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Al Donizetti, Alexander Lonquich: “La musica come paralinguaggio”

Il pianista Alexander Lonquich è stato il protagonista della serata di venerdì 5 maggio al Teatro Donizetti in occasione del Festival Pianistico. I nostri Carlotta Fitzko, classe '99, e Daniele Ronzoni, classe '98, l'hanno incontrato ed intervistato

Nuova serata, nuovo artista: questa volta è stato Alexander Lonquich, pianista tedesco di ormai nota caratura internazionale, ad esibirsi sul palco del Teatro Donizetti. La serata del 5 maggio è stata infatti interamente dedicata all’artista nativo di Treviri (paesino con poco più di 100.000 abitanti nella Germina sud-occidentale) e alla sua esecuzione dei brani di Beethoven “Bagatelle op. 126” e “Sonata in la bemolle maggiore op. 26”, e del brano di Schubert “Sonata in do minore D 958”.
Figlio di Heinz Martin Lonquich, anch’egli pianista e compositore, Alexander inizia a suonare il pianoforte sin da piccolo, spinto dall’esempio del padre: a 16 anni è già un talento del panorama internazionale, tant’è che, non ancora maggiorenne, vince il primo premio del “Concorso Pianistico Internazionale Alessandro Casagrande” a Terni.

Noi abbiamo deciso di sfruttare la sua visita in occasione del Festival Pianistico di Bergamo e siamo andati nel suo camerino per porgergli qualche domanda.

Alexander Lonquich

Che cosa prova un pianista quando si esibisce?

“É difficile dirlo, perché dipende molto dal programma: ci sono pezzi dove bisogna essere molto lucidi e distaccati, e altri pezzi dove invece ci si immerge, non si prova mai la stessa cosa. Nei momenti migliori si sta completamente dentro la musica e si ha la sensazione che questa cosa passi al pubblico, si crea un’atmosfera collettiva. Paragonerei tutto ciò ad un attore che deve imparare un ruolo: sarà sempre differente in base al ruolo che deve preparare.

E’ più importante l’esecuzione o il sentimento che giunge a chi ascolta?

“Così come non dovrebbe esserci differenza tra intelletto e sentimento, allo stesso modo non dovrebbero esserci differenze nemmeno fra esecuzione e sentimento trasmesso. Dovrebbe essere tutta una cosa unita: un buon pianista deve essere in grado di realizzare questa sintesi. Non è sempre così, ma è ciò che ci si auspica accada durante l’esecuzione.”

Si ricorda cosa ha provato la prima volta che si è esibito sul palco? E nei teatri?

“Sì, me lo ricordo. Le prime volte che mi sono esibito sui palchi erano dei saggi per ragazzi piccoli, e mi sono trovato subito bene. Nei teatri ci sono andato un po’ più tardi; ricordo che verso i tredici e quattordici anni cominciavo a fare concerti più lunghi. Quando si è ragazzi tutto ciò avviene senza problemi, il nervosismo nasce dopo.”

Ha un pezzo preferito? E un compositore?

“Proprio no, non ho nessun compositore né brano preferito. Ho sì degli artisti che suono molto spesso poiché li sento a me più vicini, come Schubert, Schumann o Mozart, ma mi sento lo stesso vicino anche ad altri come Debussy. In ogni caso – aggiunge Lonquich – ci sono secondo me tanti autori meno conosciuti che invece valgono la pena di essere ascoltati, apprezzati e studiati da chi magari non ne ha mai sentito parlare; io, per esempio, amo tantissimo Leóš Janáček, sia i suoi brani per pianoforte che le sue opere.”

Quanto tempo si esercita al giorno?

“Non c’è assolutamente nessuna regola. Tra l’altro dirigo anche, perciò suddivido il lavoro in base ai prossimi impegni. Ci sono momenti in cui devo preparare pezzi pianisticamente molto difficili e allora automaticamente succede che passo tutto il giorno al pianoforte.”

Possiede solo una parola per trasmettere ciò che è la musica. Quale sceglie?

“Sceglierei paralinguismo” – ossia l’insieme di tutti quegli elementi che accompagnano il linguaggio verbale propriamente detto – “perché credo che la musica permetta di cogliere al suo interno molteplici significati. Per come la sento io, ha molti tratti che sembrano quasi delle parole pronunciate; a volte alcuni pezzi di brani sembrano delle chiare domande, ed altri brani sembrano delle risposte.”

Insomma, un artista profondo e serio Lonquich, ma abbiamo avuto modo di costatare anche la sua incredibile dedizione al lavoro, vista la meticolosità con cui si è preparato per svolgere al meglio la serata a lui dedicata.

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