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La vita ai tempi dei social network: “Facebook, da consumare responsabilmente”

"Il quotidiano “The Australian” ha scoperto un documento segreto del management di Facebook in cui viene indicato l’uso degli stati d’animo indicati dagli utenti per bersagliarli di pubblicità quando sono più deboli e fragili e quindi più disponibili all’acquisto." Greta Facchetti riflette su Facebook e il suo utilizzo da parte dei giovani

Nel linguaggio di Facebook, la parola “diario” definisce il profilo personale che si crea al momento dell’iscrizione al social, quella sezione in cui si può trovare tutto ciò che una persona condivide e posta, spesso senza alcuno scopo, semplicemente come risultato di un sentimento momentaneo come accade con i diari personali.

Rispetto a questi ultimi, intercorre, però, una differenza sostanziale, un confine di netta distinzione: il vecchio quaderno cartaceo, così come le moderne note digitali conservate gelosamente sul proprio dispositivo, è tipicamente legato alla sfera dell’intimità personale; uno dei verbi chiave del social è invece “pubblicare”, rendere noto ciò che pensiamo ad una pluralità di persone. Premendo l’opzione “Condividi”, il contenuto è messo sotto gli occhi di un pubblico vastissimo che paga il prezzo di una richiesta di amicizia per leggerlo. Il social, dunque, offre ai suoi iscritti una duplice possibilità: la messa in scena di uno show di fronte a una platea virtuale e il tentativo di una riflessione sui desideri e pensieri più intimi.

Nei diari classici si scrive per avere una valvola di sfogo per ciò che si pensa e non si ha il coraggio di confessare, oppure per qualcosa che non è ancora pronto per essere reso pubblico e così a volte può succedere che, passato del tempo, ci si rilegga e nasca della vergogna per i propri comportamenti e idee; attraverso questi ricordi personali, si ha una dimostrazione del percorso compiuto, della maturazione che con il tempo si è realizzata. Con Facebook, invece, questo prezioso passaggio è spesso saltato: non essendoci più l’obiettivo di auto-analizzarsi e prendere maggiore coscienza di sé, si scrive e si condivide per il puro e semplice piacere momentaneo di mettersi in scena e ricevere applausi sotto forma di “ Mi piace”. Data questa fondamentale dimensione pubblica, con Facebook non si vuole riflettere su sé stessi, mettere in mostra le proprie debolezze, ma ci si limita a mostrare orgogliosi i propri vanti oppure a soddisfare i sentimenti bassi e volgari che si provano. Lo schermo divide dal pubblico come una maschera che mostra il lato migliore e rende sicuri, fieri e spavaldi.

Ciò che è stato pubblicato, però, rimane registrato e i suoi effetti si trascinano ben oltre l’effimera soddisfazione iniziale. La realtà digitale se da una parte permette di accorciare i tempi e persino annullarli perché in pochi secondi si può pubblicare qualcosa, dall’altra eternizza i contenuti rendendoli accessibili anche quando l’autore se n’è dimenticato o non “condivide” più quell’idea. La riflessione, la scrittura e la pubblicazione avvengono quasi nel medesimo sfuggevolmente eterno istante.
Non per questo bisogna considerare il social network come uno strumento negativo: Facebook contribuisce ad arricchire la società globale, costantemente interconnessa, facendo nascere legami ed emergere talenti, diffondendo informazione, alimentando il mercato. Il comportamento su Facebook è, dunque, sempre più un metro di giudizio con cui considerare le persone nella quotidianità, un filtro attraverso cui ci si forma un’opinione su una data persona; la costruzione dell’identità deriva ormai sempre più anche dal social. Gli algoritmi stessi del social network utilizzano queste informazioni per creare dei profili a cui indirizzare determinate offerte personalizzate.

Recentemente, il quotidiano “The Australian” ha proprio scoperto un documento segreto del management di Facebook in cui viene indicato l’uso degli stati d’animo indicati dagli utenti per bersagliarli di pubblicità quando sono più deboli e fragili e quindi più disponibili all’acquisto. Anche per questo motivo, bisognerebbe avere maggiore consapevolezza critica dello strumento che si ha a disposizione, accentando che non sia una realtà a sé stante o una doppia personalità, ma parte dell’esistenza reale e un modo per mostrarsi allo stesso mondo in cui quotidianamente si vive, si lavora, si studia e si hanno delle relazioni.

Valorizzarne i punti forza e domare le sue debolezze: un comportamento ideale che si può imparare solo utilizzando sì Facebook, ma con cognizione di causa.

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