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“Generazione Z, è più importante vivere che condividere!”

"La scena è questa: mi trovo in montagna, circondato dalla natura insieme alla mia famiglia. Ma sono figlio della generazione 2.0 e, per questo, tutto ciò non mi basta. Sento la necessità di condividerlo con il mio smartphone." Ecco la riflessione sul rapporto giovani e tecnologia di Davide Tombini, classe '98

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Smartphone, chat, emoticon, hardware, jpg, modem, plugin, scanner, YouTube, spam, www, hotspot. Una pioggia infinita di nuovi vocaboli ha ormai definitivamente invaso le nostre vite da una decina d’anni, costringendoci a creare un nuovo dizionario tutto dedicato ai termini 2.0. E se da un lato c’è stata la necessità di inventare parole completamente nuove, dall’altro ciò che forse più impressiona le vecchie generazioni è sentire come tanti altri termini siano stati stravolti ed abbiano acquisito un nuovo significato.

In questo modo è nato davvero un nuovo mondo fatto di smartphone che sbucano come fiori nelle mani anche dei più piccoli (e per piccoli intendo bambini di 6 anni), e di schermi che, nostro malgrado, fungono da barriera verso il mondo reale che ci circonda. Preoccupante? Si, e pure un po’ inquietante.Ammetto che scrivere qualcosa su questo argomento mi risulti più difficile del previsto: questo mondo 2.0 è invaso da robot che criticano il sistema stesso in cui si muovono senza accorgersi che essi stessi sono colpevoli e, di conseguenza, violatori dell’aristotelico principio di non-contraddizione. Perciò, proponendomi di non commettere lo stesso errore, cerco di muovermi il più cautamente possibile, ammettendo e premettendo che io in primis sono figlio della generazione 2.0 e, di conseguenza, sono da ritenere colpevole.

Di cose se ne leggono e se ne sentono tante, forse troppe, circa la pericolosità della tecnologia, sfruttata a dismisura fino a diventare letteralmente una dipendenza. Tra queste cose lette e sentite, a volte ce ne sono anche alcune che, più di altre, colpiscono e invitano ad una riflessione. Nel mio caso le parole che hanno fatto scattare la scintilla sono quelle di Maurizio Ferraris (“Dove sei? Ontologia del telefonino”), quando descrive il sentimento di isolamento che ci colpisce nel momento in cui “scopriamo che non c’è campo e incominciamo a cercarlo affannosamente.” Un’istantanea perfetta di quello che la tecnologia ci porta ad essere: succubi, imbambolati da uno schermo e da una vita virtuale che non ci accorgiamo essere solamente una finzione. Ripeto, io in primis riconosco di esserlo e forse proprio grazie alla parole di Ferraris ne divento totalmente conscio per la prima volta.

La scena è questa: mi trovo in montagna, circondato da una flora e una fauna che, stranamente, ancora sono incontaminate, respiro aria fresca che non ha niente a che vedere con quel concentrato di smog a cui sono abituato ed ho la compagnia della mia famiglia con cui condividere questo momento. Ma sono figlio della generazione 2.0 e, per questo, tutto ciò non mi basta. Sento la necessità di condividerlo più con i miei coetanei, figli della mia stessa epoca, che con i miei genitori. E allora prendo in mano il mio iPhone e scatto una serie di foto per mostrare a tutti quanto sono fortunato ad essere lì in quel momento, e poi subito sui social perché non c’è tempo da perdere. Ma c’è un problema: lì, dove la natura è ancora incontaminata, la ricezione della linea telefonica non è ottimale; anzi, è proprio scarsa, ed ecco allora che ci si arrampica nei posti più svariati nella speranza che compaia una tacca in cima allo schermo come indizio del fatto che la condivisione è possibile.

Ma il tempo vola e il momento di scendere dalla cima della montagna giunge senza che io me ne accorga; attratto dal desiderio di mostrare agli altri la mia fortuna, oltre ad aver fallito nella condivisione a causa della “mancanza di campo”, ciò che più è risultato fallimentare è il fatto che quella fortuna che tanto volevo mostrare agli altri in realtà non me la sono goduta. Questa scena, purtroppo, negli ultimi anni è diventata triste quanto comune e va estesa ad altri contesti: gente che attraversa la strada con lo sguardo sul telefonino, gente che prima di mangiare un piatto di sushi decide che è meglio mostrarlo a tutti quanti postando una bella foto su Instagram, e ancora gente che ritiene normale guidare con una mano sola, con l’altra impegnata a reggere lo smartphone di ultima generazione.

Il problema è che “la nostra è una società altamente permeabile […], perché l’uso (e talvolta l’abuso) dei nuovi strumenti di comunicazione travalica i confini delle sfere di vita, li penetra rendendoli più labili”, come riconosce Daniele Marini in un articolo pubblicato su “La Stampa”. Il problema è che è “sempre più difficile separare i momenti e gli ambiti della vita”, continua Marini; “così, la sfera del lavoro si confonde con quella della vita familiare, perché possiamo essere reperibili da mail e messaggi anche nei weekend o durante le ferie”. Ed il problema è che ormai la situazione ci è sfuggita di mano senza che noi ce ne accorgessimo, tanto eravamo impegnati a tenere la testa china e gli occhi fissi sullo schermo dei nostri dispositivi.
È una sorta di protezione di cui abbiamo bisogno per rimanere sempre in contatto col mondo e per essere accettati in quel mondo. È qualcosa che assomiglia molto ad una di quelle maschere a cui faceva riferimento Pirandello, quella maschera che mai più di oggi è stata in voga e che rischia, visto l’andamento, di sostituire definitivamente il nostro viso.

La domanda è, quindi, la seguente: tecnologia sì o tecnologia no? Io mi permetto di poter dire “tecnologia sì”, ma a condizioni ben precise. Tecnologia sì perché indubbiamente rende la nostra vita più facile e più veloce, sì perché in determinate discipline (medicina su tutte) permette di condurre studi non realizzabili prima, sì perché davvero, se usata nel modo giusto, può aiutare a rompere certe barriere apparentemente indistruttibili (la distanza su tutte). Insomma, sì se può aiutarci a vivere senza farci perdere il controllo della nostra stessa vita, con tutte le gioie e tutti i dolori che comporta.

Sta a noi della generazione 2.0 capirlo e fare in modo che le nostre facce continuino ad essere pulite e smascherate; sta a noi fare in modo che quando venga nominata la parola “windows” si pensi ad una finestra e non al sistema operativo, o che quando si senta dire “anti-virus” si intenda quello reale e non quello virtuale; sta a noi riprenderci le nostre vite e viverle davvero, preferendo un tramonto visto tramite i nostri occhi ad uno visto tramite uno schermo digitale.

Sta a noi, giovani della generazione Z, riprenderci ciò che è nostro di modo che quell’esperienza, quell’emozione che ci fa sentire vivi, sia più importante viverla che condividerla.

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