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Dei silenzi e delle ambiguità di Maroni e Salvini: “salvatori” della Lega? foto

Missione compiuta. Via Bossi, dentro Maroni e poi Salvini. I due "salvatori" che prima di tirare fuori la Lega dalla palude degli scandali familiari di Bossi hanno sostenuto la candidatura del figlio di Bossi e nominato il fratello assistente a Bruxelles.

Le primarie della Lega hanno sancito in modo inequivocabile la vittoria di Matteo Salvini che ha strapazzato con oltre l’80% dei consensi il suo avversario, Gianni Fava, rendendo il congresso di domenica scorsa una pura formalità. Si scrive Fava ma si legge Maroni: Fava è assessore di Roberto Maroni che ne ha apertamente sostenuto la candidatura.

Il risultato era atteso e non sorprende. Un po’ meno attesa è stata la mancata partecipazione alle primarie di quasi la metà dei militanti, visto che erano chiamati a scegliere non solo chi dovesse guidare il partito, ma anche la linea politica della Lega per i prossimi anni: si trattava di scegliere tra il partito “italiano” di Salvini che sta cercando uno sfondamento al Sud con posizioni fortemente antieuropeiste, oppure l’arroccamento della Lega nelle tradizionali regioni padane auspicato da Fava, che mirava a rilanciare il partito come “sindacato del Nord” con un deciso ritorno alle origini della Lega abbandonando le recenti posizioni sovraniste.

Può darsi che il problema della scarsa affluenza sia la militanza leghista, diluita da infornate di nuovi militanti politicamente poco attivi, o forse c’era la consapevolezza che quello che si stava svolgendo non era un nobile confronto tra linee politiche ma un più prosaico scontro di potere tra Salvini e Maroni. Perché i 30 anni di Lega come “sindacato del Nord” non sembra abbiano portato apprezzabili risultati sulla via della soluzione della questione settentrionale, o perché i proclami antieuropeisti di Salvini (“l’Europa non è gratis!”) fanno sorridere se si guardano le cifre: suppergiù 4 miliardi all’anno di saldo negativo dell’Italia nei confronti dell’Europa, contro i 56 miliardi/anno di residuo fiscale della sola regione Lombardia, cioè 56 miliardi pagati dai Lombardi allo Stato e che alla Lombardia non tornano sotto alcuna forma.

Cinquantasei miliardi che diventano oltre 100 se si considerano tutte le regioni “Padane” a statuto ordinario (Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna). Cento miliardi che ci frega lo stato contro i 4 dell’Europa. Non c’è storia. Ma tant’è… se Salvini vuole cercare i voti al Sud non può scagliarsi contro sprechi e politiche clientelari che al Sud sono portati avanti con i soldi del nord (sprechi e politiche clientelari che ci sono anche al Nord, ma qui almeno si fanno senza pretendere che i soldi necessari te li dia qualcun altro), quindi meglio prendersela con l’Europa, ché l’elettore medio i numeri mica va a cercarseli…

Surreale anche lo “scontro” dei due contendenti rispetto all’alleanza con Forza Italia, con Fava/Maroni che la vorrebbero confermare e Salvini che la mette in discussione e detta condizioni “senza le quali la Lega andrà da sola”, anche se nel frattempo si è già alleato con Forza Italia per le elezioni amministrative che si terranno tra venti giorni.

Come non capire chi non ha votato…

Ma ciò che più stupisce del recente confronto è l’atteggiamento dei militanti più attivi sul fronte delle primarie, non tanto dei sostenitori di Fava/Maroni, romanticamente legati alle antiche battaglie e ad incrollabili ideali, quanto quello dei salviniani, che durante la campagna delle primarie hanno ripetuto come un mantra che “Salvini ha salvato la Lega dal 3% a cui l’aveva ridotta Bossi a seguito degli scandali familiari”.

Eppure se guardiamo agli ultimi risultati della Lega guidata da Umberto Bossi, Europee 2009 e Regionali 2010, scopriamo che in entrambi i casi il partito ha superato il 10%. Il tonfo della Lega alle politiche del 2013 è avvenuto sotto la guida di Maroni, che aveva sostituito Bossi alla guida della Lega, con vicesegretario Salvini. Aggiungiamo che anche alle amministrative dell’anno scorso il partito di Salvini non ha certo brillato.

Non si può però negare che l’emersione degli scandali che hanno coinvolto Bossi e la sua famiglia abbiano inciso non poco sui rovesci elettorali del partito, anche se a guidarlo non era più Bossi. Ma è proprio su questi scandali che i leghisti, soprattutto le nuove leve, dimostrano di avere la memoria corta.

Dopo l’ictus di Bossi la Lega ha retto nonostante l’assenza del suo capo carismatico e nonostante la presenza di quel cerchio magico formato da famigliari ed esponenti politici, di cui forse i lettori di questo giornale ricorderanno di aver avuto per primi un quadro chiaro. Dopo la malattia Bossi non è più stato lo stesso, per un lungo periodo è stato isolato all’interno di un impenetrabile cordone sanitario a cui potevano accedere solo i componenti del cerchio magico, o persone da loro autorizzate, che di fatto assunse le redini del partito.

Chi ha avuto l’opportunità di entrare in contatto con Bossi dopo la malattia sa che il recupero, sempre che recupero sia stato, ha richiesto tempi lunghissimi, anni nei quali Bossi è stato l’ombra dell’uomo che conoscevamo. Nel frattempo in Lega tutti sapevano delle attività del cerchio magico, ma nessuno fiatava. Neanche i due “salvatori della Lega”: il primo, Maroni, che ha preso in mano le redini del partito in nome della pulizia dopo le dimissioni di Bossi tristemente spettacolarizzate durante la Notte delle Scope; il secondo, Salvini, che gli è succeduto e che ha portato la Lega – nei sondaggi – agli antichi fasti.

Tutti sapevano e hanno taciuto, mentre alcuni si sono spinti addirittura oltre.

Prendiamo proprio i due “salvatori” Maroni e Salvini, che hanno salvato la Lega dal disastro degli scandali famigliari di Bossi. Bossi aveva avuto l’ictus pochi mesi prima quando Salvini fu eletto parlamentare europeo, era il 2004. Poco dopo Salvini nominò suo assistente al parlamento europeo Franco Bossi (secondo il Corriere della Sera con un emolumento di oltre 12.000 euro al mese), fratello di Umberto e rivenditore di ricambi per auto. Bossi precedentemente si era spinto a nominare il fratello c.t. della “nazionale padana di ciclismo”, oltre non era andato, anche perché non ci volevano grandi capacità politiche per capire che la nomina di suo fratello al Parlamento europeo sarebbe stata un’insopportabile dimostrazione di familismo.

Ma passiamo a quell’altro “salvatore”: quando Renzo “Il Trota” Bossi, figlio di Umberto, fu candidato alle elezioni regionali, Maroni dichiarò in un comizio: “Purtroppo non voto a Brescia, altrimenti voterei certamente Renzo Bossi, un nome una garanzia”. Era il 24 marzo 2010. Il famigerato “cerchista” Belsito era tesoriere della Lega da 3 anni e ne mancavano 2 alla Notte delle Scope nella quale Maroni fu incoronato di fatto segretario del partito al grido di “pulizia, pulizia, pulizia”.

Insomma, magari ci sbagliamo, ma prima vista verrebbe da dire che i “salvatori” ci abbiano messo anche del loro per creare le condizioni per cui la Lega dovesse essere salvata. Il motivo per cui dopo la malattia di Bossi si è lasciata imputridire una situazione che non era un mistero per i vertici del partito ci fa entrare nel campo delle ipotesi: il potere del cerchio magico faceva paura, di fatto quel gruppetto aveva in mano candidature e nomine.

Ma è anche vero che l’unico modo per accantonare Bossi era minarne la credibilità mettendone in discussione l’onestà che da sempre i militanti gli hanno riconosciuto, e per la quale sono sempre strati disposti a perdonarne errori, contraddizioni e giravolte. Lasciare campo libero al cerchio magico, grandi trafficoni ma totalmente privi di visione politica, era il modo migliore per provocare il crollo del mito bossiano.

Missione compiuta. Via Bossi, dentro Maroni e poi Salvini. I due “salvatori” che prima di tirare fuori la Lega dalla palude degli scandali familiari di Bossi hanno sostenuto la candidatura del figlio di Bossi e nominato il fratello assistente a Bruxelles.

Quanto sopra senza nessuna volontà di difendere Bossi, che a modestissimo giudizio di chi scrive ha responsabilità politiche pesantissime e ben precedenti alla malattia, ma solo per rinfrescare la memoria a chi ha dimenticato che gli scandali furono favoriti, volutamente o meno non possiamo dimostrarlo, dal silenzio e dai comportamenti ambigui di molti, compresi i due “salvatori della Lega” che nelle recenti primarie se le sono suonate di santa ragione.

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