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Grande Guerra, Pillola 128: la battaglia del Solstizio, Lawine al passo del Tonale fotogallery

Come abbiamo già sottolineato, nel paragrafo dedicato alla “Guerra Bianca”, i sottosettori Valtellina e Valcamonica dello schieramento italiano, che corrispondevano ai Rayon I, II, e III di quello austroungarico, erano stati considerati da entrambi i contendenti, nel corso di tutto il conflitto, decisamente periferici. Vi erano state alcune battaglie di una certa consistenza, come quella sulle vedrette, nell’aprile del 1916, o quella per la conquista italiana del Cavento, nel giugno del 1917, ma i mezzi impiegati, come il numero dei combattenti, non aveva mai, in realtà, superato le dimensioni di un reggimento.

Viceversa, alla vigilia della grande offensiva sul Piave, i comandi austroungarici avevano deciso di attaccare in massa il passo del Tonale, con un’operazione denominata Lawine (valanga), perseguendo un duplice obbiettivo: in primo luogo, distrarre gli avversari da quanto si andava preparando in Veneto e, in secondo luogo, tentare un’avanzata strategica lungo la valle dell’Oglio, per cercare di sbucare in pianura, sulle sponde del lago d’Iseo. Se la seconda ipotesi appare oggi tanto velleitaria da farci dubitare perfino della reale convinzione dei comandanti imperiali circa la possibilità di un simile sfondamento, la prima, pur perfettamente plausibile secondo la dottrina militare dell’epoca, appare altrettanto improbabile, data la quasi impossibilità, da parte austroungarica di tenere nascosti i preparativi di un attacco così massiccio come l’operazione Albrecht all’osservazione italiana.

Va detto che, nel corso di tutta la guerra, i rispettivi comandi erano quasi sempre a conoscenza nel dettaglio delle intenzioni avversarie: l’aumento del numero di disertori faceva facilmente presagire l’imminenza di un attacco, mentre le operazioni di spionaggio e controspionaggio, ancora a livello semipionieristico, permettevano un transito di informazioni piuttosto efficace, per quanto caotico.

Inoltre, nonostante la pomposa definizione di “armata” data alle forze attaccanti, esse ammontavano, in pratica, a due sole divisioni, la 1a JTD e la 22a Schützen, con la 7a e la 22a brigata da montagna, il 3° e 26° reggimento Schützen, il 1° e il 2° reggimento Kaiserschützen, più una compagnia d’assalto (Sturmkompanie) e due battaglioni di Feldjäger. Avrebbe appoggiato l’azione il fuoco di 24 batterie.

Come si può notare, si tratta di forze ragguardevoli, per le caratteristiche di quel settore di fronte, ma non certamente in grado di realizzare quel sogno strategico che si concretizzava nelle ingenue scritte che i soldati imperiali avevano vergato sui propri elmetti: Nach Mailand. Quanto agli italiani, essi non erano in rotta: anzi, proprio in quel periodo stavano ammassando truppe nel sottosettore Valcamonica, in previsione delle operazioni offensive dell’estate, mentre molti reparti già si trovavano in linea, in seguito alla battaglia di fine maggio in conca Presena e sui Monticelli, che aveva permesso agli alpini di riconquistare la preziosissima posizione di passo Paradiso, perduta all’inizio del conflitto. Si trattava di ottimi battaglioni alpini, come l’Edolo, il Valcamonica, il Monterosa, il Monte Clapier.

L’attacco austroungarico, dunque, sarebbe iniziato da posizioni di partenza meno favorevoli di quanto non sarebbe avvenuto anche solo un mese prima e con un organico decisamente insufficiente a garantire un ampio successo strategico contro truppe esperte, schierate su buone posizioni e fortemente motivate dai recenti successi. Ciò nondimeno, il 13 giugno, alle prime ore del mattino, le artiglierie austroungariche iniziarono un pesante bombardamento preliminare, colpendo tanto le posizioni avversarie del Tonale orientale, ossia i Monticelli, quanto la ridotta del passo e le linee ad ovest del valico, ovvero di Cima Cadì (il “Porcospino”) e del Montozzo.

Intorno alle 6 del mattino, le fanterie avanzarono lungo le due principali direttrici d’attacco: dall’Ospizio San Bartolomeo verso cima Cadì e dalla quota 2.432 dei Monticelli (l’unica rimasta in mano austroungarica) verso la quota 2.545, che fu conquistata dai Kaiserschützen al prezzo di perdite pesantissime. Il “Porcospino” venne conteso tra alpini e Jäger per tutta la giornata, ma, alla fine, gli italiani ebbero la meglio, ricacciando gli avversari dalla posizione. Nella conca del Tonale, invece, l’attacco fallì su tutta la linea. Sotto l’ombrello delle artiglierie, che erano state le uniche a prevalere nettamente nello scontro, i valorosi attaccanti dovettero rientrare nelle proprie linee, dopo avere subito perdite assai gravi.

Dunque, l’operazione Lawine, dopo un solo giorno era praticamente fallita. I dati forniti sulle perdite sono, perfino a detta degli storici locali, poco attendibili: 2.300 austroungarici contro 320 italiani, che ci paiono francamente ottimistiche in chiave patriottica, pur considerando il considerevole numero di prigionieri rimasti in mano italiana, specialmente nella conca del Tonale.

Questo ci permette di spendere due parole sulla spinosa questione del calcolo delle perdite subite dai due eserciti: in realtà, questo calcolo è, ancora oggi, abbastanza complicato, specialmente in occasione di scontri molto confusi e di breve durata: possediamo un albo d’oro dei caduti (peraltro costantemente aggiornato), ma le informazioni sui feriti e sui prigionieri, che necessiterebbero di database incrociati, non sempre sono facilmente accessibili.

Si immagini, ad esempio, il caso di un soldato che venga preso prigioniero ferito e che, dopo un certo periodo in prigionia, muoia: i suoi dati andrebbero, in questa circostanza tutt’altro che rara, opportunamente elaborati, cosa non sempre possibile, vuoi per ragioni oggettive, vuoi per umano pressapochismo. Ne deriva il fatto che, qualche volta, lo storico debba andare per esperienza e buon senso: nell’operazione Lawine, certamente, le perdite complessive austroungariche (morti, feriti e prigionieri), sono state molto superiori a quelle italiane, ma l’entità di questa differenza, probabilmente, è dell’ordine di uno a tre, uno a quattro.

Resta, comunque, l’immagine terribile descritta da Gianmaria Bonaldi, La Ecia, dopo la fine della battaglia:  “La vasta piana del Tonale, le pendici dei Monticelli e di Cima Cady erano un tragico viluppo di morti uno sull’altro, a cataste nei punti più contesi. La notte scese su tanta furia e strazio di uomini: le grida dei feriti risuonavano spaventose nell’oscurità…”.

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