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Sir Jeffrey Tate: la forza di uno sguardo, la magia di una bacchetta - BergamoNews
Il ricordo

Sir Jeffrey Tate: la forza di uno sguardo, la magia di una bacchetta

Vittorio Mascherpa ricorda per Operaclick Jeffrey Tate, il direttore d'orchestra morto per un infarto sabato mentre visitava l'Accademia Carrara di Bergamo

Vittorio Mascherpa ricorda per Operaclick Jeffrey Tate, il direttore d’orchestra morto per un infarto sabato mentre visitava l’Accademia Carrara di Bergamo

Sentii per la prima volta Jeffrey Tate nell’aprile del Novantasette al Regio di Torino in Arianna a Nasso, l’ultima meno d’un mese fa al Malibran di Venezia. Quello Strauss di vent’anni fa mi lasciò senza parole: non immaginavo che potessero ripetersi in teatro i miracoli d’equilibrio sonoro e potente espressione che conoscevo da alcune sue registrazioni: quella basata sull’edizione Kaye dei Contes e quella, stupenda, della Missa Solemnis; per tacere del ricordo della rielaborazione henziana del Ritorno d’Ulisse in patria ascoltata alla radio una dozzina d’anni prima, la cui profonda impressione mi fu confermata dai CD pubblicati in séguito.

Mi riuscì sempre impossibile distinguere se mi colpisse di più la straordinaria capacità di Tate d’ottenere il miglior risultato strumentale da qualsiasi orchestra dirigesse, o la pregnanza emotiva che riusciva a dare a ogni voce della partitura.

La sua insolita vicenda professionale è notissima: affetto da gravi malformazioni sin dalla nascita, studiò musica e medicina, esercitando per qualche anno la pratica ospedaliera nel settore oculistico. Ma scelse di perfezionarsi a tempo pieno presso il London Opera Centre, diventando nel 1970, a ventisette anni, assistente per la preparazione dei cantanti dell’allora nume tutelare del Covent Garden, George Solti. Molte sono le testimonianze della grandissima cura che Tate dedicò anche in seguito a questa attività fondamentale nel teatro d’opera, e dell’influsso determinante e duraturo che ebbe su non pochi artisti con i quali aveva “studiato un personaggio”.

A parere non solo mio, decisiva fu poi la collaborazione con Pierre Boulez per il Ring “del Centenario” a Bayreuth e per la storica Lulu parigina del 1979, quando già aveva debuttato come responsabile musicale d’uno spettacolo, con la Carmen a Göteborg. E fu proprio la profonda familiarità con l’opera finalmente completa di Berg a consentirgli, nella stagione successiva, di sostituire senza preavviso James Levine sul podio del Metropolitan, inaugurando così una grande carriera internazionale che s’è conclusa mercoledì 31 maggio a Trento con l’estremo capolavoro di Mahler, quella Nona sinfonia la cui partitura finisce svanendo come un monito nel silenzio.

Sintomi evidenti del positivo influsso esercitato da Boulez sul giovane Tate restarono fino all’ultimo l’estrema economia del gesto e l’osservanza rigorosa del concetto che esso deve comunicare tensione ad esecutori e ascoltatori, ma non al direttore stesso, pena l’inefficacia e un’inutile fatica. Un influsso tipicamente di metodo, quindi, che non impedì a Tate di evolvere in direzioni diversissime dall’illustre maestro. Ne sono indice, infatti, non solo i loro repertori, in gran parte non sovrapponibili, ma anche gli approcci interpretativi, indubbiamente più lirici o distesamente narrativi in Tate: lo si nota oggettivamente, ad esempio, nei dischi della Lulu che dobbiamo ai due maestri e nelle diverse scelte agogiche tra la registrazione bouleziana del Ring e le tre parti di esso dirette da Tate che ascoltai tra il 2001 e il 2009 (persi purtroppo la Valchiria).

Un’altra pietra miliare dei miei ascolti del direttore inglese fu il Peter Grimes scaligero del giugno 2000, con Langridge e tutto il cast vocale portato a un’espressività senza confronto, per tacere di un’orchestra ritornata a un suono indimenticabile. L’anno seguente ebbi la fortunosa occasione d’assistere a Colonia a una replica dell’Oro del Reno, diretta da Tate con la regia di Carsen: fu la rivelazione d’un Wagner “nuovo”, direi d’un pessimismo più naturalistico che storico come in Boulez e Chéreau un quarto di secolo prima. Un Ring di grande rilievo diretto da Tate era stato il primo completo australiano, ad Adelaide nel 1998 (!): ancor oggi il ricordo, perlomeno in loco, di quelle recite è così forte che tra i vari incarichi che Tate assolse fino al momento della scomparsa si contava anche quello di Principal Guest Conductor and Artistic Adviser dell’Adelaide Symphony Orchestra.

Non inferiore al mio ricordo dell’Arianna fu poi il Capriccio torinese dell’ottobre 2002, in cui la densità brunita del colore, scevra da bellurie sonore, anticipò sin dall’inizio la tragedia finale immaginata dal regista Miller, senz’andare mai a scapito d’una trasparenza perfetta (il convincente Flamand di quella produzione, in séguito assurto a fama planetaria, dimostra ancora una volta la cura estrema dedicata da Tate alla preparazione dei cantanti).

Durante la replica del Tannhäuser a cui assistetti nel febbraio 2005 al Teatro degli Arcimboldi, Tate e il Wolfram sublime di Peter Mattei scatenarono un insolito applauso a scena aperta dopo «…wie ich erkenn’ der Liebe reinstes Wesen»: non vi fu alcuna protesta, direi anzi che nessuno si stupì più di quel tanto, vista la temperatura al calor bianco dell’esecuzione… Non diresse mai Tristano, perché lo trovava, come anche Otello, eccessivamente gravoso per il suo fisico.

Il suo indimenticato periodo come direttore musicale al San Carlo, l’intensa collaborazione con la Fenice e il recentissimo Brahms a Firenze sono ampiamente documentati su questo sito da recensioni quasi sempre entusiastiche prima ancora che ammirate; in particolare a Venezia, il vertiginoso Turn of the Screw del 2010, l’Idomeneo che aprì la stagione 2015-16, la Seconda e la Quinta sinfonia nell’integrale bruckneriana dell’anno scorso, fino ai due ultimi concerti di questo aprile-maggio, hanno segnato un crescendo di valori culminato quest’anno nella Sinfonia in due movimenti di Schubert e nella Settima di Beethoven.

Dopo la Quinta di Bruckner scrissi, e chiedo venia per la ripetizione: «… questo direttore sembra avere carpito ad alcuni pochi grandissimi il segreto di sostenere tesi fraseggio e suono senza ricorrere mai alla scorciatoia della concitazione … arcate e fiati degli strumentisti sembravano nascere immediatamente dalla punta della sua bacchetta, dalla prontezza dei suoi cenni, dalla forza del suo sguardo».

Vittorio Mascherpa

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