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Le tristezze romane e le speranze europee foto

Provoca disagio e tristezza voler parlare di argomenti importanti quali l'Europa e doversi prima soffermare su argomenti capitolini che non smettono di occupare ciclicamente le prime pagine dei giornali italiani e stranieri.

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Provoca disagio e tristezza voler parlare di argomenti importanti quali l’Europa e doversi prima soffermare su argomenti capitolini che non smettono di occupare ciclicamente le prime pagine dei giornali italiani e stranieri. L’immondizia di cui sono cosparse le strade della Capitale, da tutti gli stranieri vista come città meravigliosa, ricca di storia e di monumenti come nessun altra al mondo, ci perseguita da anni. Il rimpallo delle responsabilità da un’istituzione all’altra ci fa inorridire perché di fronte a questo scempio, invece di decisioni operative, si sventolano progetti futuribili tra sfide e polemiche.

Che brutta immagine stiamo dando al mondo. La soluzione a questo annoso problema che ciclicamente riesplode, rappresentava uno dei punti forti della nuova amministrazione capitolina allorché si insediò. Ma che cosa si è fatto? Un piano da attuare nei prossimi anni. E la massa di porcheria indescrivibile che ammorba le vie di Roma Capitale, nel frattempo, ha richiamato cinghiali, topi, gabbiani e altri animali non avvezzi a sfamarsi in città, divenuti fauna urbana a causa della quantità di cibo offerta dall’immondizia.

Ne va della reputazione del Paese, non solo della capitale. Verrebbe voglia di proporre, se non fosse un cedimento al populismo gridato da alcuni personaggi del teatrino politico nostrano, un cambiamento di Capitale, fino al raggiungimento da parte di Roma di uno standard di pulizia urbana decente.

I costi per il trasporto di migliaia di tonnellate di rifiuti urbani in Austria e in alcune regioni del Nord che con la termovalorizzazione e con il riciclo ricavano somme di denaro ingenti, non riescono comunque a risolvere il problema di liberare la città dalla squallida visione di cassonetti stracolmi e di montagne di sacchi di rifiuti ammassati sui bordi delle strade. Questo fa sì che insieme alla montagna di euro necessari per il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti urbani da parte di terzi, la città stia divenendo un allevamento intensivo di topi e goloso richiamo per chinghiali e gabbiani che trovano abbondante cibo sui marciapiedi dell’urbe.

Per nascondere questa enorme bolla di schifo che ammorba la dignità della nazione di fronte al mondo, si sposta il problema sull’ex ministro Boschi che avrebbe chiesto ad un colosso bancario Italiano di acquisire Banca Etruria, condotta talmente bene dalla dirigenza di cui era parte il padre, da portarla al default. Questo però non sposta il problema dei rifiuti in città e dal mio personale punto di vista, non costituisce nemmeno un vero problema. Chiedere l’intervento per salvare una banca e per non penalizzare i correntisti della stessa non significa cancellare le responsabilità di coloro che l’hanno portata al fallimento, che siano o no padri di ministri o meno.

I problemi son diversi e non si può nascondere un’inefficienza sollevando un problema che nulla ha da spartire con quella grave problematica urbana. In questo momento non servono progetti ma azioni urgenti.

Lasciamo questo paesaggio desolante per capire se il grido renziano contro i limiti all’indebitamento, considerati invalicabili dalla UE, sia la vera causa che non permette di finanziare lo sviluppo o se siano altre le cause da imputare alla mancata crescita.

L’aumento del debito, è intuitivo, contribuisce a spingere l’Italia verso una fascia di equilibrio precario all’interno della quale programmare un vero sviluppo diventa quasi impossibile. Se per tappare una buca ne scavo un’altra, mi dite che operazione intelligente compio? Non faccio altro che dilazionare in tempi successivi le problematiche connesse al riempimento della buca.

Il ricupero di risorse potrebbe derivare, invece, da una reale diminuzione della pressione fiscale, millantata in fase elettorale e mai, di fatto, attuata. Sembra assurdo esprimere un’antitesi di questo tipo, diminuire le tasse per aumentare le risorse ma in realtà, la maggior circolazione di denaro incrementerebbe la voglia di spendere dei cittadini e, per logica conseguenza, farebbe confluire molti più soldi nelle casse dello stato. Servirebbe inoltre ad aumentare l’incremento di beni di consumo immessi sul mercato e quindi, a far aumentare, di fatto, la produzione delle aziende.

Questa non sarebbe, ovviamente, l’unica misura.

Diminuire il fabbisogno dello stato con la razionalizzazione delle spese, sarebbe un altro punto auspicabile. Scovare tutte le entità e le persone che danneggiano le casse dello stato attuando l’evasione fiscale, sarebbe altrettanto meritorio. Ogni giorno si ha notizia della scoperta di qualche personaggio che approfitta della posizione di rilievo occupata per compiere illeciti, al solo scopo di fare cassa.

Razionalizzare, d’accordo con l’Europa, i flussi dei migranti, accogliendo quelli che effettivamente hanno diritto a rimanere e respingendo tutti coloro che non hanno ragione di stare qui perché sottraggono risorse che potrebbero essere destinate all’inserimento degli aventi diritto, è un altro punto auspicabile. Ma se l’UE non smette di considerarci di fatto il porto di approdo di decine di migliaia di immigrati ed il naturale paese di destinazione di questa massa di gente, allora siamo punto e a capo e concima il terreno dell’antieuropeismo, dando fiato a coloro che cavalcano questi fenomeni a puro scopo elettorale.

La responsabilità dell’accoglienza e del respingimento non deve essere un problema addossato all’Italia. Se l’Europa esiste non solo perché si utilizza una moneta comune ma per farsi carico della soluzione dei problemi dei paesi che vi aderiscono, allora è compito del Parlamento Europeo, troppo costoso e popolato, regolamentare legislativamente , in accordo con i membri della comunità intera, queste gravi evenienze e ripartire con criteri irrespingibili le masse di aventi diritto all’asilo, con proporzionalità.

Il tema è sempre attuale. Sull’argomento si sprecano fiumi di parole ma, di fatto, nulla cambia. Ed è questo parlare a vanvera che accende ed alimenta il fuoco della speculazione, talora indegna, talora irragionevole, ma talora anche non priva di ragioni, di coloro che chiedono di far chiarezza reale e non fittizia sul diritto di asilo.

I viaggi dei nostri politici e gli accordi economici stipulati con la Libia, ad oggi, sono rimasti lettera morta. Ogni notte, da quelle spiagge partono centinaia di persone, consce del rischio di morire nella traversata per raggiungere l’Europa, non solo l’Italia. Ma spesso, troppo spesso, il porto di approdo diventa il punto di entrata in una terra, la nostra, dalla quale, ahimé, non si muoveranno più.

Ed è di queste constatazioni innegabili che si alimenta il fuoco della contestazione.

I nostri poveri sono privilegiati solo dal fatto di aver diritto di risiedere iin Italia? Le famiglie che non ce la fanno e i disoccupati, soprattutto i giovani, sentono troppo spesso affermare che gli immigrati sono una ricchezza e, credetemi, è vero. Vorrei però che vi metteste nei panni di coloro che, italiani a tutti gli effetti, sono convinti di aver minori diritti di appartenenza ai costruttori di questa ricchezza perché disoccupati o perché espulsi dal mondo del lavoro in età non più giovane ed esclusi dalla possibilità di occupazione, unica fonte innegabile di dignità.

Per cui, abbiamo un bel dire che questi flussi producono ricchezza, ovviamente, se razionalizzati.

Queste realtà irrisolte dall’l’Europa che si festeggia il 9 Maggio, quell’Unione nata per garantire più sicurezza e benessere ai suoi cittadini, che ci aveva fatto pensare di aver spostato i confini molto in là, quella realtà che ci aveva riempito il cuore di speranza, ora ci vede critici. L’incapacità degli organismi europei di mettere in circolo benessere e diritto, di farci sentire non più Italiani, Francesi, Spagnoli o Greci ma Europei, ha fallito l’obiettivo più importante che non è quello di avere una moneta unica, per altro diversa nella sua capacità di acquisto da stato a stato, ma di godere tutti della maggiore forza sviluppata da una grande realtà sovrannazionale in grado di livellare, nel tempo, le disuguaglianze dei paesi aderenti.

Certo è che i paesi che compongono l’Unione devono dar prova di avere coscienza nell’uso delle risorse disponibili e di perseguire una politica che non imponga a coloro che hanno un marcato senso dell’onestà tutti gli oneri da sostenere, non scovando con impegno e forza, se non in tempi molto recenti, buona parte di coloro, e sono tanti, che si fregiano dell’astuto titolo di evasori o di elusori.

Se questo carico non diminuirà, finirà per piegare le spalle di coloro che lo sopportano. Ed i più deboli han già pagato questo scotto. Quel che di buono è stato fatto non può essere negato ma è estremamente difficile da individuare, oscurato dalle difficoltà attuali. Se non si costruirà veramente e con spirito diverso l’Europa delle nazioni, se all’interno di questa unione alcune nazioni potranno continuare a rifiutarsi di adempiere i compiti che, Democrazia vuole, devono essere accettati da tutti e se, in sintesi, non si costruirà davvero l’EUROPA politica, allora il rischio di dissoluzione non sarà solo una remota paura.

Alcune grandi potenze come la Russia di Putin e l’America di Trump, persone affette da miopia, auspicano la fine dell’Europa unita perché nel loro corto modo di intendere i rapporti internazionali sono convinti che il “divide et impera” sia la chiave di volta per togliersi dai piedi un’Europa forte, ricca e produttiva.

E’ premessa rassicurante la constatazione che in paesi dove si combattevano lotte aspre tra Europeisti e non, alla fine abbia avuto la meglio il risultato che incoraggia a proseguire sulla strada del rafforzamento dell’Unione Europea. Toccherà ai nuovi eletti in Austria, Olanda e Francia, per ora, riaccendere quella luce, diventata troppo fioca, che ridia visibilità e concretezza al cammino intrapreso nel lontano 1950.

Sì, l’Erasmus è una grande possibilità data ai giovani europei. I governanti dovrebbero copiare dai giovani la voglia di integrarsi in un paese grande chiamato Europa. I giovani che usano il cuore e la cultura e non le logiche della finanza capitalista esasperata, guideranno la ricompattazione di questa istituzione. E la vera Europa si porrà come esempio di tolleranza, di integrazione e di benessere diffuso agli occhi di tutto il resto del mondo.

I presupposti ci sono. Ma se i governanti nazionali, in accordo con il governo Europeo, non riusciranno a colmare le lacune e le storture dei singoli paesi, dettate da visioni di corto raggio e da egoismi o, in alcuni casi, da rincorse fatue al capitalismo esasperato, allora, avremo sulla coscienza di aver fatto credere alle giovani generazioni che avremmo consegnato loro un futuro migliore del nostro, dove ogni tessera avrebbe trovato la sua collocazione all’interno del grande mosaico della realtà Europea. E questa, credetemi, sarà una responsabilità non da poco.

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