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La scuola italiana è alla canna del gas, ma non sarà il digitale a migliorala - BergamoNews
Il polemico

La scuola italiana è alla canna del gas, ma non sarà il digitale a migliorala

La colpa dei disastri della scuola non è dei ministri, per quanto buffi ed incapaci essi possano apparire: i ministri, come le epidemie, prima o poi, passano. La colpa è dei dirigenti, degli ispettori, dei funzionari e dei consulenti del MIUR.

La scuola italiana è alla canna del gas: e non perché sia digitale o analogica, ma perché produce studenti sempre più ignoranti e, quel che è peggio, disamorati, disincentivati, deresponsabilizzati.

Il compito educativo della scuola, aldilà delle solite parole complicate che tanto piacciono ai dulcamara della pubblica istruzione, in fondo, è molto semplice: creare persone preparate ad affrontare la propria vita professionale, relazionale, sociale, e formare buoni cittadini.

Questo si ottiene, ancor più semplicemente, con due strumenti fondamentali, che sono il buon esempio e la disciplina del lavoro: tutto il resto, dalla didattica breve ai tablet e dalla tassonomia di Bloom ai percorsi modulari, è succedaneo, subalterno, ulteriore. Insomma, sono tutte belle cose, purché vi siano le fondamenta: altrimenti sono soltanto fuffa.

Una scuola che pretenda di nascondere le proprie gigantesche lacune educative puntando sulle apparenze didattiche, ossia sulle forme più che sulla sostanza, è una pessima scuola: prova ne sia che qualunque docente, da almeno trent’anni, se glielo domandate, vi risponderà che l’anno scolastico in corso gli pare peggiore di quello precedente.

Fanno eccezione alcune categorie, minoritarie ma potentissime, dell’universo scolastico: i fannulloni globali, che in questo magma indistinto e pasticciato sguazzano beatamente; gli stolti irrimediabili, per i quali qualunque scemenza è legge, purché rechi gli appositi timbri; i furbacchioni, che assecondano e cavalcano ogni astrusità sperimentale, per portarsi a casa quattro palanche, loro elargite come il satrapo gettava monete d’oro ai propri fedeli cortigiani.

Ne parlavo proprio ieri con un mio caro collega: persona saggia e sapiente, ben addentro il mondo professionale cittadino e, dulcis in fundo, esponente del PD, a scanso di equivoci.

Concordavamo entrambi sia sull’entità del disastro sia sull’assoluta inadeguatezza dei rimedi. E la colpa, cari lettori, non è dei ministri, per quanto buffi ed incapaci essi possano apparire: i ministri, come le epidemie, prima o poi, passano. La colpa è dei dirigenti, degli ispettori, dei funzionari e dei consulenti del MIUR: di quell’esercito di personaggi che, in questi trent’anni, ha partorito una serie di innovazioni didattiche, procedurali, strutturali, scopiazzando malamente da sistemi educativi stranieri, da teorie psicopedagogiche d’accatto, da semplici farneticazioni, e trasformando la scuola italiana nel malato terminale che è oggi.

E, ditemi, cari lettori, non crederete davvero che gli stessi che hanno costruito, giorno dopo giorno, questo abominio culturale e educativo, siano oggi disposti a mettere mano alla catastrofe, cercando di rimettere in piedi, mattone dopo mattone, l’edificio che hanno contribuito ad abbattere?

Non scherziamo: nessuno di costoro ammetterà mai di essersi così clamorosamente ingannato: che le teorie, le sperimentazioni, i proclami, le dottrine educative che sono state applicate alla scuola erano completamente sbagliate.

Nessuno di costoro chiederà mai scusa, per quello che è stato fatto al futuro dei nostri figli: piuttosto, proseguiranno imperterriti sulla stessa strada, trascinando la scuola sempre più verso il baratro, incuranti della realtà in nome della teoria, a colpi di tablet e di lavagne interattive. Che sono solo degli elettrodomestici, non dimentichiamolo.

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