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Trump da Papa Francesco, un dialogo da costruire

Una nota della Sala Stampa vaticana riferisce che nel colloquio fra Papa Francesco e Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, i temi trattati sono «le buone relazioni bilaterali esistenti tra Santa Sede e Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di coscienza».

Da entrambe le parti si esprime l’auspicio di «una serena collaborazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata a servizio delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza agli immigrati». I colloqui «hanno permesso uno scambio di vedute su alcuni temi di attualità internazionale e di promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento al Medio Oriente e alla tutela delle comunità cristiane».

Nel Palazzo Apostolico alle 8.31 di mercoledì 24 maggio 2017 Bergoglio e Trump si siedono uno di fronte all’altro, separati dalla grande scrivania di legno scuro. «I speak spanish» avverte il Pontefice e, accanto a lui, siede l’interprete, mons. Mark Miles, in servizio alla Segreteria di Stato. Il faccia a faccia dura mezz’ora esatta. L’udienza complessiva, con lo scambio dei doni e il saluto alla delegazione, dura 40 minuti. Nessun discorso.

«La ringrazio tanto. È un grandissimo onore. Grazie, grazie: non dimenticherò quello che lei mi ha detto» assicura il presidente al quale il Papa omaggia i suoi tre documenti: «Evagelii gaudium» (24 novembre 213), «Laudato sì’» (24 maggio 2015), «Amoris laetitia» (19 marzo 2016) e – «meno usuale», fa notare il Vaticano – il messaggio per la Giornata della pace 2017 e un medaglione con l’ulivo della pace.

Proprio due anni fa, il 24 maggio 2015, Bergoglio promulgava la prima (e finora unica) enciclica «Laudato sì’» il suo manifesto etico, ambientalista e sociale. Parlando il 24 settembre 2015 al Congresso degli Stati Uniti afferma che i cambiamenti climatici sono «un problema che non possiamo lasciare alle generazioni future».

Due anni fa l’aspirante presidente Trump invece proclama: «Io non credo ai cambiamenti climatici». Regala al Pontefice un cofanetto di libri di Martin Luther King, il carismatico capo della lotta per i diritti civili degli afroamericani, Premio Nobel per la pace, assassinato a Memphis il 4 aprile 1968.

L’orrendo attentato di Manchester nel quale un criminale terrorista ha ucciso 22 persone, tra cui molti giovanissimi, pesa sull’incontro. «Un attacco barbaro, una violenza senza senso» definisce Papa Francesco la strage di lunedì 22 maggio 2017 sera. In un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, esprime profondo dolore per una così «tragica perdita di vite»; elogia «i generosi sforzi del personale di emergenza e di sicurezza»; assicura preghiere «per i feriti e per quanti sono morti»; rivolge un pensiero particolare «ai bambini e ai giovani che hanno perso la vita e alle loro famiglie»; invoca «le benedizioni di Dio per la pace, la guarigione e la forza su tutta la Nazione».

Centodieci miliardi di dollari in armamenti venduti all’Arabia Saudita; la politica di discriminazione razziale; un’economia che favorisce ancora di più i ricconi e getta sul lastrico i poveracci. Non è un bel biglietto da visita quello che Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti, presenta a Papa Francesco. Il disaccordo, appena velato da un comunicato molto freddo, è su diversi punti: Stato sociale, ambiente, pena di morte, immigrati. Significativamente la «Radio Vaticana» titola un articolo di presentazione della visita «Un dialogo da costruire».

Non è un mistero che il rapporto sia delicato e difficile fra il Papa profeta di «una Chiesa per e dei poveri e degli ultimi» e un presidente che guida la riscossa populista dell’America più rancorosa.

Quello che è certo – nonostante il riserbo sull’incontro – è che i due si sono parlati in modo molto franco e chiaro.
«Lo giudicherò dai fatti, non si può essere profeti di calamità, vedremo quel farà» disse il Papa 22 gennaio 2017, poche ore prima dell’insediamento alla Casa Bianca. «Se mi spaventassi o gioissi di ciò che potrebbe accadere potremmo cadere in una grande imprudenza. Non giudico, mi interessa solo se fa soffrire i poveri. Vedremo le cose concrete e valuteremo, il Cristianesimo o è concreto o non è Cristianesimo. Aspetto: Dio mi ha aspettato per tanto tempo, con tutti i miei peccati».

Il 18 febbraio 2016 durante il viaggio in Messico il Pontefice critica chi erige muri. Trump gli replica: «Il Papa è un uomo politico e forse una pedina del governo messicano». Il Pontefice argentino controbatte: «Grazie a Dio, ha detto che sono politico. Aristotele ha definito la persona come “animale politico”, almeno sono una persona umana. Pedina? Mah, forse, non lo so: lo lascio giudicare alla gente. Una persona che pensa solo a fare muri non è cristiana. Questo non è nel Vangelo».

Poi il magnate si presenta con un foglietto in mano a un comizio in South Carolina: «Se e quando l’Isis attaccasse il Vaticano, che come tutti sanno è il massimo trofeo che i terroristi vorrebbero avere, vi garantisco che il Papa si metterebbe a pregare perché Donald Trump fosse presidente. Il governo messicano mi ha denigrato con il Papa perché vuole continuare a farsi beffe dell’America. Il Papa non ha visto il crimine, il traffico di droga, non ha visto come il governo messicano si stia muovendo con furbizia. Papa Francesco dice che Donald Trump non è una brava persona, ma io sono una brava persona, davvero una brava persona. E sono un buon cristiano, orgoglioso di esserlo».

Il primo presidente americano a visitare l’Italia e il Vaticano è stato Thomas Woodrow Wilson, che sancisce l’entrata degli Usa nella Grande Guerra. Il 4 gennaio 1919 è ricevuto da Benedetto XV. Wilson, la cui famiglia è originaria della protestante Irlanda del Nord, da buon protestante è diffidente verso i cattolici: la malcelata insofferenza si trasforma in opposizione alla Santa Sede nella Conferenza di pace di Parigi dopo la prima guerra mondiale. Wil­son a Torino è acclamato anche da Pier Giorgio Frassati.

Quarant’anni dopo, il 6 dicembre 1959 Dwight D. Eisenhower incontra in Vaticano Giovanni XXIII. Paolo VI appena eletto (21 giugno 1963) e appena incoronato (30 giugno), il 2 luglio riceve John Fitzgerald Kennedy, primo (e finora unico) presidente cattolico, reduce dall’Irlanda, terra degli avi, e dal Muro di Berlino: «Ich bin ein berliner. Io sono un berlinese». Le relazioni diplomatiche tra Usa e Santa Sede risalgono al 1788.

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