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Libia, l’incontro tra Al Serraj e il generale Khalifa Haftar

L’idea di Haftar e di Al Thinni, il leader di Tobruk, è con ogni probabilità quella di creare il precedente di una autonomia della Cirenaica simile a quella del Kurdistan iracheno.

Alla metà del febbraio scorso, sia il capo del governo di Accordo Nazionale Libico, Fayez al Serraj, che il leader dell’Esercito Nazionale Libico, ovvero della “Operazione Dignità”, Khalifa Haftar, si trovavano al Cairo, ma nessuno può ancor oggi verificare se si siano effettivamente incontrati. Anzi, ci risulta di no, data la vera e propria allergia che Haftar ha per il leader del GNA di Tripoli.

Al Serraj ha poi incontrato, nella capitale egiziana, sempre alla metà del febbraio scorso, il capo di Stato Maggiore delle forze armate del Cairo Mahmoud Egazi, che è il titolare del dossier libico presso l’ufficio del Presidente egiziano. Il Cairo sostiene Haftar per molte ragioni: la presenza di oltre 750.000 lavoratori egiziani in Libia, e al tempo di Gheddafi erano almeno 1,5 milioni, soprattutto copti. La tensione nel Sinai, ormai in fase di jihadizzazione, 1200 chilometri di confine con lo stato libico, di difficilissimo controllo, le rimesse dalla Libia per 33 milioni di Usd l’anno verso il Cairo, poi la caduta del commercio bilaterale, del 75%.

L’Egitto manterrà una Libia unita fino a che lo potrà, ma certamente eviterà la diffusione della Fratellanza Musulmana (che è dietro al Serraj) e delle varie e derivate confraternite jihadiste.
La Gran Bretagna, scioccamente felice di aver depotenziato, finalmente, l’Italia, non può non sostenere Al Serraj, mentre la Francia, che pensa anche al Canale di Suez, sostiene Al Sisi e quindi anche Haftar.

Haftar non si è fatto comunque vedere con Al Serraj, che era in Egitto, lo abbiamo visto; e che il leader di “Operazione Dignità” ha evitato di vedere. Il Parlamento di Tobruk, peraltro, ha fatto notare che “non esiste alcun obbligo morale né materiale” di rispettare il memorandum sull’immigrazione tra il governo di Al Serraj e l’Italia. E noi con chi parliamo, in Libia? Con i fantasmi democratico-onusiani o con le “realtà effettuali della cosa”, per dirla con Machiavelli?

Non sappiamo ancora, alla fine, perché l’ONU, l’UE e tanti altri prendano così sul serio Al Serraj e il suo governo.

Peraltro, in omaggio al mitico “laicismo” illuminista occidentale, facciamo qui notare che il rispetto della legge islamica, la sharia, è il quinto dei 32 “principi” sanciti dall’accordo di Skirat del 17 Dicembre 2016, il quale fonda l’attuale esecutivo di Al Serraj. E, d’altra parte, il governo di Al Serraj è basato sull’appoggio di Turchia e Qatar, mentre la diplomazia di Ankara è diretta da Amrallah Ishlar, che si muove perennemente tra le varie capitali della Libia attuale. Siamo davvero sicuri che questo strano attivismo turco sia all’interno degli interessi europei o, almeno, italiani, visto che anche la Francia sostiene Haftar? Siamo sicuri che Ankara non voglia anche un polo islamista sulla costa del Maghreb, graziosamente concessogli dalla stupidità occidentale, un polo che controlli il grande petrolio africano libico e l’area mediterranea?

La sottoposizione degli interessi NATO e UE a quelli di Ankara è, ormai un mistero doloroso. Vogliono sostenere la Turchia contro il “tiranno” Assad, in modo da far diventare la Siria porosa come una spugna? Vogliono forse immaginare che Ankara, invece di cooperare con Mosca in Siria e in Medio Oriente, sia sedotta alla fine dalla immane stupidità occidentale?
Ahmed Mitig, uno dei quattro vice di Al Serraj, non giudica importante, poi, la lotta all’Isis nella Sirte, che per il governo di Tripoli appare, con ogni evidenza, un cuscinetto utile per proteggersi dalle forze di Haftar.

E ora, con l’”Operazione Dignità” nell’area della mezzaluna petrolifera libica, si misura tutta l’importanza di un potere che faccia meno chiacchiere onusiane e più fatti, fatti militari. Solo un perfetto imbecille, allora, nel 2011, poteva immaginare questo scenario libico e, a Parigi e a Londra, abbiamo trovato due inutili idioti che, per portarci via l’ENI e per chiudere il fallimentare progetto della Union pour la Mèditerranèe, hanno incendiato il punto più debole del Maghreb. Peraltro, al Serraj ha come è noto, in quanto alleati interni, a Tripoli, sia i salafiti che i Fratelli Musulmani. Per allontanare l’Isis, sosteniamo i suoi progenitori ideologici, fidandoci della cravatta rossa di Al Serraj. I Fratelli hanno assassinato sistematicamente, dalla rivolta contro il povero Gheddafi in poi, e solo a Bengazi, almeno 500 ufficiali di élite delle FF.AA. libiche; mentre negli USA, anche oggi, l’equazione ovvia tra la Fratellanza e i gruppi islamisti viene negata dal governo di Washington.

Bravi. E chi credete che abbia diffuso il concetto del Corano come sola legge? La paura fa 90, e la sciocchezza fa 91.

Peraltro, ci sono voci che, all’inizio del 2016, la Fratellanza Musulmana e Al Qaeda in Libia avessero concluso un accordo politico, cosa che meraviglierebbe solo i tanti disinformati sulla questione del jihad “della spada”. Allora che cos’è? Cecità? Ignoranza? Dilettantismo? Tutte e tre. L’Occidente, in mano all’ultimo padrone e a classi politiche che vedono solo il misero soldo (arabo) lascia in mano ai suoi nemici le linee della sua penetrazione definitiva e della sua piena disfatta. Peraltro, il governo di Al Serraj, tanto caro all’ONU e alla UE semianalfabeta della signora Mogherini, non è riuscito, fino ad ora, a raccogliere il sostegno delle milizie islamiste della Tripolitania, agli ordini di Khalifa Gwell, né quello della “Camera dei Rappresentanti” di Tobruk, né quello, infine, del governo della Cirenaica capeggiato da Al Thinni.

A cosa serve, quindi? A far fare affari alla Turchia? A sostenere il Qatar, che investe fortemente nelle nostre imprese? Le milizie di “Alba Libica”, poi, non sostengono ancora Al Serraj, ma rispondono solo a Gwell, mentre sia Haftar che le forze di Tobruk hanno respinto, con le armi in pugno, qualsiasi tentativo dei pochi militari di Al Serraj, soprattutto quelli dell’area della Fratellanza Musulmana, di prendersi i distretti petroliferi della Cirenaica. E i soldati di Al Serraj li pagavamo noi, peraltro. Quindi, il meeting di Abu Dhabi, se pure porterà a qualche risultato, sarà comunque un successo solo per il generale Khalifa Haftar, che indicherà a Al Serraj una linea di mediazione, tale da non farlo saltare (nessuno ha interesse a far sostituire una nullità) e a evitare una sua rivolta a Tripoli, che comunque non andrebbe oltre il secondo piano dell’immobile, di fronte al porto, che ospita il governo del GNA tanto amato dall’ONU e dai suoi ignoranti corifei.

Nessuno sa cosa accadrebbe se Al Serraj dovesse andare in bagno al primo piano senza la copertura delle sue guardie.

Secondo alcune fonti anonime, inoltre, i due leader avrebbero accettato, nelle due ore di colloqui privati, ad Abu Dhabi, di tenere elezioni politiche e presidenziali entro il 2018. Al Serraj, peraltro, avrebbe accettato, sempre secondo le nostre fonti anonime, di appoggiare la nomina, entro il Marzo 2018, proprio del generale Haftar alla carica di presidente provvisorio della nuova, futura, repubblica libica, oltre a capitanare un governo di unità nazionale, con tutte le forze in campo, per gestire le future elezioni. Ecco, Al Serraj si sente debole, capisce che l’UE e l’ONU sono, come avrebbe detto Mao Zedong, due “tigri di carta” e si adopera per sopravvivere al suo inesistente governo tripolino. Peraltro, le aziende criminali che gestiscono il traffico di migranti sono state completamente debellate dalle aree costiere dove comanda l’”Operazione Dignità” di Haftar, mentre regnano sovrane nelle altre coste. Anche questo sarebbe un segno, per un governo italiano appena capace e adulto.

Ma dubitiamo che l’attuale governo, malgrado la sola professionale intelligenza del Ministro degli Interni Marco Minniti, voglia andare a fondo su questa questione. Sono troppo infiacchiti dalle chiacchiere su “potere legittimo”, nato peraltro solo da una loro richiesta, di Al Serraj. Come ricorderanno molti lettori, il Consiglio Presidenziale Libico di Al Serraj, nato nel Marzo 2016 e situato nella base di Abu Sittah, vicino Tripoli, nasce sulla base dell’Accordo Politico Libico siglato il 17 dicembre 2015, accordo che nomina solo nove dei dirigenti del solo governo di Al Serraj, senza altre firme a sostegno. Gli occidentali sono divisi come le forze libiche all’interno. Gli USA sostengono unicamente, nella loro magnifica cecità, il governo di accordo nazionale di Tripoli e il loro presidente Al Serraj.

Non ci chiedete perché, qui si tratta di atti di fede.

Il governo di Tripoli – Abu Sittah vuole poi “la lotta ai trafficanti di uomini e la repressione dell’Isis in Sirte”, ma sappiamo che questi due obiettivi sono stati realizzati, finora, solo Haftar. La Francia sostiene Haftar perché vuole evitare il contagio in Senegal, Gambia, Niger e Marocco. Ed ha ancora interessi tra il Corno d’Africa e il Canale di Suez. Nessuna fesseria onusiana distrarrà Parigi dal suo rapporto bilaterale con il Cairo. La Federazione Russa poi sostiene notoriamente Haftar, e tra poco ci sarà una base di Mosca in Cirenaica e una proiezione di potenza russa sul Mediterraneo occidentale.

È, quindi, con il governo di Abu Sittah- Tripoli, come se Andorra volesse comandare sulla Francia, o sulla Spagna. L’accordo infine siglato a Roma il 28 Marzo scorso tra le tribù Tuaregh, Tebu, Awlad Suleiman, che operano tutte a sud della Libia, per fermare il traffico di esseri umani e stabilizzare il Paese, è comunque una buona notizia. Ma Lavrov, il ministro degli Esteri russo, ha perfettamente ragione a sostenere “un dialogo inclusivo, evitando di scommettere su una forza sola”.

Meraviglia casomai che, all’ONU e, soprattutto, alla UE, non lo sappiano ancora. Il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, ritiene poi che il “dialogo sia positivo” e “occorra dare un ruolo anche ad Haftar”. Bravo, ma il ruolo del generale di “Operazione Dignità” è ormai ben chiaro, mentre quello di Al Serraj cade inevitabilmente nello sfondo. Cosa fare, allora? Semplice: convocare rapidamente una conferenza a Roma, piaccia o meno agli onusiani e alle gerarchie inutili dell’europeismo. Trattare una delimitazione netta e militarmente chiara delle linee interne, ordinare duramente ai libici, tutti, una votazione entro e non oltre l’ottobre 2017.

Definire un governo, e uno solo, di unità nazionale, che verrà dopo le elezioni locali. Definire non una turba di simpatici dilettanti della guerra ma una serie di efficaci avamposti NATO tra le varie fazioni. La Libia, grazie ai cretini che l’hanno disgregata, è ormai solo una terra di fazioni. Dovremo fare in modo di saperlo e separare, anche duramente, i gruppi militari tra di loro.
Non c’è più la Libia creata dal genio mazziniano di Italo Balbo, non c’è più la Libia-nazione creata dalla volontà di ferro di Muammar al Minyar El Gheddafi.

Certamente, Khalifa Gwell, il capo del governo di Tripoli, non permetteva a Serraj e allo stesso inviato ONU Kobler di atterrare al Mitiga, l’unico aeroporto della capitale. Mentre il Presidente di Tripoli non comanda nemmeno nella sua città, noi, l’Italia, e altri ingenui sostenitori della kantiana pace perpetua ci rifiutiamo di avere rapporti con l’unico Principe che abbia le Armi, machiavellianamente, ovvero Haftar, perché il governo della Cirenaica a cui il generale fa riferimento è amico della Federazione Russa.  La parte cirenaica ha già costituito una filiale “orientale” della NOC, National Oil Company, l’unica società autorizzata dall’ONU a vendere il petrolio libico, che ha subito ordinato una vendita, per il 25 Aprile scorso, di 650.000 barili, caricati sulla nave indiana Distya Ameya, presso il porto di Malta, per essere venduti tramite una società degli Emirati Arabi Uniti.

Dopo pressioni da parte dell’ONU, la nave indiana è rientrata in Libia ma, ormai, la scissione petrolifera è un dato oggettivo. L’idea di Haftar e di Al Thinni, il leader di Tobruk, è con ogni probabilità quella di creare il precedente di una autonomia della Cirenaica simile a quella del Kurdistan iracheno.

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