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Grande Guerra, Pillola 120: Cambrai, la madre di tutti i “Blitzkrieg” fotogallery

La battaglia di Cambrai si stava delineando come il vero e proprio primo scontro interforze della storia: artiglieria, cavalleria, fanteria, mezzi corazzati ed aeroplani che, coordinandosi tra loro, muovessero all’attacco del proprio obbiettivo.

Come abbiamo già scritto, l’esordio dei primi, lentissimi e poco efficienti, carri Mk.1 avvenne, nella battaglia di Flers, e non fu immediatamente decisivo: i carri erano pochi, poco affidabili ed utilizzati come grandi bunker semoventi per la fanteria.

Nel corso del 1917, però, tanto la tecnologia quanto la tecnica di utilizzo di questi mastodontici mezzi cingolati si evolvette significativamente e, in diverse occasioni, essi dimostrarono di poter rappresentare lo strumento adatto ad aver ragione di difese campali altrimenti inespugnabili da un semplice assalto di fanterie. Il prototipo del tank britannico era stato migliorato e reso più affidabile: il Mk.4, entrato in produzione nel maggio 1917, era già un’arma abbastanza efficiente da non poter essere considerata più un esperimento. Nelle sue due versioni, “Male” (3 mitragliatrici e 2 cannoni da 57 mm.) e “Female” (5 mitragliatrici), con 8 uomini d’equipaggio, il Mk.4 pesava, rispettivamente 28,4 tonnellate e 27,4 tonnellate e poteva percorrere 56 chilometri alla velocità di 6,5 chilometri orari: può sembrare poco, in confronto ai moderni mezzi corazzati, ma, per i tempi, era una prestazione tutt’altro che disprezzabile. Inoltre, in vista del loro utilizzo massiccio, i Mk.4 vennero dotati di un accessorio semplice quanto utile: la “fascina”.

Si trattava di una grossa fascina di assi di legno, che poteva venire calata da un apposito braccio metallico per riempire le trincee o altri ostacoli che avrebbero potuto impedire l’avanzata del carro o, addirittura, paralizzarlo.

Quando le officine britanniche produssero un numero conveniente di questi tank, il tenente colonnello Fuller, del comando mezzi corazzati britannico propose al proprio superiore, il generale Byng, che comandava la 3a armata del BEF, un attacco nelle pianure tra il canale del Nord e quello di San Quintino, utilizzando un gran numero di tank contemporaneamente, sicuro di un successo eclatante. Questo, nonostante che, negli ultimi tempi, le fortune dei mezzi corazzati fossero in calo, dopo la sorpresa iniziale: proprio per questo Fuller raccomandava un impiego massiccio di mezzi in un solo formidabile colpo di maglio.

Byng si dimostrò entusiasta del progetto: molto meno entusiasta, però, era il comandante in capo britannico, Haig, che era tutto concentrato sulla battaglia di Passchendaele. Quando, finalmente, apparve chiaro che in quel settore l’offensiva si era arenata, Haig riconsiderò il piano Fuller-Byng, che venne pianificato per il novembre 1917, con un impiego di mezzi ancora maggiore. Alla fine, l’offensiva scattò all’alba del 20 novembre 1917, quando ben 476 tank, su un fronte di una decina di chilometri, mossero verso le prime linee germaniche, appoggiati da un migliaio di cannoni, che, contrariamente al solito, non fecero nessun tiro preliminare di distruzione, per favorire l’elemento sorpresa.

Per dilagare dal varco aperto dai carri vennero schierate 2 divisioni di cavalleria, insieme ad un corpo d’attacco di 6 divisioni di fanteria. In una pianificazione tattica che, in maniera del tutto primitiva, rappresentò l’antesignana del concetto di Blitzkrieg, reso celebre dalle forze armate tedesche nella 2a guerra mondiale, furono formati 14 nuovi squadroni di aerei del RFC (il predecessore della RAF), che garantissero il controllo del cielo durante l’offensiva.

La battaglia di Cambrai si stava delineando come il vero e proprio primo scontro interforze della storia: artiglieria, cavalleria, fanteria, mezzi corazzati ed aeroplani che, coordinandosi tra loro, muovessero all’attacco del proprio obbiettivo. I tedeschi, che non si aspettavano niente del genere, indietreggiarono per circa 6 chilometri, prima di riprendersi dal colpo: la linea Hindenburg, che, fino ad allora, non era mai stata intaccata dai britannici, cedette sui suoi tre ordini di trincee.

Curiosamente, l’unico punto dell’attacco in cui i successi non furono assoluti fu quello assegnato alla divisione scozzese del generale Harper, che non si fidava dei mezzi moderni e non collaborò coi comandanti dei carri: una grande lezione per i comandanti futuri, circa la fondamentale importanza del coordinamento degli sforzi per ottenere la vittoria.

In generale, comunque, l’operazione ebbe un successo iniziale piuttosto clamoroso: soltanto nelle prime 24 ore vennero presi circa 8.000 prigionieri e fu catturato un centinaio di pezzi d’artiglieria. Mentre i britannici, galvanizzati dal successo, avanzavano, sia pure sempre più faticosamente, raggiungendo Flesquieres nel secondo giorno di battaglia, il comandante tedesco Ludendorff ordinò un robusto contrattacco: con suo grave disappunto, egli dovette constatare che le sue riserve non sarebbero state pronte prima di due giorni e fu sul punto di ordinare una ritirata generale da tutto il settore di Cambrai.

Il suo diretto subalterno, generale Marwitz, tuttavia, iniziò a lanciare una serie di controffensive successive, che, un poco alla volta, in una settimana, riconquistarono il terreno perduto. In questa operazione controffensiva, che vide impegnata una ventina di divisioni germaniche, fu utilizzata un’ulteriore novità tattica, che rese la battaglia di Cambrai uno scontro straordinariamente interessante per la scienza militare: i tedeschi, nei loro contrattacchi, adottarono la cosiddetta tecnica “Hutier” (il nome del generale che, per primo, l’aveva introdotta nella conquista di Riga, nel settembre 1917) di infiltrazione, che diede ottimi risultati e che, in proiezione, avrebbe rappresentato un modello per l’impiego delle fanterie.

In realtà, Hutier si era limitato ad adattare alle proprie esigenze una tattica già usata dagli anglo-francesi: tuttavia, questo nome rimase nei trattati di arte militare ad indicare l’infiltrazione tattica. Quale che sia la paternità di questa tecnica, essa diede, comunque, buoni frutti, così come quella dell’utilizzo massivo dei tank, nonostante che l’auspicato sfondamento, alla fine, non fosse avvenuto.

Considerata la brevità della battaglia, le perdite furono pesanti da entrambe le parti: circa 50.000 uomini per i tedeschi e poco meno per il BEF. A prescindere da tattica, tecnica e tecnologia, dunque, la guerra continuava ad esigere lo stesso, enorme, tributo di sangue.

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