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Il piano industriale di Ubi sulle tre good bank acquistate: taglio di 1569 dipendenti e 140 filiali video

La scure di Ubi Banca sulle tre good bank acquistate definitivamente mercoledì per la cifra simbolica di un euro: entro il 2020 la banca vuole ridurre di circa 200 milioni gli oneri operativi di Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti.

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La scure di Ubi Banca sulle tre good bank acquistate definitivamente mercoledì per la cifra simbolica di un euro: entro il 2020 la banca vuole ridurre di circa 200 milioni gli oneri operativi di Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti attraverso un taglio  dell’organico di 1.569 risorse (-32% rispetto al 2016), la riduzione di 140 filiali e l’ottimizzazione delle altre spese amministrative.

È quanto emerge dall’aggiornamento del piano industriale al 2020 di Ubi Banca, presentato insieme ai conti del primo trimestre. Le novità rese note dalla banca stessa sembrano piacere al mercato dove le azioni stanno salendo già dalla mattina di giovedì.

I tre istituti in questione sono quelli mandati in risoluzione alla fine del 2015, insieme alla Cariferrara che andrà a Bper (Banca Popolare Emilia Romagna), e dai quali sono scaturiti gli strascichi polemici di questi giorni legati al presunto ruolo dell’allora ministro – e oggi sottosegretario del Governo Gentiloni – Maria Elena Boschi nel tentativo di far salvare a Unicredit l’istituto (Banca Etruria) nel quale era coinvolto il padre come manager. A un anno e mezzo dalla complessa e contestata operazione (che ha portato alla nota perdita di denaro da parte dei risparmiatori/obbligazionisti, per i quali si è corsi ai ripari attraverso il ristoro forfettario o arbitrale), la cessione delle prime tre good bank è finalmente andata in porto (acquistate da UBI Banca), per la quarta dovrebbe essere questione di giorni.

Per le tre banche è stata fatta un’operazione di sistemazione dei conti (ripulite dai crediti in sofferenza e ricapitalizzate). È a quel punto che Ubi Banca se le è aggiudicate per la cifra simbolica di un euro. Roberto Nicastro, che delle good bank (o bad bank poi bridge bank) ha gestito la transizione, ha definito l’operazione della cessione delle tre banche a Ubi come di un esperimento da “cavie” in Europa, ma “le banche ne sono uscite vive”.

Il piano industriale di Ubi prevede per le tre banche un percorso di incorporazione. Dal prossimo ottobre si prevede la migrazione sui sistemi interni di Banca Marche, per chiudere quella complessiva entro febbraio 2018. La “piena integrazione delle Bridge Banks nella rete commerciale UBI Banca” porterà a chiudere 140 filiali delle tre banche incorporate entro il 2020, su un totale di 370 chiusure previste nel gruppo. Gli oneri operativi scenderanno di 200 milioni “attraverso l’incremento della produttività complessiva che comporterà anche la riduzione dell’organico (-1.569 risorse o -32% rispetto al 2016 nel perimetro Bridge Banks) e l’ottimizzazione delle altre spese amministrative”.

Anche grazie a queste operazioni, il Piano Industriale 2017-2020 stima un utile netto per il gruppo Ubi allargato in crescita a 919 milioni nel 2019 e a 1.117 milioni nel 2020.

Dalla Fabi, sindacato autonomo dei bancari, fanno sapere che ora la partita sarà quella di garantire la gestione delle uscite attraverso gli strumenti contrattuali: prepensionamenti, uscite volontarie e incentivate con accesso agli ammortizzatori sociali di categoria. “In caso di licenziamento, pronti alla protesta”, dicono.

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