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“Okja”: fiaba ecologista che conquista Cannes, ma non senza polemiche foto

La favola di Bong Joon-ho è uno dei film della discordia che hanno acceso il dibattito Cannes vs Netflix, ma aldilà delle polemiche tra cinema e streaming, si presta a far riflettere anche per i temi che porta avanti

Avvincente, divertente, efficace. Il film “OKJA” – diretto dal coreano BONG Joon Ho, interpretato da una Tilda Swinton (Lucy Mirando) perfettamente al limite del cartoon, un Jake Gyllenhall (Dr. Johnny) esageratamente caricaturale e dalla giovane AN Seo Hyun (Mija) assolutamente credibile – è intenso, nonché godibilissimo.

Okja

Godibile perché ben ritmato, in un crescendo che dall’Eden delle montagne sudcoreane ci conduce all’Inferno di un mattatoio negli USA; intenso perché ironico e intelligente nel porre la questione del cibo geneticamente modificato, delle manipolazioni sul fronte della comunicazione, della reazione “non violenta” degli animalisti, dell’integrità degli affetti tra esseri umani e animali.

Avventure rocambolesche e buoni sentimenti, protagonisti una bimba e il suo affezionato e intelligente maiale. Potrebbe essere una produzione della Disney dei bei tempi e invece è una produzione Netflix, per questo fischiata all’inizio della proiezione (al punto che quando il malumore aumenta e la proiezione si interrompe in molti pensano a un boicottaggio, ma poi tutto riprende e si è trattato solo di un problema tecnico).

Okja è un “supersuino” – qualcosa tra il maiale e l’ippopotamo per intenderci- nato nei laboratori della Mirando Corporation ma selezionato e affidato a contadini sudcoreani per essere cresciuto naturalmente e preparare quello che sarà, dieci anni dopo, un perfetto piano di comunicazione. Okja verrà  infatti presentato ai consumatori come il campione di questa nuova specie di maiale (che si annuncia ipocritamente scoperta in Cile) così che la carne che ne deriva diventi assai accattivante per il mercato. Okja sarà il testimonial di migliaia di super-pig in realtà cresciuti in cattività e poi soppressi massivamente.

Lucy Mirando è la complessatissima magnate della multinazionale, il volto pubblico che cerca di far dimenticare con scaltrezza una famiglia che non si è mai fatta amare; algida e platinata, indossa a 50 anni l’apparecchio per i denti, segno inequivocabile della volontà di piegare la natura oltre che retaggio di bimba mai cresciuta. Il Dr. Johnny Wilcox è lo scienziato che si è venduto al business e ai media, star egocentrica e smidollata; Mija è la ragazzina tredicenne che è cresciuta col nonno e con Okja, tra le montagne verdi e i ruscelli, vivace e determinata – una Heidi coreana potremmo dire -, affezionatissima alla sua Okja con la quale c’è ovviamente un’intesa perfetta e molta tenerezza. Giocano insieme, dormono insieme, si capiscono al volo, Mija le dice segreti all’orecchio, si proteggono reciprocamente. Atmosfera idilliaca. Si mangia quel che si raccoglie, tuttalpiù qualche pesce pescato con le mani.

Okja

Ma un giorno arrivano gli emissari della Mirando Corp. per riportare Okja negli U.S.A. e dare l’avvio al piano di comunicazione. Mija non era al corrente, pensava di possedere Okja per sempre, e il nonno cerca di spiegarle che non è stato possibile comprarla, cerca di distrarla e rabbonirla regalandole il maialino di oro massiccio frutto dei risparmi che erano destinati all’acquisto di Okja. Intanto la delegazione si è portata via l’animale ma Mija parte all’inseguimento. Inizia da qui un percorso rocambolesco, a tratti mozzafiato e divertente – si pensi al blitz degli animalisti che continuano a scusarsi e a utilizzare le buone maniere, o alla fuga di Mija e Okja nei grandi magazzini sotterranei della metro- e a tratti drasticamente brutale: per esempio l’accoppiamento forzato di Okja, vero e proprio stupro seguito in diretta video dagli animalisti orripilati ma non troppo (“abbassa almeno il volume” dice una di loro) o le scene degli scontri tra animalisti e polizia, alle scene finali nel mattatoio.

Il baricentro di questo film denso di azione e di contenuti, viene mantenuto con grazia proprio dalla presenza della protagonista bambina. Mija è un personaggio semplice nel suo attaccamento affettivo a Okja, nella sincerità che la estranea da ideologie e avidità degli adulti, determinata nell’abbattere ostacoli e alla fine lucida nel comprendere le regole del gioco, senza mai venir meno ai propri principi.

L’altro caposaldo della narrazione è l’ironia che non risparmia né gli animalisti (mirabile l’interpretazione di Paul Dano, che tratteggia un leader ipercorretto e misurato, se non fosse per un “piccolo” scatto di nervi a un certo punto…) né il nonno di Maji. Ma l’ironia non impedisce di proporre allo spettatore tocchi di grande intensità e eloquenza, come il cucciolo di “supersuino” allontanato dal mattatoio dai genitori, così simile al gesto di quegli ebrei che per salvarli calarono i propri figli sulle rotaie dal fondo del vagone che li deportava.

Okja

Il film stesso costituisce una sorta di ibrido – proprio come Okja – sia perché utilizza un linguaggio da ragazzi in realtà rivolto a tutti, sia perché è frutto dei “laboratori Netflix” e dunque prodotto che nasce cinematografico ma destinato alle piattaforme digitali.

A questo proposito ricordiamo che la polemica contro Netflix ha portato Thierry Frèmaux, direttore del Festival, a rilasciare un comunicato ufficiale in cui diceva in sintesi che “dal 2018 non saranno accettati in concorso film che non implicheranno l’uscita in sala, al cinema”. Ridicolo tentativo di fermare la realtà e compiacere gli esercenti francesi. Ancor più grave la dichiarazione di Pedro Almodovar, presidente della Giuria: “”Le piattaforme digitali sono un nuovo modo di offrire parole e immagini, il che contribuisce ad arricchire le persone. Ma queste piattaforme non dovrebbero andare a sostituire forme preesistenti come i cinema. Non dovrebbero cambiare l’offerta per lo spettatore. L’unica soluzione credo sia che le nuove piattaforme debbano aderire alle regole vigenti adottate e rispettate dagli altri network”.

Okja

Il regista spagnolo ha poi aggiunto: “Personalmente non credo che la Palma d’Oro debba essere assegnata a un film che non verrà visto sul grande schermo. Tutto ciò non significa che io non sia aperto o non celebri le nuove tecnologie e opportunità, ma finché sarò vivo lotterò per la capacità di ipnosi del grande schermo.”

Ahi Ahi Ahi Pedrito! Queste dichiarazioni non si rilasciano durante i lavori della Giuria ma a premiazione avvenuta. Peccato questo scivolone. Noi troviamo le parole di Will Smith più adeguate a descrivere il fenomeno: “A casa ho una figlia di 16 anni, un figlio di 18 e uno di 24. Vanno al cinema due volte alla settimana e guardano Netflix. Il confine tra quesi due modi di fruizione ormai sta diventando davvero sottile. A casa mia Netflix non ha avuto effetto sul loro amore per il grande schermo. Vanno in sala per essere travolti dalle immagini di alcuni film e stanno a casa per vedere altri prodotti. In casa mia Netflix ha portato solo benefici, perché permette ai miei figli di vedere cose che altrimenti non avrebbero visto. Ha ampliato la comprensione cinematografica globale dei miei ragazzi.”

Ecco che l’apparente film per ragazzi – etichetta che per alcuni costituisce una diminutio – è in realtà una pellicola di tutto rispetto.

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