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Venezuela, l’ultima frontiera del Quarto Mondo. Alle origini della grande crisi sudamericana

Marco Cangelli, classe '97, continua la sua rubrica di politica estera trattando delle origini dell'attuale crisi in Venezuela.

Negli ultimi giorni il Venezuela è nel completo caos a causa di continue proteste promosse da cittadini comuni e puntualmente represse dalla polizia su ordine del presidente Nicolas Maduro. Il paese è ormai sull’orlo della guerra civile ed il rischio che la democrazia degeneri in dittatura ormai è cosa fatta.

Quello che nessuno dice è come tutto ciò sia cominciato e perché il Venezuela stia andando incontro ad una crisi senza precedenti.

La causa di questo caos è la risorsa che per anni avrebbe dovuto arricchire il paese: il petrolio. Il Venezuela, da inizio Novecento, è sempre stato noto come uno dei più grandi esportatori di petrolio al mondo e nel 1999 è riuscito persino a superare l’Arabia Saudita per la presenza di giacimenti nel sottosuolo (circa 235 miliardi). Una risorsa immensa se ben sfruttata, ma il Venezuela, a causa della sua instabilità politica e dell’ingerenza delle multinazionali straniere non è mai riuscito ad usufruire a pieno del tesoretto in suo possesso. Il tutto è peggiorato nello stesso 1999, quandoHugo Chavez sale al potere.

L’attuazione di un piano economico di stampo socialista applicato dal presidente sudamericano per aumentare la ricchezza del paese si è basato su riforme populiste ed assunzione di personale nella compagnia petrolifera statale, la PDVSA , fino a tre volte superiore al necessario, il tutto usando esclusivamente i petroldollari e disinteressandosi completamente dell’ammodernamento dei mezzi di estrazione petrolifera. La strategia ha funzionato per anni grazie all’inesorabile aumento del prezzo del greggio, almeno fino al 2008, quando un barile di petrolio costava 130 $, ma la strategia è divenuta insostenibile non appena la tariffa petrolifera ha iniziato a calare, facendo crollare l’economia venezuelana fino ai livelli attuali raggiunti con la presidenza Maduro, a capo del Venezuela dal 2013.

Un’economia basata quasi in esclusiva sull’esportazione di petrolio (il 95 % del PIL circa) ed un mancato sviluppo dell’industria di settore hanno portato alla riduzione della produzione giornaliera di petrolio calcolata ormai ad un terzo rispetto a quella del 1999, oltre che ad un guadagno netto di molto inferiore a causa del deprezzamento mondiale dell’oro nero. Tutto ciò ha scatenato un fenomeno speculativo in grado di svalutare quasi completamente la moneta nazionale, il bolivar, nei confronti del dollaro, con una conseguente perdita d’acquisto per i consumatori oltre al blocco delle importazioni di prodotti anche di prima necessità a causa del debito pubblico sempre più esorbitante.

L’attuale situazione del Venezuela è di un paese dove la reale quotazione di mercato del bolivar è di 1 dollaro = 4609,37 bolivar, con il governo che si ostina a mantenere uno scambio pari ad 1:10 inesistente, rendendo quindi impossibile l’acquisto di prodotti stranieri sia allo stato che alla popolazione comune per via dei livelli astronomici dell’inflazione.
Unica soluzione attuabile in questo momento è quella di accettare da parte del governo il reale scambio con il dollaro, ritirare la moneta nazionale ormai senza più alcuna credibilità internazionale e sostituirla con un’altra come la valuta americana, cambiare strategia politica eliminando le riforme socialiste finora attuate e dimettere il regime attualmente a capo del paese.

Se Maduro non sceglierà di fare un passo indietro ed ammettere i propri errori, il Venezuela sarà destinato a divenire uno dei paesi più poveri del mondo ed i suoi abitanti destinati letteralmente a morire di fame.

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