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Michela Murgia, il suo romanzo al Donizetti: “Il testo teatrale mi ha commosso” foto video

Michela Murgia, nota scrittrice sarda, emozionata alla presentazione della produzione teatrale “Accabadora”, tratta dall’omonimo romanzo vincitore di numerosissimi premi

“In un mondo in cui si fanno sempre meno figli, non si mai è parlato così tanto di maternità. Si discute di cosa vuol dire essere madri, nelle varie sfaccettature che il termine ha assunto: madre naturale, madre biologica, madre sociale, madre in affitto” commenta Michela Murgia, nota scrittrice sarda, alla presentazione della produzione teatrale “Accabadora”, tratta dall’omonimo romanzo vincitore di numerosissimi premi.

murgia donizetti

L’autrice confessa che, sebbene in passato siano state proposte altre rivisitazioni del romanzo, questa è la prima e unica volta in cui si riconosce in prima persona nel lavoro che è stato fatto: “Quando ho letto il testo teatrale mi sono commossa perché non c’è una parola che non sia mia, ma il tutto è stato fatto in un modo in cui io non sarei stata capace, un modo in cui mi riconosco pienamente”.

Il progetto vede la collaborazione di un team tutto al femminile, del quale è emersa la forte coesione durante la conferenza stampa tenutasi nella sala Ricciardi del Teatro Donizetti di Bergamo. “Sono stata praticamente folgorata da questo romanzo – rivela Veronica Cruciani, regista – è per tale motivo che ho deciso di dare vita a questo progetto. Quando ho contattato Carlotta Corradi per l’adattamento teatrale era già chiaro che questo avrebbe assunto le vesti di un monologo, recitato dall’attrice Monica Piseddu nei panni di Maria, protagonista del romanzo”.

È nel rapporto tra Maria e la madre adottiva, Tizia Bonaria, fatto di amore ma anche di conflitti, che emerge dirompente il tema tanto caro alla scrittrice sarda: è madre solo colei che dà alla luce un figlio o è madre anche colei che si prende cura di un figlio come se fosse suo? La risposta sta nell’inevitabile considerazione che l’idea di famiglia tradizionale non appartiene più al nostro tempo, punto su cui scrittrice e regista concordano senza ombra di dubbio. Non solo, la stessa Murgia sostiene con fermezza che l’essere madri è una scelta consapevole, non un’imposizione di natura: “Ho paura di coloro che cercano di ridurre la maternità ad un fatto meramente biologico: non c’è nulla di ricollegabile alla natura nella decisione di di prendersi cura di un altro essere umano, che lo si sia generato oppure no”.

L’opera prende avvio dal momento in cui Maria torna in Sardegna dopo un lungo periodo di distacco dalla madre. La protagonista è costretta a fare ritorno nella patria terra per adempiere al naturale svolgersi del ciclo della vita: la madre, ormai vecchia e inerme, necessita di cure da parte della figlia.

In questo percorso introspettivo vedremo una crescita profonda del personaggio che si trova a doversi prendere cura della donna che l’ha allevata: l’inversione dei ruoli, la madre che diventa figlia e la figlia che diventa madre, conducono Maria a riconciliarsi con Bonaria. Ed è a questo punto che possiamo comprendere la scelta di Maria quale protagonista del monologo: si tratta di una dona dei nostri giorni in cui possiamo ben immedesimarci.

Proprio come è successo a Maria arriva un momento in cui vediamo i genitori come persone, e non semplicemente come guide. Il più delle volte in questo momento rimaniamo delusi: ci scontriamo con loro e arriviamo persino ad allontanarci per poi fare ritorno nel momento in cui la vita ci chiede un implicito compenso per ripagare i genitori delle cure ricevute da bambini.

Attraverso la storia di amore tra Maria, fill’e anima, e Bonaria, autrice e regista vogliono scuotere le mente e gli animi delle persone. Il messaggio è chiaro: per poter consolidare una società dalle più ampie vedute abbiamo bisogno di parlare di questi temi e continueremo a farlo per i prossimi decenni.

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