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Siamo uniti, che altre prove vi servono per capirlo? Marinella Senatore e le comunità cittadine

Proseguono le interviste ai protagonisti di The Blank ArtDate Sacro / Sagra (26 27 28 maggio 2017), il weekend dell'arte organizzato annualmente a Bergamo da The Blank Contemporary Art. La seconda è dedicata a Marinella Senatore, artista e filmmaker italiana.

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Proseguono le interviste ai protagonisti di The Blank ArtDate Sacro / Sagra (26 27 28 maggio 2017), il weekend dell’arte organizzato annualmente a Bergamo da The Blank Contemporary Art.

La seconda è dedicata a Marinella Senatore, artista e filmmaker italiana. Dal 2006 lavora a stretto contatto con i cittadini per la creazione delle sue performance al fine di innescare un dialogo tra storia, cultura e strutture sociali. In occasione di The Blank ArtDate 2017 Marinella creerà Do you need more proof that we are united? | Ghet bisògn de otre pröe che ‘n sé ünicc?, una performance inedita che si svolgerà nel contesto della sagra di Sant’Antonio.

The Blank: Nelle sue performance cerca di instaurare il più possibile delle relazioni con tutte le persone coinvolte. È senza alcun dubbio molto difficile mettere insieme in un unico progetto tante teste diverse, soprattutto se, come da sua scelta, ognuno è libero di metterci del proprio. Quali sono i pro e i contro di questa decisione?

Marinella Senatore: A dire il vero la modalità e strutture di lavoro, si sono definite in maniera molto spontanea. Non riesco a pensare a un’arte che si definisca partecipativa senza la attivazione di spazi per i singoli individui, zone di libertà creativa, dove poter plasmare, modificare e definire insieme a me e oltre me, le caratteristiche del progetto. La processualità, che sicuramente è la parte interessantissima e primigenia, comporta sempre una restituzione finale, che diventa memoria del processo stesso ma anche tangibile prodotto di uno sforzo collettivo. Non sono interessata ad altre modalità di coinvolgimento che non siano così radicali e per quanto riguarda l’eterogeneità dei partecipanti questo è davvero una parte da me non controllata, è frutto di una casuale e libera adesione dei cittadini, si tratta di persone che rispondono alle open call, o alle lettere di invito e comunque si tratta sempre di call aperte e dunque è piuttosto imprevedibile sapere chi risponderà, chi sarà attratto dalla proposta e vorrà avvicinarsi al progetto. Ma in questa eterogeneità e differenza che si legge una comunità o più di una all’interno di una più grande associazione collettiva, ed è sicuramente un rischio, perché è implicita una parte non controllabile dall’artista, ma per tanti motivi probabilmente legati anche alla mia personalità, non riesco a fare altrimenti, come del resto non riuscirei mai a lavorare con le persone senza conoscerle e incontrarle, scambiare delle idee sul progetto e chiacchierare di tante altre cose, che ovviamente fanno parte della vita, del quotidiano… In sostanza quello che normalmente accade quando ci si incontra tra esseri umani e seppure la scusa iniziale è realizzare una performance o un progetto filmico, non saprei davvero pensare ai partecipanti come una sorta di impiegati che realizzano i miei desideri: è uno sforzo e anche un desiderio collettivo; in caso contrario mi sentirei di essere molto ipocrita e di aver fallito completamente nel mio intento.

Marinella Senatore

TB: Nei suoi lavori l’attenzione è spostata più sui partecipanti e sulle loro azioni piuttosto che sulla sua persona. Tuttavia la sua impronta rimane ben visibile. Quanto è difficile ottenere questo equilibrio?

MS: Ho dovuto lavorare molto sulla mia personalità, ma anche sull’idea di quello che realmente ha importanza per me: provengo dalla musica classica, in particolare dall’esperienza  dell’orchestra, e dopo due lauree in arte e un dottorato ancora non terminato, è stata la scuola di cinema e in generale la vita sul set che mi hanno insegnato tante cose, che fin dall’inizio mi risuonavano: come la struttura di lavoro corale, ma anche l’ indipendenza dei singoli individui in una catena dove ogni anello ha la sua importanza ma è fortemente connesso al precedente e al successivo, ed è in questa singolarità nella coralità che io mi ritrovo a mio agio. In generale non credo di scomparire o di non avere la mia soddisfazione come autore, penso soltanto di averla plasmata in maniera diversa, forse meno ovvia, ma che sinceramente mi soddisfa: non è un atto di umiltà, è semplicemente la verità di quello che mi interessa nel lavoro, e cioè attivare di facilitare dei processi, entrare e uscire continuamente dalle dinamiche collettive, evitando in ogni modo di avere un atteggiamento abusivo e dominante, forgiare sempre meglio la capacità di fare un passo avanti e magari due indietro, quando il progetto stesso potrebbe risentire della mia presenza, perché magari troppo ‘autoritaria’ non in quanto la mia attitudine lo sia, ma perché è ovvio – soprattutto lavorando con non professionisti, persone che si mettono alla prova – catalizzare la fiducia ma anche l’insicurezza, in quanto attivatrice e responsabile ultima: ma a volte è proprio in quell’interstizio dove si annidano difficoltà e sforzo collettivo, che vedo realizzarsi le cose più emozionanti. Lo definirei come un darsi in maniera assolutamente egualitaria tra le persone, me compresa, ed è proprio questo uno degli scopi principali del lavoro.

TB: Nelle sue performance sceglie spesso di far dialogare linguaggi differenti, se non diametralmente opposti. A cosa si deve questa scelta?

MS: Si deve alla contemporaneità, e a quello che osservo dal 2006 ad oggi, dopo aver lavorato con oltre 80.000 persone in 20 paesi in giro per il mondo, e non c’è un’omogeneità linguistica e non mi riferisco alle lingue parlate ma a ogni tipo di linguaggio ovviamente e nelle dissonanze – che amo particolarmente a dire il vero – incontro una grande verità.

TB: Negli ultimi dieci anni l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei social network è aumentato in maniera esponenziale. Dal momento che lei lavora a stretto contatto con le persone e le comunità, che tipo di vantaggi le ha portato questo fenomeno? E quali svantaggi?

MS: Francamente per il tipo di progetti che faccio, a dispetto di quanto possa apparire dall’esterno, i social media non rivestono un ruolo centrale, anzi il volantino e il passaparola continuano ad essere gli strumenti più efficaci per raggiungere tantissime persone molto diverse per background, desideri, memorie, appartenenze, ecc. Ma non c’è una posizione critica da parte mia, è solo la realtà del lavoro e di come alcune modalità siano più efficaci di altre. Invece mi è molto utile l’utilizzo dei social network per continuare il contatto con i partecipanti, per informarli sulle proiezioni o venues dei progetti fatti assieme e non recidere una comunicazione che è stata reale, ne soffrono molto e questo l’ho capito col tempo e dunque ho modellato anche la mia vita privata in base a questo; in questo senso sono di grande aiuto i social, ma rimango molto affezionata ai bollettini radiofonici, alla stampa locale nella fase di comunicazione con i cittadini, ma ovviamente non ho nessun problema a condividere sui social network le open call, le informazioni che so fare molto piacere ai partecipanti, perché si sentano gratificati (articoli, interviste in cui parlo di loro o sono direttamente coinvolti da giornalisti e comunicatori) ma ripeto nella mia esperienza non è da quelle fonti che è la comunicazione più efficace, almeno fino ad ora.

Marinella Senatore

TB: Quale è il ricordo più bello o più significativo legato ai suoi lavori?

MS: …Il momento in cui lascio le comunità con cui ho lavorato e vissuto per un certo periodo di tempo: ormai la mia vita è molto nomade, completamente dipendente dalle comunità con le quali convivo per un certo tempo durante la preparazione, realizzazione e postproduzione dei progetti e dunque potrei citare tanti esempi come il lavoro in Sicilia fatto con i minatori di Enna “Nui Simu”, presentato poi in Biennale a Venezia nel 2011, o l’incontro con gli operai di Porto Marghera, che sono forse tra le esperienze che ancora adesso mi commuovono. Quindi direi che il ricordo più intenso è proprio il momento in cui vado via, quello più più forte e ogni volta diverso perché diverse sono le persone e le relazioni.

TB: Non è la prima volta che Bergamo sente il suo nome. Quale è stata la sua reazione quando si è presentata l’occasione di creare una performance sul nostro territorio?

MS: Amo molto il lavoro di Stefano Raimondi e di The Blank, uno staff di bravissimi professionisti e in generale sono sempre felice di lavorare in Italia nonostante debba tantissimo a chi ha creduto in me all’estero, ma sono particolarmente emozionata ogni volta vita praticamente, fare delle cose in Italia ha sempre quel sapore melancolico, forse tipicamente meridionale, che mi attrae come una calamita. Confrontarmi nella lingua e cultura che conoscono molto bene, anche nei suoi lati patriarcali che mi hanno portato tra le altre cose, ad allontanarmi molte volte, ma dove mi sono formata, dove sono cresciuta… riconosco gli odori e i sapori, queste cose sono fondamentali per una persona, per cui è difficile che riesca a non entusiasmarmi per cose che si possono fare sul nostro territorio: in particolare quando sono stata invitata da Stefano e The Blank per un progetto bellissimo che aveva a che fare con la sagra e con il folk, il popolare che per me ha un grandissimo valore di testimonianza e veicolo della storia, ma anche della protesta della Resistenza, del valore delle possibilità dell’essere umano, non potevo resistere, nonostante questo 2017 sia un anno fortunatamente pienissimo di lavoro.

TB: Come è arrivata, partendo dal tema Sacro/Sagra di ArtDate 2017, alla progettazione di Do you need more proof that we are united? | Ghet bisògn de otre pröe che ‘n sé ünicc?

MS: La resistenza come ex attivista mi interessa tanto, ma negli ultimi anni soprattutto nei suoi aspetti emancipativi e di empowerment dell’essere umano: un lavoro come quello della sagra, manifestazione popolare gioiosa ma anche capace di restituire orgoglio alle persone che vi partecipano, che mostrano le proprie cose e che coinvolge tanti aspetti della cultura popolare, ha per me politicamente e artisticamente un valore altissimo. Inoltre la conoscenza del territorio, dei gruppi e delle possibilità linguistiche e culturali date dai singoli sono di incredibile nutrimento e ispirazione per poi plasmare un progetto che insisto si concentra sul potenziale insito nelle persone e la tradizione in particolare il canto popolare, di protesta e variamente declinato sui temi del lavoro, della resistenza, della convivialità, ha un preziosissimo compito che è quello di tramandare la storia. Utilizzare poi delle dissonanze linguistiche come può essere quella dell’introduzione di DJs a latere di musicisti folk è il tipo di performance che nasce dalle energie che si trovano comunque sul territorio, non ci sono elementi ‘importati’, e la varietà di linguaggio offre tanti spunti tanto alla fruizione che alla creazione. Ogni volta che penso un lavoro lo immagino innanzitutto per i partecipanti, affinché abbiano la possibilità di vivere un’esperienza intensa che poi ognuno vive in maniera personale, ma su un altro binario, ho ben chiaro di stare costruendo una piattaforma altrettanto importante e doverosamente significativa per il pubblico. Credo che che un artista debba sempre chiedersi che tipo di esperienza sta offrendo al pubblico e quindi in questo senso offrire una piattaforma che abbia più sfumature linguistiche, che apra porte di pensiero e anche di piacere differenti, che contenga una serie di energie diversificate che vadano a toccare diversi punti e di vedere le persone in diversi modi relazionarsi ad essi. Ecco, per me è molto importante tenere conto del tipo di esperienze possibili e di utilizzare gli strumenti e le sensibilità a mia disposizione, al servizio di questa costruzione di esperienza.

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