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“Hikikomori”: i giovani e l’isolamento dal mondo. Graziani: “Nella vita c’è sempre una seconda opportunità”

Il termine Hikikomori significa "isolarsi, stare in disparte" ed è utilizzato per riferirsi ad adolescenti che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per chiudersi in camera davanti allo schermo di un computer. Giulia Leggeri, classe '93, ha intervistato per BGY Patrizia Graziani, direttrice dell'Ufficio Scolastico Regionale di Lombardia, per saperne di più

BGY, il giornale fatto dai giovani per i giovani, è nato all’interno della redazione di BergamoNews con un intento ambizioso: quello di prestare una particolare attenzione al mondo giovanile e a tutte le delicate sfumature che compongono la vita, i sogni, le aspettative di ragazze e ragazzi che, pennellata dopo pennellata, stanno incominciando a plasmare il loro futuro.

Partendo da questa premessa, il nostro piccolo impegno quotidiano vuole parlare dei e ai ragazzi, di temi utili per crescere insieme. A questo proposito, abbiamo incontrato la dottoressa Patrizia Graziani, direttrice dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia – Ambito Territoriale di Bergamo, per parlare con un’esperta di un fenomeno preoccupante, che negli ultimi mesi ha cominciato ad affacciarsi in Italia, di cui si sa ancora molto poco, che viene classificato con l’espressione giapponese: Hikikomori. Durante l’incontro è intervenuta anche la professoressa Antonella Giannellini, responsabile nell’Ufficio Scolastico Regionale della Promozione alla Salute e al Benessere.

Innanzitutto qual è il significato di questa espressione?

“Il termine Hikikomori significa letteralmente ‘isolarsi, stare in disparte’ e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi – quattro o cinque anni – rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con l’esterno, e usando come unica finestra sul mondo il computer. È una nuova forma di dispersione scolastica; questi ragazzi, infatti, abbandonano la scuola, non in seguito a insuccessi legati al profitto, ma per un profondo disagio interiore legato a una non accettazione del proprio corpo e al giudizio che gli altri proiettano su di loro.”

Il cambiamento che riguarda la famiglie, la riduzione del numero dei figli, può far sì che un ragazzino figlio unico si senta più solo e sia spinto a chiudersi in sé stesso?

“Oggigiorno purtroppo i ragazzi non riescono a reggere il confronto, a relazionarsi perché la nostra società propone e impone il successo. Non ritengo che ci sia correlazione del fenomeno in base al numero di figli che compongono il nucleo famigliare. Gli studi ci dicono che sono colpiti maggiormente per lo più maschi, di fascia d’età compre tra i 14 e i 16 anni. Vivere all’interno delle pareti domestiche con il computer è una terapia che si danno loro stessi. Internet è una strategia difensiva, l’unico mezzo di comunicazione che non esprime giudizi. Spesso i ragazzi coinvolti sono vittime di bullismo, fattore che compromette ulteriormente l’autostima e che aumenta la chiusura verso la società.”

La scuola come può intervenire per aiutare a risolvere questo disagio?

“La scuola può intervenire attraverso canali non informali, rivolgendosi ai genitori. È fondamentale aiutare i genitori a capire i figli, a comprende quello che sta accadendo loro. Occorre informarli, per esempio, sull’importanza del buon uso del computer, come unico mezzo che mantiene un sottile collegamento con la realtà. Non devono punire i figli, il compito e l’obiettivo della scuola è proprio quello di aiutare i genitori a non attuare un comportamento di tipo punitivo. Le famiglie devono comprendere che il ragazzo sta vivendo un profondo disagio, che non è semplicemente demotivato o svogliato, ma che convive con un problema serio che deve esser affrontato da specialisti. Un prezioso aiuto può esser fornito dai giovani psicoterapeuti ed educatori che conoscono bene il mondo del Web e che quindi possono interagire con le vittime sulla base delle loro conoscenze specifiche. L’esperienza dell’uso della Rete può interpretare il loro disagio e migliorare il loro approccio alla socialità.”

C’è un messaggio che vuole comunicare alle ragazze e ai ragazzi che leggeranno l’intervista?

“Il messaggio che proponiamo è sicuramente un messaggio di speranza. È importante per i ragazzi sapere che nella vita c’è sempre una seconda opportunità. Molto spesso gli esempi di successo nascono dagli insuccessi.”

Immediatamente ho pensato a una famosa frase di Bill Gates: “Ho fallito diversi esami all’università… un mio amico li ha sempre passati tutti al primo colpo. Ora lui è ingegnere alla Microsoft, ed io, sono il capo della Microsoft”.

Dopo questa intervista, nonostante l’argomento trattato sia legato a un profondo disagio, sono uscita dall’incontro, sollevata, con nel cuore una consapevolezza: “La paura può farti prigioniero. La speranza può renderti libero.”

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