riconquista definitiva.

Restano da fare due considerazioni sull’operazione Radetzky, che servano ad inserirla nel più ampio contesto del gigantesco scontro che, in pratica, decise le sorti della guerra sul fronte italiano e, per conseguenza, accelerò la fine del conflitto anche sul fronte occidentale. La prima riguarda le scelte globali che l’alto comando austroungarico fece, all’indomani della battaglia d’arresto dell’inverno 1917/18: l’impero vacillava, sotto i colpi congiunti di una terribile crisi materiale e dei nazionalismi separatisti, che, nel corso della guerra, avevano trovato voce ed energia ulteriore, spesso sostenuti molto attivamente dalla diplomazia dell’Intesa. L’imperatore Karl, subentrato al defunto Franz Josef nel novembre 1916, era un sincero pacifista e non possedeva certamente il carisma del suo predecessore: egli, in una sorta di azione parallela (per parafrasare Musil) cercò diverse strade per giungere ad una pace separata, che, però, non diedero risultati.

Dall’altra parte, permaneva, all’interno dei vertici militari austroungarici la netta dicotomia tra falchi e colombe o, meglio, tra chi, come Conrad, credeva, in maniera un po’ proterva, in una soluzione positiva sul campo di battaglia, e chi, come Boroevič, avrebbe preferito ritirare le truppe su posizioni più economiche e difendibili, sul piano militare, mantenendo una riserva di manovra per difendere la corona, in caso di necessità, all’interno della Madrepatria.

L’ultima chance del valoroso esercito austroungarico, dunque, venne giocata in condizioni precarie e con una significativa disparità di vedute tra i due comandanti sul campo: pure, gli austroungarici si batterono quasi sempre con disperato coraggio, anche se in una battaglia quasi persa in partenza. L’altra considerazione riguarda di nuovo l’apporto degli alleati nell’operazione Radetzky e, più in generale, nella battaglia del Solstizio: si ribadisce, anche in questa sede, che l’apporto delle artiglierie medio-pesanti, soprattutto britanniche, fu certamente importante per il tiro di controbatteria, ma che, nel computo globale dello scontro, la vittoria fu italiana al 95%.

Ogni illazione circa l’impatto determinante delle forze alleate nell’economia della guerra, nel 1918, nasce da cattiva informazione, da cattiva volontà o, più semplicemente, da cattiva coscienza: e tutte e tre le cose hanno poco a che vedere con la scienza storica.

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