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La rivoluzione di Paul Weller fa muovere gli arti inferiori e riscaldare l’ugola

Paul Weller ci regala un bellissimo lavoro, A kind of revolution, con il quale festeggia i 40 anni di carriera. Brother Giober ci regala un riassunto dei migliori dischi del momento (e non solo)

Giudizio:
* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema;
** se non ho proprio altro da ascoltare….
*** in fin dei conti , poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! non mi esce più dalla testa;

brother

ARTISTA: Paul Weller
TITOLO: A kind of revolution
GIUDIZIO: ****

Non so se l’ultimo disco di Paul Weller sia da considerare la migliore uscita di questi due ultimi mesi. Forse il lavoro di Taj Mahal in coppia con Keb’Mo’ meriterebbe qualche cosa in più così come Joy comes back di Ruthie Foster che ancora una volta sfiora il capolavoro.

Ma chi ama la musica, almeno la “nostra”, quella legata al soul, al blues, al rock, non può disconoscere l’importanza fondamentale di Paul Weller e l’influenza che ha avuto su schiere di musicisti e, in genere, su tutto quanto è stato prodotto negli ultimi decenni; ed è anche per questo che il Modfather merita la copertina.

Oggi Paul Weller i suoi (quasi) sessant’anni li porta benissimo, non solo esteticamente, ma anche artisticamente tanto da regalarci un bellissimo lavoro, A Kind of revolution, con il quale festeggia i 40 anni di carriera.

Negli anni ’70 ci ha deliziato con i Jam e chi ha la mia età non ha certo dimenticato dischi come Setting Songs e formidabili canzoni come A town called malice probabilmente il più grande successo del gruppo, partorito in un’epoca in cui Paul Weller e i suoi compagni rappresentavano il manifesto della tradizione Mod, sia esteticamente che musicalmente. Poi a partire dagli anni ’80 l’avventura con gli Style Council e la musica che diviene estremamente raffinata densa di umori jazz, soul e pregna di un amore sviscerato, e per nulla celato, verso tutto quello che aveva origini black. È questo il momento per me in cui l’amore verso Paul Weller raggiunge l’apice: ancor oggi canzoni come Headstart for Happiness, You’re the Best Thing, Every Changing Mood, Speak Like a Child, fanno parte della mia colonna sonora personale.

Unico rammarico di questo periodo forse la mancanza di un disco “live” di livello.

Poi ad un certo punto anche l’avventura con gli Style Council termina e Paul Weller inizia un percorso da solista che lo porta a ripercorre la tradizione della musica rock, del soul, del blues. Vengono pubblicati una serie di dischi, quasi tutti di indubbio valore e alcuni dei quali veri e propri capolavori come Stanley Road o Wild Wood. Chiunque volesse iniziare la frequentazione potrebbe indistintamente, o quasi, scegliere un qualsiasi album e ricevere le medesime buone sensazioni. E se proprio si volesse avere un’idea completa ed entusiasmante dell’artista, credo che le registrazioni alla BBC (quattro cd) rappresentino un’opera essenziale e irrinunciabile per chi voglia comprendere sino in fondo la grandezza del Modfather.

Altro discorso ma medesimo giudizio finale per quanto concerne la sua attività live: i suoi concerti durante i quali è possibile ascoltare significative cover di artisti soul (deleberrima è la What’s goin on di Marvin Gaye) rappresentano da sempre i momenti di maggiore intensità dell’amore tra il “Modfather” e i suoi fans.

Anche qui però manca ancora a mio parere un “live” definitivo.

Tuttavia era evidente che Paul, Cappuccino Kid, Weller covasse qualche rancore complici anche le tiepide accoglienze al disco precedente Pattern Saturns , un confuso omaggio agli anni ‘70 e così ecco la svolta e la pubblicazione di A kind of revolution, disco con il quale ha voluto festeggiare il 40° della pubblicazione del primo album con i Jam “In the City”.

A dispetto del titolo, il lavoro di rivoluzionario ha ben poco, ma in questo caso non è un limite. Le canzoni viaggiano tutte entro i lidi ben conosciuti dei generi più frequentati dal nostro. Il soul , il rock, le famose ballad, sono tutte presenti e creano un insieme sonoro vario e fresco.

Nonostante che il clima sociale suggerirebbe l’idea di alzare gli scudi a difesa di ideali ancora attuali, il nostro si limita a trattare temi che nulla hanno a che vedere con la protesta , forse stufo di rappresentare una voce fuori dal coro. Ma ammesso che questi siano limiti, per nulla intaccano la validità del lavoro che si pregia di un contesto sonora di assoluto pregio.

Si parte alla grande con Woo Se Mama, provvista come è di un solido riff chiatarristico che a seconda delle angolazioni può riportare alla mente i Kinks degli anni ’60 a cui Paul Weller deve molto, oppure le migliori cose di Lenny Kravitz e si prosegue con Nova un brano che inizialmente sembra tratto da qualche disco oscuro new wave di fine anni settanta che però, quando entrano i fiati e il ritmo aumenta, ha squarci improvvisi con richiami al soul, al rhythm ‘n’ blues,.

Fino a qui tutto bello, forse un po’ scontato ma “che classe” pensi. Poi però arriva Long Long Road, una ballata tra le migliori del nostro che è li a ricordaci che Paul Weller nell’ultimo trentennio è stato l’autore di canzoni memorabili che, in parte rivivono in quest’ultima, del tutto degna di fare parte del prossimo Best of a condizione che il nostro abbia mai voglia di pubblicare un disco di successi.

Poi il cambio di genere è violento perché è la volta di She Moves With The Fayre un brano che, a tutti gli effetti, rappresenta un omaggio a David Bowie del quale Weller richiama modi di cantare e atmosfere funky, periodo americano del Duca bianco. E questa volta a impreziosire il tutto c’è anche un breve intervento dalla tromba di Robert Wyatt, figura carismatica del prog inglese degli anni ‘70 e poi protagonista di una strordinaria carriera solista, penalizzata da un incidente che lo ha costretto alla sedia a rotelle.

The Cranes Are Back è una ballata dalla luce soffusa, che fonda la propria bellezza su atmosfere languide ma mai statiche, certamente uno dei brani più riusciti dell’intero lavoro.
Ancora un rapido cambio di scena ed ecco Hopper, brano pop, ma di classe enorme, con tocchi di genialità che stanno nella semplicità dell’armonia, nell’uso della sezione dei fiati e che ricorda la facilità di comporre dei più grandi del passato (Beatles e Kinks in prima linea).

Oramai si è capito che la duttilità e la varietà sono le cifre principali del lavoro: New York mescola nuovamente le carte in tavola ed è un brano basato su movenze quasi funky che ricordano alcuni lavori passati di Steve Winwood periodo Arc of a Diver; le aperture melodiche sono di livello superiore e alla fine il brano riesce a convincere del tutto.

In One Tear il cameo è affidato a Boy George (Do You Really want to hurt me….tanto per intenderci) e se l’accostamento pare improponibile , lo è molto meno considerando che Boy George, al netto dei lidi musicali che ha frequentato, ha una delle più belle voci della scena inglese e, calato in un contesto sonoro rispettabile, ne esce, ancor oggi, alla grande.

Il brano, il più lungo della raccolta, è ritmato e fresco e, seppur non da annoverare tra i migliori episodi, riesce ugualmente a fare una discreta figura. La matrice è soul ma il suono è quasi sporco, creando un bel contrasto. Le numerose pause danno un senso di suite e donano alla canzone un suo fascino particolare, molto anni ’80.

Satellite Kid riporta ancora una volta indietro negli anni: la melodia lascia spazio a intervalli strumentali dove alla fantasia (musicale) viene dato libero sfogo; la libertà compositiva e la resa sonora, riportano agli anni ’70.

Chiude il disco The Impossible Idea, ancora una ballad, molto english e molto pop, con una bella melodia e interpretata magistralmente.

Gran bel disco, veramente. Paul Weller abbandona certi estremismi del passato che rendevano alcuni lavori, specialmente gli ultimissimi, non così gradevoli e ci regala un lavoro di indubbia bellezza, da ascoltare tutto d’un fiato, per emozionarsi, divertirsi, muovere gli arti inferiori e riscaldare l’ugola. Da avere assolutamente. Grande Paul!
Un’ultima nota: nella versione Deluxe vengono aggiunte le tracce solo strumentali che però aiutano a comprendere ancor di più la bellezza delle composizioni. Per una volta tanto le bonus tracks non sono del tutto inutili.

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Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Tutto veramente bello e interessante, ma la cosa che mi ha fatto venire i brividi è la riscoperta di Michel Petrucciani!
    Non potrò mai dimenticare quella sera di tanti anni fa al Donizetti (Una trentina? Non sono bravo con le date).
    Tutti col fiato sospeso nel vedere arrivare sul palco quel piccolo grande uomo, quella sera suonava da solo, vederlo salire a fatica sullo sgabello del pianoforte, salutare il pubblico e… e poi, come si dice, è venuto giù il teatro!!! Buona musica a tutti.