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Chiesa

Teofilis Matulionis (1876-1962), martire della Lituania, beatificato 25 giugno

«A Vilnius in Lituania, viene proclamato beato il vescovo Teofilis Matulionis (1873-1962), ucciso in odio alla fede nel 1962, quando aveva già quasi 90 anni. Rendiamo lode a Dio per la testimonianza di questo strenuo difensore della fede e della dignità dell’uomo» esclama Papa Francesco all’Angelus di domenica 25 giugno 2017.

È la prima volta che avviene una beatificazione.Ventimila persone da tutta la Lituania e dai Paesi vicini si muovono per questo martire dell’era sovietica. Alle 14 sulla piazza della Cattedrale di Vilnius la Concelebrazione del cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi e rappresentante del Papa, con l’episcopato.

Commenta la Conferenza episcopale: «È un dono a tutto il popolo lituano. La sua vita testimonia il coraggio e la forza con cui una persona può affrontare la vita in un sistema che disprezza la religione e la coscienza. L’arcivescovo ha sopportato 16 anni di carcere e 4 di arresti domiciliari non per aver commesso crimini, ma per odio alla fede cristiana. Con il suo martirio ha testimoniato la fedeltà al Vangelo e l’amore per la Chiesa. Nell’onorare questa figura, la Chiesa ricorda e rende omaggio a tutti i martiri cristiani di fede e di coscienza, vittime del comunismo ateo, la cui vita sacrificata per la fede e la libertà della patria non è così conosciuta».

Matulionis muore avvelenato, martire dell’ateismo di Stato del regime comunista sovietico dopo essere più volte incarcerato e deportato in Siberia. Aggiungono i vescovi: «Questo non è solo un evento storico, ma un invito a vivere con coraggio il Vangelo nelle sfide di oggi e di fronte alla persecuzione. È una buona occasione per incontrare il Gesù vivo e diventare suo discepolo».

La Lituania, il più cattolico dei Paesi baltici, subisce due occupazioni sovietiche e una nazista. Nel 1940, all’inizio della seconda guerra mondiale, i Paesi baltici sono invasi dai comunisti, cacciati un anno dopo dai nazisti. La seconda occupazione sovietica inizia nel 1944 e dura fino al 1991. Ma i fieri lituani non ci stanno e ingaggiano un’aspra guerriglia anti-sovietica, che si riflette sulla vita ecclesiale. L’attività della Chiesa in Lituania, sotto il comunismo, è influenzata anche dal conflitto tra l’Urss e la Polonia per il dominio su Vilnius.

Teofilis Matulionis nasce il 4 luglio 1873 a Kudoriškis nel governatorato di Kovno (oggi Kaunas) in Lituania; studia nel Seminario cattolico di San Pietroburgo; nel 1900 è ordinato sacerdote cattolico di rito latino; nel 1912-1914 è vicario della chiesa cattolica di Santa Caterina a San Pietroburgo. È parroco solo da un anno della chiesa del Sacro Cuore a Pietrogrado quando, nel marzo 1923, è arrestato con un gruppo di sacerdoti guidato da mons. Jan Cieplak. Tra il 21 e il 26 marzo 1923 il processo a porte chiuse a Mosca. Il Tribunale militare lo condanna a 3 anni di carcere, scontati nelle prigioni di Sokol’niki e di Lefortovo.

Nel gennaio 1926 torna in liberta. Il 9 febbraio 1926, dietro nomina di Pio XI, è consacrato segretamente vescovo nella chiesa di San Luigi dei francesi a Mosca. L’8 novembre 1929 è di nuovo arrestato a Leningrado. Questa città, sulle rive del Baltico, patria di Lenin e di Putin, è chiamata originariamente San Pietroburgo ed è la capitale, poi Pietrogrado in onore dello zar Pietro il Grande, poi Leningrado in onore di Lenin. Dopo lo sbriciolamento dell’Urss torna al nome antico di San Pietroburgo.

Il 13 settembre 1930 per ordine dell’Ogu, polizia politica, Matulionis è condannato a 10 anni di campo di concentramento e viene inviato nelle Isole Solovki sotto il Circolo Polare Artico. Nel luglio del 1932 è di nuovo arrestato nell’ambito di un’inchiesta sul clero cattolico accusato di «aver creato un’associazione antisovietica, che svolge propaganda antisovietica, che ha celebrato in segreto riti teologici (sic!) e religiosi e ha stabilito un contatto illegale con l’esterno per trasmettere all’estero informazioni di carattere spionistico sulla situazione dei cattolici in Urss». L’istruttoria chiede che il vescovo «venga messo a disposizione dell’Ogpu (Direzione politica di Stato generale) del distretto di Leningrado».

Il 27 maggio 1933 è condannato a un anno di isolamento per punizione.

Il 26 settembre 1933 è liberato e torna in Lituania grazie a uno scambio di prigionieri. Nel 1946, dopo la ri-occupazione sovietica, è di nuovo arrestato e condannato a 10 anni di campo di lavoro correzionale. Ma neppure la Siberia lo piega. Nel 1956, con la libertà, torna in Lituania. Confinato a Seduva, senza poter amministrare la sua diocesi. Il vescovo Matulionis non si lascia intimidire e segretamente consacra il vescovo Vincentas Sladkevicius. Ne informa sacerdoti e fedeli della diocesi e anche lo Stato. Al Consiglio dei ministri della Repubblica sovietica lituana e al Consiglio dei ministri dell’Urss scrive: «L’ingerenza dello Stato nell’amministrazione della Chiesa contraddice la Costituzione dell’Unione Sovietica che, garantendo la libertà di coscienza ai cittadini, rispetta non solamente le loro convinzioni religiose, ma anche le forme dell’organizzazione della vita religiosa».

Il vescovo non infrange alcuna legge ma la sua condotta è un aperto affronto alla doppiezza dello Stato sovietico, che proclama una cosa e ne fa un’altra. Poco prima di morire riceve da Papa Giovanni XXII il titolo di arcivescovo. Ma gli sbirri comunisti hanno talmente paura di un vecchio di 90 che lo avvelenano: muore a Seduva il 20 agosto 1962.

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