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Attentato a Manchester: “Keep calm and carry on”. O forse no?

L'attentato a Manchester in cui hanno perso la vita 22 giovanissimi nel corso del concerto della pop star Ariana Grande, ha sconvolto il mondo e stimolato molte riflessioni. Ecco quella del nostro Guido Sacerdote, classe 2000

Sono le 22:40 di lunedì 22 maggio e in Inghilterra, a Manchester, nel palazzetto della città, si sta concludendo il concerto della pop star statunitense Ariana Grande. Il luogo, che per intenderci è capiente quanto lo stadio Atleti azzurri d’Italia, è sold-out, tutto esaurito.

Ovunque ti giri è possibile intravedere spettatori in completo stato di ecstasy di qualsiasi età, in gran parte ragazzini e adolescenti, venuti da ogni parte del Regno Unito per assistere all’esibizione della loro cantante preferita. Lo show termina, cala il sipario; tutti sono felici e, ordinatamente, si avviano all’uscita del palazzetto per tornare a casa, ma per 71 di loro non sarà così. Alle 22:40 infatti, nel Foyer della Manchester Arena, Salman Abedi aziona un ordigno artigianale di tritolo e chiodi stroncando istantaneamente la vita di 19 persone e ferendone altre 52, principalmente giovani sotto i 16 anni.

L’ISIS tramite i suoi canali ufficiali rivendica fieramente l’attento e spunta anche un video nel quale Salman, parlando in inglese, afferma di avere agito “In the name of Allah” (nel nome di Allah) e che “this is only the beginning” (questo è solo l’inizio). Subito sui social iniziano campagne di solidarietà e supporto per i cittadini di Manchester, con tanto di fiocchi neri e lunghe preghiere per i defunti e per i feriti; tutto questo però viene fatto con un velo di rassegnazione, come a dire “sì è terribile quello che è successo, ma d’altronde così è il mondo”.

Ciò che davvero fa male degli attentati degli ultimi mesi (Francia, Russia e adesso Inghilterra) è che pian piano le persone si stanno assuefacendo a queste terribili stragi, come se lentamente nella nostra società si fosse insediata l’idea che tutto quest’odio interrazziale e inter religioso vada semplicemente accettato così com’è, senza nemmeno provare ad opporsi. Ormai sembra che tutti abbiano assimilato lo slogan “Keep calm and Carry on”, inventato proprio in Inghilterra, durante la seconda guerra mondiale, con lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica.

Piano piano stiamo assistendo ad un progressivo imbarbarimento del conflitto, dove addirittura i bambini divengono soggetti ed oggetti di queste terribili azioni terroristiche, provocando in noi un sempre maggior sconcerto e disorientamento, quasi non esistesse un limite alla malvagità e alla cattiveria che muove questi “uomini”, animi colmi di odio, rancore, rabbia verso il nostro mondo e il nostro stile di vita. Questa guerra sta velocemente migrando dai torridi deserti intorno a Raqqa ai teatri e alle arene europee, trasformando così lo scontro bellico in terrorismo barbaro e crudele a cui noi tutti possiamo rispondere in un solo modo: non abituandoci passivamente a questi atti e non dimenticandone nessuno. Perché forse a un concerto è meglio perdere la voce piuttosto che perdere la vita.

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