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Allarme ragazzi in fuga dalla società: “Vivono da eremiti col loro pc, un caso a settimana”

Una condizione psicologica che spinge molti preadolescenti a un’avversione per la società, il tutto colmato da una fuga dalla realtà tramite internet. E anche i vertici della scuola bergamasca iniziano a riscontrare il problema

Spesso non si sentono all’altezza degli standard fisici, delle prestazioni o dei modelli imposti dai media; altre volte sono vittime di bullismo. Così, scelgono di sbarrare le porte in faccia al mondo: “Sono gli hikikomori, detti anche ‘eremiti sociali’ – spiega Patrizia Graziani, dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Bergamo -. Sono preadolescenti, spesso di sesso maschile (il rapporto con le femmine è di 5 a 1, ndr), che decidono di chiudersi in casa rapportandosi unicamente con il proprio computer, rifiutando ogni tipo di relazione, scuola compresa”.

Il fenomeno, nato in giappone verso la metà degli anni ’80 (hikikomori significa letteralmente “stare in disparte”, “isolarsi”) riguarda quelle persone che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Un problema sempre più diffuso tra i giovani e, stando alle parole della dirigente Graziani, anche tra quelli bergamaschi: “Sono ragazzi che indicativamente verso i 15-16 anni entrano in conflitto con se stessi. Non sono soddisfatti del loro corpo, delle loro prestazioni e vedono nel rapporto con i coetanei un esame continuo. Essendo ipersensibili a quello che gli altri pensano di loro, il più grave degli effetti collaterali è che trovino serenità soltanto nello stare da soli, isolandosi”.

Spesso, l’unico filo che lega questi soggetti al resto della società è il computer della propria camera: “La tendenza a scambiare questo tipo di problema a una dipendenza da internet è piuttosto diffusa – continua la dottoressa Graziani -. Paradossalmente, invece, il legame che questi ragazzi sviluppano con la rete può essere positivo, in quanto può rappresentare l’unica finestra che hanno sul mondo e che permette loro di mantenere contatti con altre persone”.

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Patrizia Graziani e Antonella Giannellini

Una forma di fobia sociale che può spingere l’individuo persino ad abbandonare il percorso di studi: “Non si tratta di una problematica da sottovalutare in quanto ‘figlia della modernità’ – prosegue la Graziani -. A volte, per uscirne, basta che l’individuo maturi col tempo o acquisisca una maggior consapevolezza in se stesso; ma nei casi più radicati possono servire degli anni prima di ristabilire un contatto significativo con l’esterno. E ciò, ovviamente, può comportare anni di studi persi”.

Del fenomeno, in Italia, si è iniziato a parlare negli ultimi anni, motivo per il quale non è facile fornire numeri precisi, anche a livello provinciale: “In media, come Ufficio Scolastico Territoriale, riceviamo almeno una telefonata alla settimana da genitori che espongono le problematiche dei loro figli riconducibili a casi di hikikomori”, rivela la professoressa Antonella Giannellini, responsabile del “Sostegno alla persona ed Interventi educativi” dell’Ufficio Scolastico provinciale di Bergamo, che aggiunge: “La nostra generazione è diventata adulta grazie al confronto. Quella dei nostri ragazzi, evidentemente, fa più fatica ad accettarlo e interpretarlo come strumento di crescita”.

Qualche esempio concreto di questa forma di malessere? “È capitato che una studentessa di 14 anni chiedesse di poter sostenere l’esame di terza media a casa, nella propria stanzetta. La commissione d’esame si è dovuta quindi spostare e svolgere il tutto al di fuori del contesto scolastico. Stiamo parlando di un caso limite – ci tiene a precisare la professoressa Giannellini – che rappresenta un’evidente segnale di apertura, supporto e considerazione da parte dell’istituzione scolastica verso quegli studenti che, purtroppo, devono fare i conti con questa forma di disagio”.

Ma quali sono le strategie da mettere in campo per aiutare gli adolescenti a superare questo tipo di ostacoli? “Iniziare a parlarne è il primo passo – concludono le dottoresse Graziani e Giannelli -. Quello che consigliano gli esperti è far comprendere ai genitori gli atteggiamenti dei figli e non lottare ad ogni costo contro l’utilizzo del computer, altrimenti l’aggressività rischia di spostarsi contro di loro. È importante, inoltre, cercare di mantenere una comunicazione costante tra le mura domestiche e, quando possibile, facilitare l’ingresso di un giovane terapeuta che sappia intercettare il disagio e favorire la ripresa di attività all’interno e all’esterno della scuola”. Poi, ovviamente, il passo decisivo spetta ai ragazzi: “Lo si può compiere adottando uno sguardo più critico verso la realtà, che permetta a questi giovani di non plasmare la propria identità attorno a modelli troppi alti e distanti, ridimensionando man mano il senso di inadeguatezza”.

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