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Il caso Moro fu la fine delle BR, ma quanti dubbi e misteri ancora non svelati

Quasi 40 anni dall'uccisione dello statista Aldo Moro. Abbiamo messo a confronto il punto di vista, le emozioni di uno storico come Marco Cimmino su Bergamonews con quelli di un ventenne, su Bgy, come Marco Cangelli

Quasi 40 anni dal rapimento e dall’uccisione dello statista Aldo Moro. Abbiamo messo a confronto il punto di vista, le emozioni di uno storico come Marco Cimmino su Bergamonews con quelli di un ventenne, su Bgy, come Marco Cangelli: leggilo qui  

Il 9 maggio di 39 anni fa, dopo 55 giorni che avevano tenuto l’Italia col fiato sospeso, a Roma, venne ritrovato, nel portabagagli di una Renault 4 rossa, parcheggiata, quasi per dileggio, a pochissima distanza dalla sede della Dc e da quella del Pci il cadavere, crivellato di pallottole, del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.

Moro era stato rapito il 16 marzo 1978, da un commando delle Brigate Rosse, che, con una clamorosa azione militare, aveva massacrato i cinque uomini di scorta.

Fu uno scenario di guerra, nel centro di Roma, evocato dai vertici brigatisti per dimostrare che la propria capacità operativa era intatta. La “geometrica potenza” del fuoco incrociato dei brigatisti rappresentò l’apice della dottrina strategica dell’attacco al cuore dello Stato, ma, al contempo, significò l’inizio della fine per il terrorismo rosso. Perché, fino a quel momento, quello tra istituzioni e terrorismo era stato un conflitto asimmetrico, pieno di alti e bassi e senza un preciso indirizzo da parte di Polizia e Carabinieri: spesso, uomini delle forze dell’ordine erano stati infiltrati all’interno di strutture e movimenti prossimi al terrorismo, se non addirittura terroristici, ma la reazione alle iniziative dei brigatisti o dei loro succedanei di Prima Linea erano state, tutto sommato, poco incisive.

La sfida ai vertici del potere politico, con il rapimento, il processo e l’uccisione di Moro, aveva rappresentato un punto di non ritorno, cui lo Stato non poteva esimersi dal rispondere con estrema decisione: fu finalmente chiaro che era in corso una guerra, e che non si trattava di un caso di ordine pubblico.

Se, fino a quel momento, il confine tra estremismo, anche violento, e terrorismo vero e proprio, poteva essere sembrato labile e il fiancheggiamento, da parte di migliaia di lavoratori e studenti era parso la prova di un rapporto stretto tra le BR e la lotta politica, dopo il rapimento di Moro e, soprattutto, dopo l’uccisione dell’operaio sindacalista genovese Guido Rossa, freddato dalle BR a Genova, per aver denunciato un fiancheggiatore dei terroristi nella fabbrica, il 24 gennaio del 1979, fu chiaro ai più che i brigatisti erano, ormai, una cellula impazzita, presa dal vortice delle proprie farneticazioni, senza alcun legame con l’Italia democratica né, tampoco, con la classe operaia. Apparve, insomma, evidente che si era al cospetto di assassini e non di rivoluzionari.

L’illusione, che aveva animato i brigatisti rossi, di rappresentare l’élite rivoluzionaria di un vasto movimento e che aveva indotto, all’inizio degli anni Settanta, Curcio e i suoi a scegliere la lotta armata, anziché la semplice violenza di piazza, sfumò rapidamente: la morte di Moro e dei suoi agenti accelerò enormemente i tempi dell’inevitabile disfacimento del partito clandestino, sotto i colpi delle forze dell’ordine.

Il Nucleo Speciale Antiterrorismo, creato nel 1974 dal generale Dalla Chiesa a Torino, divenne, dopo il caso Moro, l’arma principale dello Stato contro le BR: le indagini e i riscontri si fecero serrati e portarono all’arresto di numerosi terroristi, la legge sui pentiti del 1982 avrebbe compiuto l’opera, assestando un colpo mortale alle organizzazioni clandestine.

Eppure, ancora oggi, a quasi quarant’anni da quel periodo terribile, sopravvivono dubbi, zone d’ombra, interrogativi cui non è stata data risposta.

Come spesso accade nella storia repubblicana, vi sono, nella strage di via Fani, nella detenzione di Moro e nella decisione delle istituzioni di fare propria la linea della fermezza verso le richieste brigatiste, pagine mai chiarite: la sospettata presenza di uomini dei servizi in via Fani, la grottesca seduta spiritica in cui venne pronunciata la parola “Gradoli”, l’ambigua figura di Cossiga, allora ministro degli Interni, sono tutti elementi su cui bisognerebbe indagare più a fondo.

Perché la storia degli anni di piombo è piena di misteri mai chiariti: e non sempre coincide con la vera storia del nostro Paese.

Enormi interessi internazionali si sono intrecciati alla lotta politica e terroristica di quel periodo: l’Italia era il confine meridionale della Nato, ma, al di là della patina atlantista e filoisraeliana, intesseva ottimi rapporti con molte realtà mediorientali ed africane di ben diversa tendenza. Faceva, insomma, un vero doppio gioco diplomatico.

In questo contesto, probabilmente, andrebbero collocati tanti episodi ancora oscuri della nostra storia, a partire dalla strage di Bologna. Una microstoria ed una macrostoria vennero, allora, a coincidere.

In conclusione, dunque, vi sono state due guerre, in Italia, a cavallo del caso Moro: una, più ristretta, combattuta dallo Stato contro un manipolo di crudeli e patologici terroristi e un’altra, assai più complessa, combattuta sul nostro territorio da svariate potenze internazionali.

Aldo Moro è stato una vittima di entrambe: bersaglio per i terroristi, che temevano di perdere consenso con l’avvento del “compromesso storico” e vittima sacrificale di un sistema in precario equilibrio fra Est ed Ovest e tra Nord e Sud del mondo.

Noi, oggi, ricordiamo Moro come un martire e un grande statista: ma, allora, non tutti la pensavano così. Moro era anche l’uomo di Osimo: il politico che voleva aprire al PCI. Per qualcuno un antipatriota, per altri, addirittura, un traditore.

Parce sepulto, certo: ma lo storico non può far finta di ignorare certi contesti. In molti odiavano Moro, a destra e a sinistra; e la memoria celebrativa di questo 9 maggio non deve impedirci di cercare, tra le pieghe dell’agiografia, la vera storia di quei giorni. Una storia difficile da svelare e quasi impossibile da raccontare. Come molte brutte storie italiane, d’altronde.

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