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“Io, amante dei live. Ma dopo Manchester ho paura”

L'attentato di martedì 23 maggio a Manchester durante il concerto della pop star adolescente Ariana Grande continua a sconvolgere gli animi. La nostra Valentina Pesenti, classe '89, racconta le sue preoccupazione per i concerti segnati in agenda

Ormai sembra diventata la quotidianità scorrere la homepage dei social network e leggere di sparatorie, attentati terroristici, pazzi al volante che investono ignari passanti …fatti del genere accadono in ogni parte del mondo e sempre più frequentemente, basta avere tra i propri like le pagine di testate giornalistiche nazionali o internazionali per rendersene conto, indipendentemente dal risalto che poi la tv gli darà. Sentirsi impotenti e condannare gesti cosi brutali è inevitabile, ma ce ne sono alcuni che ci toccano più di altri per svariate ragioni e quello che è successo a Manchester per me è uno di questi.

Andare ad un concerto dovrebbe essere una delle cose più belle che ti può capitare quando sei adolescente (o anche prima se hai genitori accondiscendenti), sperare di tornare a casa vivo invece è la più assurda. Mi è bastato leggere il titolo della notizia nella mattina del 23 maggio, per capire che le vittime purtroppo sarebbero state più giovani rispetto a quelle di Parigi, perché Ariana Grande è una delle star lanciate dalla Disney e questo abbassa di molto l’età media del suo pubblico ed infatti tra quelle di cui si conoscono le generalità c’è una bambina di 8 anni. Pensare che possa essere stato il suo primo concerto e anche l’ultimo è qualcosa di struggente, così come pensare alla persona che le aveva comprato quel biglietto e a tutti i feriti e no che pur essendo così giovani conviveranno per un bel po’ di tempo (se non per tutta la vita) con questo trauma.

Recentemente sono stata ad un concerto al Forum di Assago con un pubblico composto non solo da miei coetanei, ma anche da famiglie con bambini piccoli ed era bellissimo osservare le loro facce meravigliate davanti alla grandezza del palazzetto o vederli con le fascette legate alla fronte cantare tutte le canzoni. La musica dovrebbe essere questo, non un sinonimo di morte e lo spettacolo live solo la parte finale di qualcosa che comincia molto prima. Scoprire l’artista, imparare tutte le canzoni a memoria nella speranza di poterle cantare un giorno insieme a lui, scoprire poi che finalmente verrà a suonare vicino casa e comprare i biglietti anche sei mesi prima pur di assicurarti un posto per quella che sarà una delle serate più belle della tua vita. L’attesa snervante che sicuramente hanno provato anche i fan di Ariana per “il giorno x”che si avvicina e quando arriva sembra avere ore che durano il doppio rispetto al normale ed essere diventate all’improvviso più corte quando l’idolo sale sul palco e comincia lo show.

Vedere le immagini dei ragazzini che piangevano e scappavano in preda al panico mentre i genitori ai piedi delle scale mobili aspettavano i figli che erano all’interno dell’ Arena è stata l’ennesima conferma che non serve il sangue per definire certi contenuti “forti”. Qualche lacrima mi è scesa, forse perché è una realtà che conosco bene e so che in quel momento se piangi o urli dovrebbe essere solo per la felicità o perché hai sentito live la tua canzone preferita, non per paura.
I miei primi concerti li ho fatti intorno ai 13 anni, succedeva per di più in estate ed erano quasi sempre quelli organizzati dalle radio locali nelle località di villeggiatura, un cast ricco di nomi e canzoni quasi sempre in playback, insomma il peggio che ci possa essere, ma ero ugualmente felicissima.

Crescendo la passione per la musica live è aumentata al punto tale che una volta maggiorenne senza più aver bisogno dei genitori ho cominciato a spingermi oltre la provincia di Bergamo: ho girato quasi tutta l’Italia da Trieste a Napoli (paesini compresi) e sono stata anche all’estero, perché se sei fan di un’ artista non ti pesa rinunciare a qualche uscita durante la settimana o il sabato sera, quello che vuoi è stare sotto il suo palco almeno una volta (o più) e a fine serata ti ritrovi puntualmente a dire che sono stati i soldi meglio spesi di sempre. In questi anni passati “on the road” ho collezionato momenti che porterò sempre con me e amicizie nate durante le ore d’attesa che garantiscono alloggio gratis ogni volta che mi sposto fuori dalla Lombardia.

Dal 13 novembre 2015 però le cose sono un po’ cambiate. Era stata un’ edizione speciale di qualche telegiornale a darmi la notizia e per la prima volta ho avuto davvero paura: Parigi non era poi così lontana, ma soprattutto perché la maggior parte delle vittime di quegli attentati erano ad un concerto e quindi poteva capitare anche a me! Questa sensazione è andata crescendo ogni volta che una nuova strage veniva compiuta: cambiano i bersagli e le città, ma a farne le spese siamo sempre noi che non vogliamo privarci del piacere di un concerto, un viaggio, una visita al museo… e possiamo rivendicare la nostra libertà quanto vogliamo, ma sfido chiunque ad avere la stessa spensieratezza di prima che questi eventi entrassero con prepotenza nelle nostre vite.

Puoi continuare con la vita di sempre, ma quando sei in metropolitana o in fila per il check in ti guarderai intorno una volta in più e se non lo fai sarai comunque consapevole di essere più vulnerabile rispetto a quando sei a casa tua. Tra due settimane sarò a Parigi (mi aspetta un concerto proprio al Bataclan), poi in Olanda e a Londra: è dall’inizio dell’anno che insieme alla mia amica aspettiamo questo momento, ma più si avvicina la data più l’ansia aumenta e quello che è successo alla Manchester Arena non ha migliorato di certo lo spirito con cui partiremo, ne tanto meno quello dei nostri genitori.

Abbiamo deciso di non annullarlo perché la migliore reazione a queste tragedie è continuare con la vita di sempre, consapevoli sì che potrebbe succedere di nuovo da un momento all’altro, ma non per questo dobbiamo privarci della possibilità di fare nuove esperienze e visitare città nuove.

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