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Grande Guerra, Pillola 122: l’esercito italiano risorge nella battaglia dei 3 monti fotogallery

Dopo l'umiliazione di Caporetto l'esercito italiano aveva bisogno di un successo tattico per dare un segnale di ripresa alla nazione: la battaglia per la conquista di Col del Rosso, Col d'Echele e del Valbella rappresentò un momento importantissimo dal punto di vista psicologico.

Dopo la battaglia d’arresto, combattuta con successo nel novembre e dicembre del 1917, l’esercito italiano, che andava ricomponendosi dopo Caporetto, rinnovato nei vertici e nelle strutture, aveva bisogno di un successo tattico, sia pure modesto, per dare un segnale di ripresa alla nazione. Diaz e Badoglio, che avevano sostituito Cadorna e Porro, si stavano adoperando per riorganizzare le armate italiane e necessitavano disperatamente di una vittoria che potesse rappresentare la volontà di riscossa delle truppe.

Così, si decise di intraprendere un’azione offensiva nel settore, relativamente periferico, degli altipiani, che non aveva risentito che molto superficialmente della rotta di Caporetto e che dava discrete garanzie di successo. Per l’operazione, che puntava alla conquista delle posizioni austroungariche del monte Valbella, Col del Rosso e Col d’Echele, raggiunte dall’avversario nel dicembre 1917, gli italiani radunarono quanto di meglio, in termini di reparti, era a loro disposizione in quel momento: brigate scelte di fanteria, reparti d’assalto, bersaglieri ed alpini.

Il settore era comandato dal generale Zoppi, che poteva disporre di 3 CdA: al centro il XXII (che fu quello direttamente interessato dalla battaglia) e, ai lati, il XXVI ed il XX. L’azione principale venne assegnata inizialmente alla 33a divisione, che schierava 3 battaglioni d’assalto il 5° reggimento bersaglieri e la leggendaria brigata Sassari, mentre la preparazione d’artiglieria fu affidata ad un numero imponente di pezzi (420 campali, 424 pesanti, 15 pesantissimi e 12 batterie di bombarde, su un fronte di appena 3 chilometri), che fecero della battaglia dei tre monti uno dei concentramenti di fuoco più intensi dell’intera prima guerra mondiale.

Dal canto loro, gli austroungarici schieravano, tra Croce San Francesco e Bertigo, la 67a, la 106a e la 6a divisione, con reparti eterogenei, che andavano dagli Sturmbaon e dalle Gebirgsbrigaden, agli Schützen, fino ai reparti territoriali della Landsturm.

La preparazione d’artiglieria, comprese alcune azioni dimostrative nel settore San Francesco, cominciò già il 27 gennaio, ma l’attacco vero e proprio ebbe inizio la mattina del 28, con il tiro di distruzione, che utilizzò anche proiettili a gas, e con gli italiani che avanzarono su tre colonne verso i diversi obbiettivi. I primi tentativi di impadronirsi delle posizioni avversarie vennero respinti, parte per il valore indubbio dei difensori e parte per equivoci e confusione nella manovra.

L’attacco a Col del Rosso, iniziato alle 9,30 dalla Sassari fiancheggiata dai battaglioni alpini Tirano e Monte Baldo, giunse a buon fine e la posizione venne occupata dai sardi, che, però, vennero di nuovo respinti sotto la cima da un robusto contrattacco austroungarico, che portò gli imperiali a rischierarsi sulla sella tra Rosso ed Echele e a rioccupare Case Caporai.

La situazione si fece caotica: intorno alle 11, 5 battaglioni alpini, gettati nella mischia, conquistarono di slancio la linea tra quota 1.039 e i due colli Rosso ed Echele, assicurandone il possesso provvisorio. Nel frattempo, i bersaglieri mossero più volte, inutilmente, all’assalto del Valbella, venendo sempre respinti, nonostante l’intervento a supporto, in serata, di reparti della brigata Liguria: anche un tentativo della Sassari, che, intorno alle 21,30, cercò di occupare Case Caporai, dovette essere abbandonato.

Va detto, a questo punto, che il tiro dominante delle artiglierie italiane si era rivelato molto efficace, ma che, in più occasioni, gli artiglieri vennero tratti in inganno dal lancio, da parte avversaria, di razzi di segnalazione rossi, che fecero sospendere o modificare i tiri: questo, tra l’altro, permise agli austroungarici di riconquistare la cima del Valbella, finalmente espugnata dai bersaglieri e dagli arditi. Nel buio, intanto, i fanti della Sassari e della Liguria avevano di nuovo saldamente occupato Col del Rosso e Col d’Echele, la cui cima era stata più volte presa e perduta.

Il giorno successivo, l’attacco al Valbella riprese con rinnovata intensità: il generale Piola Caselli, cui era demandato il compito di conquistare i tre monti, diresse tre colonne d’assalto verso la cima insanguinata e martellata dal fuoco: alle 9,30, bersaglieri e arditi scattarono dalle loro posizioni e, alle 13, misero piede sul vasto pianoro sommitale del monte: come da copione, seguì un forte contrattacco austroungarico, che venne rintuzzato dal provvidenziale intervento dei bersaglieri e della brigata Bisagno: alle 16, anche il Valbella era solidamente in mano italiana.

Il 30 gennaio 1918, reparti della Liguria, scendendo da Col del Rosso, occuparono, finalmente Case Caporai, mentre il giorno successivo un attacco a Casera Melaghetto venne respinto con pesanti perdite. Ormai, gli italiani avevano, in pratica, ripreso tutte le posizioni perdute nel dicembre 1917, stabilizzando la linea su un andamento che, in pratica, sarebbe rimasto inalterato fino alla grande battaglia del Solstizio: la battaglia dei tre monti era stato un indubbio successo tattico italiano, il primo dopo l’umiliazione di Caporetto.

Il 30 gennaio vi furono solo tiri d’artiglieria ed aggiustamenti minimi del fronte e lo scontro, che era stato violentissimo e sanguinoso, perse d’intensità: ben decisi a sfruttare propagandisticamente questa prima vittoria, i comandi italiani fecero subito caricare su autocarri la gloriosa brigata Sassari, compresi i feriti leggeri, e la fecero sfilare a Vicenza, domenica 3 febbraio, tra due ali di folla festante. I fanti sardi furono accolti alle porte della città dal generale Pecori Giraldi in persona e sfilarono mentre aeroplani italiani ed alleati volteggiavano, lanciando manifestini: la sfilata di un reparto proveniente dalla prima linea in una città delle retrovie fu un evento del tutto eccezionale, che non si era mai verificato prima, e che dimostra quanto la vittoria nella battaglia dei tre monti fosse necessaria al rilancio dello spirito combattivo dell’intero Paese.

Peraltro, alle 17 la Sassari era già in viaggio di nuovo per il fronte. Sarebbe storicamente insensato attribuire alla battaglia per la conquista di Col del Rosso, di Col d’Echele e del Valbella un valore strategico eccezionale o anche soltanto un’importanza militare straordinaria, ma è indubbio che essa rappresentò un momento di fondamentale importanza dal punto di vista psicologico e che segnò il punto di ripresa dell’esercito italiano dopo Caporetto.

Intanto, affluivano di rincalzo i primi reparti alleati, che si schierarono accanto a quelli italiani sulla nuova linea del fronte: il 1918 iniziava per le armi dell’Intesa sotto auspici enormemente migliori di quelli che avevano chiuso il 1917.

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