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Zanchi: “Barocco o pop, il cuore è sempre un’icona sacra per l’uomo” foto

Venerdì 23 giugno alle 18 in Gamec (Spazio ParolaImmagine) Giuliano Zanchi presenterà il suo libro “Le migrazioni del cuore – variazioni di un'immagine tra devozione e street art”.

Venerdì 23 giugno alle 18 in Gamec (Spazio ParolaImmagine) Giuliano Zanchi presenterà il suo libro “Le migrazioni del cuore – variazioni di un’immagine tra devozione e street art”.

La conversazione, con Alessio Francesco Palmieri-Marinoni storico del costume e della moda e Giacinto Di Pietrantonio direttore Gamec, sarà l’occasione per una ricognizione su alcune icone del sacro nell’arte contemporanea. Abbiamo sentito in anteprima l’autore, Giuliano Zanchi, segretario generale della Fondazione Adriano Bernareggi.

Come è nata l’idea di un lavoro sul Sacro Cuore di Gesù nell’arte contemporanea?
Lo scorso anno sono stato invitato a tenere una conferenza sul tema per la settimana di formazione dei religiosi Dehoniani. A tale sollecitazione avevo reagito con una certa perplessità perché mi pareva che i due ambiti non fossero molto coerenti fra loro. Invece è stata l’occasione di uno studio che ha riservato molte sorprese. E che ha fatto nascere l’idea di tradurre questa ricerca in una pubblicazione.

Il libro punta più sulla sacralità dell’immagine o più sull’icona pop?
È straordinaria la capacità delle immagini religiose di attraversare la storia assumendo di volta in volta significati anche molto diversi, magari mantenendoli vivi contemporaneamente. Quella del Sacro Cuore è una vicenda di questo tipo: nel testo ricostruisco la genesi della iconografia nella cornice della nascita della devozione per mostrare sia le tonalità che assume questa devozione sia la corrispondente traduzione iconografica. La quale finisce per viaggiare dentro territori apparentemente impropri ma che in realtà hanno messo a frutto la vitalità di un’immagine che è nata in ambito sacrale ed è finita anche nella vita secolare.

Quali gli artisti che hanno “giocato” con questa icona?
Il settecentesco Pompeo Batoni è colui che l’ha elaborata. Fu lui a produrre l’immagine che sarà poi codificata come il Sacro Cuore di Gesù. In tempi moderni, è stato di Lucio Fontana il tentativo di rivitalizzare tale iconografia nella Chiesa di San Fedele a Milano. Poi si contano operazioni di ogni tipo, come la parodia di Pool&Marianela, due artisti argentini che si sono inventati un Ken Sacro Cuore, riduzione consumistica di un’estetica che può arrivare a imprigionare l’immaginario umano e religioso. C’è Damien Hirst, con serie intitolate esplicitamente al Sacro Cuore, ci sono i due fotografi Pierre et Gilles che han lavorato tantissimo nel rimodulare in chiave pop l’immaginario devozionale legato ai santi e alle immagini sacre, e tanti altri come Jan Fabre, Claudio Parmiggiani, Antonio Riello…

L’immagine di copertina fa molto street-art.
Infatti questo è un murale anonimo, di un writer sconosciuto. L’immagine richiama il fatto che l’iconografia del Sacro Cuore, come la suggestione del cuore in generale, ha trovato molta fortuna anche nell’arte di strada, che è diventata una delle forme di arte divenute più popolari oggi. A volte è citata secondo i registri espliciti dell’iconografia religiosa, a volte torna nelle interpretazioni di grandi writers come Bansky.

Sacralità, provocazione, dissacrazione. Come si rapporta il mondo ecclesiastico a queste riletture in chiave artistica?
Penso che la sensibilità cristiana parrocchiale di base sia ancora profondamente in difficoltà rispetto alle nuove modalità di espressione della cultura artistica contemporanea. Per tante ragioni che sarebbe complesso da dire. La prima è certamente che questo cambiamento di paradigma richiederebbe alla cultura cristiana di rivedere tutto l’aspetto delle proprie estetiche e del proprio immaginario, anche in rapporto al cammino teologico che nel frattempo il cristianesimo ha prodotto. Questo compito è aggravato dal fatto che il cattolicesimo fatica a elaborare i suoi stessi progressi teologici e culturali, che sono a volte oggetto di ritrattazione. Inoltre, i paradigmi dell’arte contemporanea fanno valere delle chiavi di valore che non sempre sono quelle di cui il cristianesimo ha bisogno. Il successo e la resistenza delle immagini devote, che ci appaiono anacronistiche nella vita di oggi, è dovuto alla coscienza religiosa che ha sempre bisogno di immagini che attivino dei sentimenti e delle relazioni affettive. Mentre l’arte contemporanea lavora soprattutto su categorie concettuali, tende a provocare un cortocircuito mentale, logico. È una disparità che andrebbe ricomposta con molta pazienza, molta attenzione, molta ricerca e con una assidua frequentazione reciproca.

 

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