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Terrorismo: ipocrisia e razzismo in chi si mobilita solo per alcune vittime

Mobilitiamoci per tutti e non solo per quelli più pittoreschi o politicamente remunerativi, oppure non mobilitiamoci affatto, evitando l’ipocrisia suprema.

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Un morto è un morto: non è un simbolo, se non di un’assenza, e non è merce di scambio, se non per chi mercanteggia anche sulla propria anima. Nella mia professione, purtroppo, si finisce coll’avere, nei confronti della morte, un rapporto falsato: a forza di raccontare morti in numeri enormi, di solito camuffati dietro edulcoranti metafore tecniche, come perdite o caduti, si diventa un po’ come gli anatomopatologi, per cui un cadavere è, in fondo, soltanto un lavoro.

Invece, i morti sono persone: lasciano sempre, dietro di sé, dolore, rimpianto, straziante distacco. Ed ogni morto, chi più chi meno, nasconde la stessa tragedia: rappresenta la più assoluta ed inevitabile delle nostre paure, ombra profonda, perdita delle cose care.

Eppure, la percezione della morte altrui è quanto di meno oggettivo si possa concepire: subisce variazioni gigantesche, a seconda che il morto si trovi sul nostro pianerottolo o, addirittura, in casa nostra o che si tratti, invece, di morti tanto lontani, nel tempo e nello spazio, da apparire come ombre diafane, rese quasi impercettibili dalla remota distanza da cui ci appaiono.

Vi è, tuttavia, un caso in cui i morti dovrebbero avere peso e valenza analoghi: quando questi morti, come nel caso del terrorismo, sono vittime di un medesimo orrore e subiscono la medesima, atroce sorte.

Viceversa, i mezzi di comunicazione, che, ormai, sono la cartina tornasole e, in qualche modo, il catalizzatore dei nostri sentimenti, determinano il fatto che, certe morti per noi siano più importanti di altre, benché del tutto analoghe per modalità, drammaticità e strazio. Un bambino ucciso a Parigi vale più di quello ammazzato in Siria: una strage fatta in Germania ci colpisce enormemente più della stessa strage compiuta in Egitto.

E questo significa che esiste, purtroppo, un nuovo tipo di razzismo: il razzismo umanitario. Un piagnucoloso, politicamente correttissimo razzismo, applicato da milioni di bravissime persone, sempre pronte a mobilitarsi coi loro gessetti, le loro candeline, le marce solidali, le canzoni, per certe morti: pronte sempre a commuoversi per certi dolori, ignorando con un’alzata di spalle altri dolori. Alcuni dei quali causati dalle bombe e dal fosforo di quelli che, nell’immaginario occidentale, sono per antonomasia i buoni: ma che buoni non sono per nulla, evidentemente.

Questa è ipocrisia, disattenzione, ma, soprattutto, come scrivevo poco sopra, è razzismo: certo, un razzismo meno plateale di quello del KKK o delle SS, ma pur sempre nutrito dalla medesima, insopportabile, sindrome del chosen people.

La storia è piena, purtroppo, di popoli che si credevano eletti o, perlomeno, citando Lincoln, “quasi eletti”: spesso, questi popoli hanno combinato considerevoli disastri. Ma i morti, maledizione, perlomeno i morti, lasciamoli fuori da questa selezione darwiniana: hanno madri, padri, fratelli, mogli. Sono tutti vittime.

Mobilitiamoci per tutti e non solo per quelli più pittoreschi o politicamente remunerativi, oppure non mobilitiamoci affatto, evitando l’ipocrisia suprema. C’è una sola pace, come c’è una sola vita, in fondo.

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