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Grande Guerra, Pillola 124: Kaiserschlacht, l’ultima offensiva (prima parte) fotogallery

Hindenburg e Ludendorff, al vertice delle forze armate germaniche dopo la defenestrazione di Falkenhayn e della sua strategia dell’”attrito”, stabilirono di giocarsi il successo finale nella primavera 1918, con un solo, poderoso, colpo di mano, che, al contempo, permettesse di sfruttare il momentaneo vantaggio numerico tedesco, anticipasse lo sforzo bellico americano e costringesse l’Intesa ad una pace a condizione.

Nell’inverno 1917-18, appariva ormai chiaro ai comandi germanici che la guerra, sul fronte occidentale, si stava avviando verso una conclusione negativa per la Germania: la resa della Russia aveva dato ai tedeschi una momentanea superiorità numerica sui propri avversari, ma era chiaro che l’intervento americano, prima o poi, avrebbe fatto pendere l’ago della bilancia a favore dell’Intesa.

E’ vero che, fino a quel momento, la presenza statunitense al fronte era stata pressochè simbolica, con pochi uomini, quasi nessun equipaggiamento e addestramento precario, ma cominciavano ad essere evidenti i segnali di un impegno ben più intenso e di un contributo alla guerra che sarebbe stato, di lì a non molto, realmente determinante. Per questo, la diarchia Hindenburg/Ludendorff, che era al vertice delle forze armate germaniche dopo la defenestrazione di Falkenhayn e della sua strategia dell’”attrito”, stabilì di giocarsi il successo finale nella primavera 1918, con un solo, poderoso, colpo di mano, che, al contempo, permettesse di sfruttare il momentaneo vantaggio numerico tedesco, anticipasse lo sforzo bellico americano e costringesse l’Intesa ad una pace a condizione.

Questa grande offensiva, che fu l’ultima scatenata dalla Germania ad ovest, prese il nome di Kaiserschlacht (battaglia del Kaiser) ed impegnò tutte le energie residue dell’esercito tedesco, tanto che, al suo termine, la Germania fu costretta ad ammettere la propria sconfitta per esaurimento e a domandare la pace. Da un punto di vista strategico, l’offensiva non prevedeva nessuna clamorosa novità: i due obiettivi finali dello sfondamento avrebbero dovuto essere gli stessi del 1914, ovvero la conquista di Parigi e l’aggiramento del BEF, per isolarlo dai porti della Manica.

In pratica, una riproposizione del piano Schlieffen-Moltke e della corsa al mare dell’inizio del conflitto. Da allora, però, erano trascorsi quasi quattro anni in cui, sia pure molto lentamente, i generali avevano imparato dalle catastrofiche esperienze pregresse ad affrontare meglio il tremendo ostacolo della guerra d’assedio: nelle ultime battaglie del 1917, in particolare quelle di Cambrai, di Caporetto e di Riga, era apparsa chiarissima la superiorità tattica dell’infiltrazione per piccoli reparti rispetto ai grandi attacchi in massa di Verdun, del Carso o della Somme.

Inoltre, la guerra da trogloditi combattuta nelle trincee aveva dimostrato che, disponendo di ricoveri sufficientemente profondi, un esercito avrebbe potuto resistere a tempo indeterminato ad un bombardamento di saturazione, per quanto lungo e poderoso potesse essere: la preparazione d’artiglieria, perciò, divenne violentissima, breve, e concentrata su di un tratto ristretto di fronte, oggetto dello sfondamento critico.

Per il primo assalto vennero utilizzati reparti sceltissimi, denominati Stosstruppen, che avrebbero dovuto superare la prima linea avversaria prima che l’offensiva vera e propria scattasse ed aprire la strada alle fanterie. L’armamento individuale divenne più “portatile” e, allo stesso tempo, più efficace: mitragliatrici leggere che permettevano di usare le armi automatiche durante l’assalto e non solo a scopi difensivi, granate a mano in gran numero, mortai di piccolo calibro, lanciafiamme spalleggiabili e così via.

Insomma, l’unità d’assalto divenne un piccolo ed agguerritissimo reparto, che si muoveva autonomamente sul campo di battaglia, sfruttando di volta in volta le situazioni più favorevoli. Come vedremo, questa tattica ottenne un successo clamoroso, in occasione dell’offensiva di primavera, e permise uno sfondamento paragonabile a quello della 14a armata austro-tedesca sull’Isonzo: anzi, in un certo senso possiamo dire che le analogie tra Waffentreue e Kaiserschlacht furono numerose, sia all’inizio che alla fine dell’intera campagna.

Tanto a Caporetto quanto sul fronte occidentale la sorpresa tattica si rivelò fondamentale nello sfondamento, e tanto sul Piave quanto sull’Aisne e sulla Marna la battaglia d’arresto segnò, in prospettiva, il crollo definitivo di chi attaccava e la vittoria strategica di chi si difendeva.

L’unica vera grande differenza sta nella diversa percezione della battaglia: nel modo di raccontarla. Perché Caporetto divenne la metafora della sconfitta, mentre Kaiserschlacht fu rappresentata dalla storiografia successiva come l’anticamera della vittoria. Sul fronte occidentale, nella durissima battaglia di contenimento, combatterono e morirono molti più italiani di quanti francesi o inglesi furono impiegati e caddero sul Piave o sugli altipiani, ciò nonostante, a nessuno mai verrebbe in mente di sostenere la ridicola ipotesi di una Francia salvata dalla sconfitta dall’intervento del CdA del generale Albricci: eppure, l’idea che le truppe inglesi e francesi, schierate a tozzi e bocconi sul fronte italo-austriaco, possano aver evitato il tracollo finale dell’Italia è ancora ben radicata nell’opinione comune, e viene perfino accreditata da qualche storico poco avvertito o in malafede.

Questo perché il sentimento della guerra dipende moltissimo da come la guerra viene raccontata. L’Italia vinse la guerra sui campi di battaglia, ma perse, clamorosamente, quella delle parole. E questa mitizzazione alla rovescia ebbe, come vedremo, pesanti conseguenze sulla storia italiana del primo dopoguerra.

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