BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Numero chiuso alla Statale: “Non è contro il diritto allo studio. Dietro c’è molto altro”

Il 22 maggio il Senato Accademico dell'Università Statale di Milano si è espresso definitivamente: l'ingresso alle facoltà umanistiche sarà a numero chiuso già da settembre 2017. Marco Cangelli, classe '97 e studente di Storia alla Statale, vuole dire la sua

C’era una volta il mito del test di medicina: chi riusciva a passarlo era un miracolato, mentre per tutti gli altri o ci si riprovava nuovamente oppure si aprivano le porte di un’altra facoltà. Ebbene, dal 22 maggio 2017, quel mito non esiste più, per lo meno per gli studenti dell’Università degli Studi di Milano, dove l’entrata limitata non sarà più applicata solo ad alcune facoltà scientifiche, ma da settembre anche ai corsi di laurea triennale del dipartimento di studi umanistici.

Per gli studenti l’ennesimo impedimento al diritto allo studio, per alcuni professori una manna dal cielo, ma il tutto sarà veramente così ?

No, perché l’applicazione della limitazione di numero di studenti ammessi al primo anno non è contraria al diritto allo studio, in particolare se si guarda l’aspetto organizzativo. È una completa violazione del diritto allo studio far lezione in aule stracolme, dove è impossibile interagire con il docente, dove non esistono posti a sedere a sufficienza per tutti e si è costretti a sedersi per terra, “come delle scimmie” come un illustre professore ha definito i propri alunni ed il numero chiuso stesso eliminerà tutto ciò. Chi invoca il diritto allo studio per contrastare la decisione del Senato Accademico dice solo falsità perché esso in realtà è poter avere la possibilità di ascoltare la lezione in sicurezza, poter stringere un rapporto professionale con il docente, poter chiedere chiarimenti se necessario. Il numero chiuso permetterà di vivere l’università in maniera più pacifica, di poter lavorare in sicurezza, di non rischiare di perdere lezioni a causa dell’eccessivo afflusso di persone, ma, come al solito c’è sempre un ma.

La causa di tutto ciò è la presenza di persone che, chiuse loro le porte di altre facoltà, scelgono quei corsi di laurea per il piacere di avere un pezzo di carta in mano dopo tre anni, o peggio, che bivaccano in università solo per usare l’università per poter giustificare la loro completa inattività di fronte alle proprie famiglie. Secondo alcuni dati, nelle facoltà umanistiche, la presenza di abbandoni durante il percorso di studi è elevatissimo, come il numero di studenti fuori corso. Le facoltà umanistiche divengono quindi un refugium peccatorum per scansafatiche ed inattivi ed ancora una volta il numero chiuso permetterebbe di demolire tutto ciò a favore di chi realmente è motivato a laurearsi. Una prevenzione, il numero chiuso, contro l’effetto Salvini, noto per essere stato iscritto presso la facoltà di storia alla Statale per ben sedici anni senza mai laurearsi, odioso morbo che affligge gli studenti dell’Università degli Studi di Milano in grado di indurli all’abbandono precoce degli studi, ma tutto ciò non può bastare.

Andando a fondo nella questione si scopre in realtà come non centri assolutamente nulla il diritto allo studio, il miglioramento della condizione didattica o questioni simili, ma come l’unica cosa che conta siano come al solito i soldi. La presenza eccessiva di studenti presso queste facoltà implicherebbe un ammodernamento delle strutture ora presenti ed un aumento nel numero di docenti in servizio presso il dipartimento degli studi umanistici, con un insostenibile costo per le già sofferenti casse dello stato. Inutile dire come sia impossibile applicare il metodo francese in grado di risolvere tutti i problemi precedentemente espressi: esso implicherebbe un afflusso incalcolabile di studenti scremabile solo alla conclusione del primo anno, intollerabile per un sistema scolastico già in difficoltà nel fornire l’istruzione durante gli anni dell’obbligo.

Il Senato Accademico si è espresso una volta per tutte: inutili saranno scioperi, proteste o eventuali occupazioni, indietro non si può tornare. Il caso della Statale diviene un pericoloso precedente per tutte le università italiane, dove non è da escludere che in futuro si scelga di applicare lo stesso provvedimento. Per quanto il numero chiuso possa risolvere alcuni problemi, non risolverà di certo l’annoso grattacapo dell’abbandono scolastico. Il caso Statale non ci insegna altro che una cosa: se in Italia si deve tagliare da qualche parte, bisogna tagliare sulla cultura, perché con essa “non si mangia”. Per molti italiani la soluzione alla crisi economica è indirizzare di nuovo i ragazzi a lavorare in fabbrica, perché solo così si può creare lavoro, mentre la cultura è uno sfizio giovanile da eliminare il prima possibile.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.