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Ciao Nino, il fotoreporter che raccontò Chernobyl foto

Giuseppe Ruggieri, direttore de La Rassegna, ricorda il grande fotografo Nino Cassotti scomparso nei giorni scorsi.

Se è vero che un’immagine può raccontare una vita, ce n’è una che più di tutte ha sintetizzato la figura di Nino Cassotti, il fotoreporter valdimagnino morto venerdì scorso, a 76 anni, all’Hospice di via Borgo Palazzo dopo una lunga malattia. La foto porta la data del 1990 ed è stata scattata a Chernobyl. Ninetto sta in piedi sul tetto della sua Lancia Thema, in mano la fedele Canon e sullo sfondo la Centrale nucleare esplosa il 26 aprile dell’86. Sono passati quattro anni dal terribile disastro e Nino è lì. Alle spalle un viaggio lungo 2.500 chilometri, davanti l’obiettivo pronto a immortalare anche il cuore del “mostro” radioattivo. Ci voleva coraggio e una buona dose di follia per imbarcarsi in una simile impresa. Forse per questo Vito Liverani, dell’Agenzia Omega, s’era rivolto a quel “pazzo” della Valle Imagna. E c’aveva azzeccato.

È un episodio, tra i tanti, che racconta della vita rocambolesca che Nino aveva incisa nel Dna. In lui, tutto era fuori dalla cosiddetta normalità, dagli stereotipi. Per dirla alla Vasco Rossi, voleva una vita esagerata e così l’ha vissuta, sia nei vizi che nelle virtù, sfidando un conformismo spesso difficile da scalfire alle nostre latitudini. Rivoluzionario a suo modo, ma sempre con un immutabile rispetto per il prossimo e per la macchina fotografica, compagna di vita fino agli ultimi giorni.
Il suo bagaglio professionale era inappuntabile, rafforzato da una disponibilità fuori dal comune. In qualsiasi circostanza, Nino c’era. Anche nelle cosiddette “zone calde” come l’ex Jugoslavia durante la guerra civile, a Soweto (in Sudafrica) in piena apartheid, in Friuli dopo il terremoto, in Val di Sangro per l’attentato all’Intercity. A pubblicare i suoi servizi, oltre 70 testate tra agenzie, periodici e quotidiani nazionali e locali.

Per tanti di noi, che anni fa hanno abbracciato la professione giornalistica, Nino è sempre stato un mito. Uscire per un servizio e averlo accanto era una garanzia (difficilmente si tornava a mani vuote) e al tempo stesso un momento formativo, grazie ai consigli che sapeva dispensare senza mai salire in cattedra. Sapevamo tutti che dietro quell’aria da finto burbero e da personaggio roboante si nascondeva un gran cuore, una generosità fuori dal comune e una disponibilità verso gli altri alquanto rara (e purtroppo non è mancato chi se n’è approfittato). Per questo gli abbiamo voluto bene.

Sant’Omobono – il paese che non ha mai voluto abbandonare, nonostante avesse girato mezzo mondo – gli ha riservato l’ultimo saluto. Nino se n’è andato dopo una lunga malattia che ha affrontato da combattente qual era, circondato dall’affetto degli amici e, soprattutto, della moglie Carmen e dei figli Nadia e Roby, quest’ultimo, ancora giovanissimo, “arruolato” nella ditta Cassotti con tanto di macchina fotografica al collo.

Anche negli ultimi giorni aveva conservato lo spirito indomito e la capacità di far “vivere” il Nino che a lui piaceva di più, quello che conquistava e sapeva farsi voler bene, pronto alla battuta, a regalare una risata, a evocare la mitica “bombata”, la super bevuta (ormai solo virtuale), e a viaggiare nel tempo grazie a una memoria invidiabile. È stato un personaggio a suo modo unico il Nino, genuino e sincero, capace di infischiarsene del giudizio di benpensanti e moralisti e di vivere la sua vita con coerenza, anche pagando, in alcuni casi, un prezzo elevato. Era un vero “potentissimo” – aggettivo che ricorreva spesso sulla sua bocca quando incontrava gli amici – e anche per questo ci mancherà. Ciao Nino.

Giuseppe Ruggieri
Direttore de La Rassegna

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