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“Da Marte con amore”: l’ultima puntata del racconto del giovane scrittore bergamasco

Si conclude la sezione di BGY dedicata alla raccolta di racconti di Emanuele Mandruzzato, scrittore 20enne bergamasco, intitolata "Da Marte con amore".

Oggi è il 31 agosto e questo è il mio sesto, ed ultimo, rapporto riguardante il pianeta terra.
Siete sorpresi, non è vero? Vi racconterò tutto ora, non preoccupatevi, sono certo che vi piacerebbe sapere qualcosa in anticipo, come si dice qui sulla Terra? Uno spoiler. Be’, ve lo darò: io non sono un Umano, io sono un Falcon. M’ero illuso, è stata tutta un’illusione, un gioco di potere.
10 giugno 2019, ore 22:30, mi stavo dirigendo al parco Suardi, Mathilda e Manuel dormivano ignari. Non presi la macchina, preferii fare due passi. D’estate la città ha un odore strano, ma decisamente piacevole, è come se arrivasse un po’ di freschezza in questo puzzolente sputo di smog e catrame. Fumavo nervosamente, quel Marazski m’ha attaccato un bruttissimo vizio, dopo la prima sigaretta non riuscii più a fermarmi: fanno tanto male al mio apparato respiratorio quanto attraggono la mia mente. Ero felice, nervoso, ansioso, timoroso, non riuscivo più a capire nulla, forse c’era veramente Clara là, ad aspettarmi, ma me lo sentivo che si trattava di una trappola. Entrai nel parco, dovetti scavalcare la ringhiera. Camminai un po’, lungo il sentiero, e poi la vidi, stava seduta su una panchina, mi avvicinai lentamente. Era ancora bella come me la ricordavo, il suo naso stava ancora lì, in mezzo a quel dolce faccino.
“Dove diavolo eri finita?”
Mi abbracciò ed iniziò piangere, “grazie al cielo sei qui! Non sai cosa m’hanno fatto, ma io sono stata brava, non gli ho detto nulla e sono scappata. Sono stata brava, sì?”
Sembrava dannatamente sincera, la strinsi forte a me. Sentii un leggero dolore al petto, come se m’avesse punto uno spillo, poi tutto divenne nero.
Aprii gli occhi, mi trovavo in un’enorme stanza bianca, le pareti sembravano imbottite, io ero fisicamente inchiodato ad una di quelle. I chiodi stavano dilaniando la carne dei polsi e delle caviglie, il mio corpo non riusciva a rispondere con la solita energia.
“Questo è solo un assaggio di quello che ti succederà se non collabori.”
“Diavolo, pensavo che le torture dovessero iniziare solo dopo le domande, mai prima.”
“L’ultima volta che ti abbiamo preso ci hai fatto un bello scherzetto, dovevamo renderti pan per focaccia, signor Marziano.”
“Che volete da me?”
“Vogliamo sapere cos’è questa storia del Falcon che imparò a volare.”
“Una favola,” risposi io debolmente, il dolore continuava crescere ad ogni istante.
“Tiratelo giù.”
Due uomini s’avvicinarono e sfilarono i chiodi, il mio corpo cadde a terra esanime. L’uomo che aveva parlato si fece avanti e mi puntò addosso il suo sguardo placido. Appoggiò l’ago di una siringa sul mio collo, prese la vena e poi spruzzò dentro qualcosa.
“Con questa roba non sarà un problema gestirti. Guarda, non dobbiamo nemmeno legarti, sembri un agnellino. Lo sai, vero che, tu, da qui, te ne potrai andare solo quando noi avremo avuto quello che vogliamo?”
“Fatemi vedere Shark.”
“Niente da fare, le condizioni le facciamo noi, parlami de: -Il Falcon che imparò a volare-.”
“Una favola, cazzo, te l’ho detto.”
“Raccontamela.”
“Non prendermi per il culo.”
Fu rapido, mi tagliò la mano sinistra con una mannaia che stava sul tavolo, gli uomini accanto a lui non persero tempo e bloccarono il flusso di sangue con un laccio emostatico e poi fasciarono il polso scoperto. Il dolore fu straziante, ma non urlai, cercai di non dare soddisfazione a quel sadico.
“Raccontamela.”
“È la storia di… Diciamo Fabrizio, per intenderci: un Falcon che non riesce ad inserirsi bene all’interno della società. Tutti lo prendono in giro perché dice che un giorno lui raggiungerà le stelle, ma gli altri ridono di lui che, del resto, abita nelle gallerie di Marte e non ha mai nemmeno visto il Sole. Lui è innamorato di Vittoria, lei lo ricambia, ma suo padre non permette l’unione; sai, la tipica storia d’amore. Lui, una sera, le promette che sarebbero fuggiti, volando lontano. Così le dà appuntamento in superficie, i due superano i controlli e finalmente sbucano da sotto quell’enorme tumulo di terra che è stato sopra le loro teste sin dalla nascita. Fabrizio è così emozionato alla visione delle stelle che non riesce a schiodare gli occhi dal cielo. A questo punto succede che lui inizia ad allungare il collo per avvicinarsi sempre più alle stelle e, d’un tratto, i piedi gli si staccano da terra. Vittoria non crede ai suoi occhi, il suo amato inizia a volare, fa qualche volteggio incredulo, poi afferra la ragazza, la tira a sé e si allontana nell’oscuro cielo di Marte. Da quel giorno nessuno li ha più rivisti”
“E questo quand’è successo?”
“Mai, è una favola.”
“Balle.”
“Se sapessi volare mi avreste visto farlo.”
“Magari tu non sei capace, ma sai chi sa farlo…”
“Fammi parlare con Shark.”
L’uomo si allontanò da me, prese a camminare un po’ avanti ed indietro e poi urlò: “FATELI ENTRARE.”
La porta di fronte a me s’aprì e vennero lanciati nella stanza sia Mathilda che Manuel, imbavagliati a dovere.
“Cosa ne dici se adesso taglio la loro di mano?”
“Libera la ragazza, lei non c’entra niente. Se sapessi qualcosa a proposito della favola te lo direi, giuro, chiedimi qualunque altra cosa a proposito di me, della mia razza, del mio pianeta ed io te la dirò, ma lasciala libera.”
“Quanto vive mediamente un Falcon?”
“700 anni.”
“Dimmi un po’, tu sei un militare, quindi dovresti sapermi descrivere un po’ le vostre armi, non è vero?”
“Certo,” l’uomo bisbigliò qualcosa nell’orecchio ad un suo adepto, il quale uscì dalla stanza, “ma non posso dirti nulla.”
A quel punto il mio torturatore s’imbufalì, strappò il bavaglio dalla bocca di Manuel, poi iniziò a premergli la testa contro il pavimento con una forza inaudita… L’urlo fu straziante.
“Vuoi che gli spappoli la testa? Vuoi che lo faccia solo per dimostrarti che non scherzo? BENE.”
La porta sbatté violentemente contro la parete, il torture smise improvvisamente di premere. Manuel aveva la faccia livida di botte, mi sentii dannatamente in colpa, “stai bene Marazski?” Non mi rispose, si voltò e disse pacatamente, “ecco Shark, il peggio arriva ora.” Sollevai lentamente il capo anche io verso il nuovo entrato, ero dannatamente curioso di scoprire che faccia avesse quel dannato generale. Rimasi di pietra quando incrociai il suo sguardo, “non è possibile… Clara.”
Manuel si voltò verso di me senza capire che diavolo stessi dicendo,mentre Mathilda impallidì tutta d’un colpo.
“Non esiste nessuna Clara, come non esiste nessun David, io sono il generale Shark tesoro.”
Manuel Marazski venne allontanato di peso, “non dirgli nulla David, non farlo.”
“Lo so, ti ho ingannato, ma l’ho fatto per il mio pianeta, tu dovresti capirlo.”
“Io sono venuto qui con le migliori intenzioni, non ho fatto del male a nessuno. Tu, tu mi hai tradito, hai tradito l’amore, l’unica cosa che ha il sentore di purezza su questo pianeta dannato.”
“Hai ammazzato un pappone e due dei miei uomini, nemmeno tu sei un santarellino.”
“Vi ho fatto un favore, erano uomini spregevoli. La vostra morale è una gran cazzata, a volte un omicidio è più giustificabile di una pennichella pomeridiana, ma voi non riuscite a capirlo. A volte prendersi la responsabilità di cambiare le cose, anche se questo vuol dire andare contro la morale collettiva, è difficile, ma è necessario. La Terra è sull’orlo del baratro e voi Umani ve ne state con le mani in mano, appendete manifesti di Che Guevara, ma quando dovete mettervi in gioco nascondete la testa sotto la sabbia.”
“Nessuno ti ha chiesto di venir qui a migliorare il nostro mondo. Avresti fatto molto meglio a restartene su Marte.”
“Era davvero tutto…”
“Sì, finto.”
Mathilda stava piangendo, ma i suoi singhiozzi erano stroncati dallo strofinaccio che le occludeva la bocca. La guardai, capii che quella sarebbe potuta essere l’ultima volta che la vedevo, decisi di sottomettermi totalmente.
“Lasciala andare, ti dirò tutto quello che vuoi.”
“Voglio tutte le vostre tecnologie.”
“Ok.”
“Voglio pure parlare con il “capo” del tuo pianeta.”
“Non esiste un capo.”
“E com’è strutturata la vostra società?”
“Noi non siamo come voi, non dobbiamo rinunciare alla nostra libertà, o, peggio, al nostro libero pensiero, per garantirci una società che, mediamente, funziona di merda. Ogni individuo ha tempo trent’anni per decidere qual’è la sua strada, la formazione è lunga e passa attraverso diversi corsi di studi, diciamo che quando noi usciamo da quella che voi chiamate scuola, siamo pronti veramente ad affrontare il mondo. Ognuno conosce i suoi limiti, le sue abilità e sa capire da sé qual’è il percorso più giusto da perseguire nella vita. I dirigenti, quelli che coordinano la nostra collettività, sono Falcon scelti, sono Falcon con grande senso del dovere e razionali, dannatamente razionali. Voi, in confronto, siete dei vermi.”
Clara diede un calcio in pancia a Mathilda, “non parlare male degli Umani, se vuoi far si che questa ragazzina esca viva da qui evita commenti e rispondi semplicemente alle mie domande. Ora portatelo in cella, avrà modo di riflettere, lei lasciatela a me.”
Provai ad oppormi, scongiurai Clara e gli uomini in giacca e cravatta. Riuscii addirittura a reggermi sulle mie gambe, ad allungare le braccia verso Mathilda, ma venni prontamente abbattuto e divenne tutto nero.
Mi svegliai in una prigione ampia un metro quadrato ed alta circa due e mezzo, non c’era modo di riposare, di respirare, di pensare, dopo poche ore iniziai ad impazzire, ma passarono dei giorni prima che io potessi uscire da quell’orrenda bara verticale. Si limitavano, di tanto in tanto, a far penetrare un ago da una fessura per tenermi sedato.
Mi misero seduto ad un tavolo, di fronte a me stava Mathilda.
“Scusa David, gli ho detto tutto,” si mise a piangere. Le accarezzai la testa, “non preoccuparti, hai fatto bene.” Non sapevo perché avessero voluto farmela vedere, forse speravano di sfruttarla per far leva su di me .
“Ti hanno fatto del male?”
Abbassò la testa, non rispose.
“Dimmi quello che ti hanno fatto, non vergognarti del dolore che hai subito per i tuoi ideali.” Detto questo misi il mio braccio sinistro sul tavolo, al posto della mano c’era una ferita infetta, “questo è ciò che siamo: frammenti.”
Mise le mani sul tavolo, non aveva più le unghie, “non dovevi farlo, non permettere loro di farti ancora del male, raccontagli tutto.”
“TU DEVI RACCONTARE TUTTO, TU DEVI FARLO!”
Mathilda scoppiò in un pianto isterico e, scavalcando il tavolo, mi si lanciò addosso iniziando a colpirmi.
“Non mi hanno chiesto niente Mathilda.”
Mi afferrò per le spalle e cercò di scuotermi, “raccontagli di questo maledetto Falcon che vola, fallo. Ti prego…”
“Non esiste Mat.”
“No, tu non lo fai perché non mi ami, loro lo sanno che esiste, tu non vuoi dirglielo, a te non importa nulla di me.” Tornò a piangere ed a battere i suoi pugni sul mio petto. Era totalmente, e completamente, impazzita. Mi alzai, ma lei non volle saperne di staccarsi, così, preso dalla rabbia, la spinsi lontano da me, cadde a terra e lì rimase, a piangere. Non riuscii a comprendere come avessi potuto fare quello che avevo fatto, mi scagliai contro una parete di quella stanza da interrogatorio.
“VI HO DETTO CHE È UNA FAVOLA, VE L’HO DETTO E RIDETTO, SMETTETELA CON QUESTA STORIA!” Iniziai a sbattere i pugni sul muro, la parete s’incrinò leggermente… Mi stavano tornando le forze. Evidentemente il mio corpo iniziava ad abituarsi alla droga che mi stavano somministrando. Corsi verso Mathilda, la presi in braccio ed mi lanciai contro la porta sfondandola. Due uomini mi si pararono di fronte, ero debole, ma arrabbiato, arrabbiatissimo. Scappai, non potevo fare altro, la mia collera mi diceva di affrontarli, ma io sono un Falcon e, prima d’agire, penso. Spuntavano Umani ovunque in quel posto. Superai una porta antipanico, dovevo decidere se scendere o salire, provai a salire. Richiamai il mio kotomor, sarebbe stato difficile guidarlo, ma era l’unica mia speranza di fuga. Sentivo dei passi dietro di me, qualcuno mi stava inseguendo. Arrivai sul tetto, alzai la testa al cielo, ma niente da fare, non era ancora arrivato.
“Ma bene,” la mia inseguitrice era Clara, teneva un revolver puntato verso di me, nascosi Mathilda dietro alla schiena, “vedo che ci diamo alla fuga.”
“Non vi faremo del male, lasciami andare.”
“Questo non è proprio possibile tesoruccio caro.” Si mise a ridere come ride un pazzo, o peggio, un Umano. Mi stavano tornando le forze, dovevo tirare il discorso per le lunghe.
“Ti amavo davvero, questo lo sai almeno?” Iniziò a piovere.
“Io no, ora vieni qui e fatti ricondurre nella tua cella,” Clara iniziò a camminare verso di me.
Il tempo stringeva, il kotomor non arrivava, Mathilda piangeva, Clara rideva, il cielo ruggiva, un lampo! Mi sento improvvisamente sollevare da una forza sovrannaturale, mi guardo attorno, mi chiedo se son morto, ma incredibilmente non è così, no, lo scenario è quello di prima, ma allora che diavolo stava succedendo? Mi sentivo dannatamente sollevato! Il fatto era proprio quello! Io ero sollevato, letteralmente, da terra, tenevo per mano Mathilda e guardavo Clara che, a pochi metri da me, mi minacciava urlandomi di scendere e puntandomi il suo revolver addosso. Avrebbe potuto abbattermi, ma non lo fece, volai via.
Dove? Dite voi. Non posso dirvelo, mi comprometterei. Sono in un posto magico, io, che non sono un Falcon, che non sono un Umano, che non posso né scendere né salire in questa stupida scala che è la vita, me ne resto qui, nel limbo, con Mathilda. Gli Umani sono esseri dannati fino all’anima, non ci sono dubbi. Soltanto, a volte, mi chiedo perché Clara non mi abbia abbattuto. Non venite su questo pianeta, non c’è nulla di buono per noi e non provate ad interagire con gli Umani, sarebbe la fine della nostra razza. Vi state chiedendo come ho fatto non è vero? Non lo so, dico davvero, ora volare è come camminare, provate voi a spiegare ad uno che non sa camminare come si fa, è dannatamente difficile! Mi mancherete molto, ma non cercatemi, non posso più tornare tra voi. Ora vado, Mathilda mi sta chiamando, la colazione è pronta, addio, non sentirete più parlare di me.

Conclusione
Sono passati 3 mesi da quando David Starbuk se n’è andato. La mattina seguente alla sua fuga mi sono svegliato, completamente sudato, nella mia camera d’hotel a New York. Ho provato a raccontare la storia a mia moglie, ma lei ha continuato a dire che si è trattato solo di un incubo. Sono andato dalla polizia, dai miei amici più cari, dagli scienziati più illustri, ma nessuno ha voluto credermi. Nessuno crede alla mia storia, nessuno crede alla storia del Falcon che imparò a volare.

Copertina a cura di Francesco Zarbà

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