BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Il Festival di Cannes entra nel vivo e già si scommette sul vincitore

La nostra Paola Suardi passa in rassegna i film in concorso passati finora.

Il Festival di Cannes è entrato nel vivo e piovono film da tutte le parti. In coda, durante le lunghe attese per accedere in sala, cominciano a serpeggiare i pronostici sul vincitore del concorso. Difficile pronunciarsi, perché il voto della Giuria è sintesi di sentimenti e vedute compositi, ma è divertente ascoltare i pareri diversissimi su ogni film. Da parte nostra resta la sensazione, finora, di regie spesso incapaci, anche quando meritevoli, di trattenersi; c’è sempre un un po’ di autocompiacimento, a volte vera e propria ubris a volte semplice innamoramento per il proprio baby, che impedisce al regista di trovare la giusta misura.

Vediamo un po’ più da vicino i film in concorso passati finora.

“LOVELESS”, del russo Andrey Zvyagintsev, (nella foto) è un film che fotografa con toni cupi e insistiti la mancanza d’amore e di sentimento che domina l’attuale società russa. La cupezza è espressa così chiaramente (!) che purtroppo il film dopo mezz’ora ha detto quel che voleva dire, e perde smalto nonostante la vicenda tristissima di un bimbo che scappa di casa mentre i genitori sulla via del divorzio si disinteressano totalmente di lui. La metafora del bimbo “loveless” – privo e privato dell’amore parentale- esprime la condizione della Russia attuale, con una classe media che insegue benessere e status symbol e si rappresenta ossessivamente sui social, i trenta-quarantenni insicuri e incapaci di fondare la loro esistenza su i valori relazionali, in primis della famiglia, le istituzioni in affanno malcelato da una fredda gestione delle risorse, i bimbi negletti, gli anziani rabbiosi e induriti, ossessivamente attaccati ai beni materiali – la “roba” di verghiana memoria – piuttosto che agli affetti. Durissimo a questo proposito il ritratto della nonna.

Un inverno dell’anima, rappresentato all’inizio e alla fine con la geometria raggelata dei rami degli alberi o con la presenza di rami secchi utilizzati come arredi in case freddamente sofisticate, esplicitamente declinato nei dialoghi di tutti, della coppia che si rompe come di quelle nuove che vanno formandosi, di genitori e figli, negli scambi con la polizia, con i colleghi di lavoro. Una Russia infelice -lo sono tutti nel film- in particolare rappresentata dalla madre del bimbo e dall’immagine finale in cui si allena su un tapis roulant, un movimento che appunto non conduce da nessuna parte, con l’inquadratura di lei che guarda in macchina indossando una tuta con la scritta RUSSIA sulla giacca. Il regista vuol essere esplicito, perché a nessuno sfugga il parallelo.

Ecco, il vero limite del film -ma a molti è piaciuto e va detto- è che è assai didascalico, al punto che sarebbe perfetto per un’esercitazione in un seminario di linguaggio del cinema, e questo lo rende stucchevole. Peccato.

JUPITER’S MOON è l’opera dell’ungherese Kornél Mundruczò. Francamente non ci è piaciuto perché disunito sia narrativamente che stilisticamente. Thriller, commedia, surrealismo, dramma, chi più ne ha più ne metta; non manca nulla tranne lo scopo in questa pellicola. La vicenda dei migranti – sbarchi rocamboleschi e tragici, concentramento in aree dove prospera la corruzione – sembra essere l’abbrivio per un originale spunto narrativo, cioè la facoltà di uno di loro di lievitare e volare dopo essere sopravvissuto a colpi di pistola. cosa vorrà dire, a cosa porterà questo speciale punto di vista? a niente. Solo un gran pasticcio dove il protagonista non è il giovane migrante ma un medico di dubbia morale, confuso tanto quanto il procedere del film. E il senso della lievitazione? mah…volato via… forse su Europa, la luna di Giove “la cui superficie si presenta striata e poco cratterizzata ed è la più liscia di quella di qualsiasi oggetto noto del sistema Solare. L’apparente giovinezza e la morbidezza della sua superficie hanno portato ad ipotizzare l’esistenza di un oceano d’acqua presente sotto la crosta, che potrebbe essere dimora per la vita extraterrestre”.

WONDERSTRUCK del regista Todd Haynes (“Carol”, “Lontano dal paradiso”) con la sceneggiatura di Brian Selznick (“Hugo Cabret”) è un bel film confezionato con sapienza e cura, persino troppa forse. Il film dipana la storia parallela di due bimbi, quella di Ben -ambientata nel 1977- che dal Minnesota si avventura in cerca del padre a New York, e quella di Rose che nel 1927 scappa a New York per raggiungere la madre (Julianne Moore), attrice del cinema muto proprio quando il sonoro è alle porte. Quando si mette in viaggio Ben è sordo da poco a causa di un incidente; Rose è sordomuta dalla nascita. Entrambi finiscono all’American Museum of Natural History, lui per seguire un ragazzino di cui è diventato amico, lei per rintracciare il fratello.

I due piani temporali e narrativi vengono intrecciati con grande equilibrio: per la New York funky degli anni ’70 colori caldi e vibranti e un’ottima ricostruzione di costume, per il 1927 il bianco e nero delle pellicole che si producevano allora; per entrambi una colonna sonora intensa e accorta che accompagna i giovani protagonisti e crea un’atmosfera eloquente dove il linguaggio delle note sostituisce le parole che, in un sceneggiatura volutamente asciutta, risultano ancora più incisive. A tratti sembra di assistere a un film dell’era del muto.

Non riveleremo il twist finale ovviamente, ma ci preme sottolineare che il film contiene spunti interessanti sul linguaggio: usato per esprimersi – la metafora del deficit di udito e parola si dilata con i titoli di coda, sotto ai quali scorrono primissimi piani di mani che “parlano” il linguaggio dei segni- o per decodificare il mondo che ci circonda. In questo ultimo senso è affascinante la riflessione sul “museo”, contenitore di cose degne di nota e di memoria, e allo stesso tempo cabina delle meraviglie, “wunderkammer” che raccoglie e propone una lettura del mondo.

“Ognuno di noi è un curatore di museo” si legge in un vecchio libro a un certo punto del film e infatti ognuno di noi nella vita è chiamato a fare una selezione di oggetti, momenti, sentimenti, che danno un senso, una chiave di decodifica appunto, alla vita stessa. All’opposto nel film è invece la ricostruzione del “panorama”, il plastico di New York, nel tentativo minuzioso di comprendere e restituire tutto, tutti gli edifici e i particolari della città. La frase di Oscar Wilde che Ben legge nelle prime scene nello studio della madre e non sa spiegarsi “Siamo tutti nella spazzatura ma alcuni di noi stanno guardandole stelle” altro non è che un modo di leggere il mondo guardando le stelle anziché la Terra (il padre di Ben è astronomo), perché in fondo “tutti i meteoriti iniziano il loro viaggio come stelle cadenti” si dice altrove nel film. Significa avere una chiave di lettura del mondo alternativa, significa anche osare obiettivi lontani, tendere a qualcosa di apparentemente irraggiungibile. Tutto questo detto con molta raffinatezza, po’ di calligrafia verrebbe da dire, un ornato che toglie forse un po’ di sentimento.

120 BATTEMENTS PAR MINUTE del francese Robin Campillo ritrae l’azione del movimento attivista Act Up a Parigi, all’inizio degli Anni ’90. Gli anni cui l’AIDS mieteva vittime e l’informazione su malattia e contagio era assai incompleta. Assemblee e accesi dibattiti all’interno del movimento, azioni di “guerrilla”, serate in discoteca e poi le vicende personali che affiorano, la storia di Sean e Nathan che si mettono insieme (l’uno siero positivo, l’altro no), la fine di Sean. Un film corale che si focalizza da un certo momento in poi sulla coppia di Sean e Nathan e poi torna corale dopo la morte di Sean.

Incisivo nel riproporre temi, problemi, domande, pregiudizi e luoghi comuni sull’omosessualità e soprattutto sulla malattia. Il coraggio e la paura, tenerezza e sfrontatezza, genitori e figli, istituzioni pubbliche e industrie private. Ricorda “Milk” di Gus Van santo per certi versi, ma l’assenza di una star come Sean Penn rende il film più politico e collettivo. A tratti coinvolgente per l’energia che sprigionano gli attivisti, per il brio con cui sono ritratti ad uno ad uno, nella seconda parte diviene un po’ lento nel seguire la parabola inesorabile della malattia di Sean.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.