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“Da Marte con amore”: i racconti a puntate del giovane scrittore bergamasco

Prosegue la sezione di BGY dedicata alla raccolta di racconti di Emanuele Mandruzzato, scrittore 20enne bergamasco, intitolata "Da Marte con amore"

Oggi è il 31 marzo e questo è il mio terzo rapporto riguardante il pianeta terra.
Innanzitutto vorrei ringraziare il folker (commando militare marziano*) che mi ha concesso di prolungare la mia permanenza su questo pianeta.
È stato un mese veramente difficile, l’impatto con i sentimenti umani ha lasciato una cicatrice indelebile nel mio animo. Ora sono qui, in questo monolocale, scrivo e nello specchio, che sta di fronte a me, scorgo un volto sconosciuto. Dio solo sa come farò a guidare il kotomor (mezzo con il quale il Marziano è sbarcato sulla terra*) senza il mio okrat (elemento organico facente parte dell’apparato visivo dei Marziani. Ha la forma di un piccolo specchio ed è posto sulla fronte*). La ferita si sta cicatrizzando molto lentamente, so cosa starete pensando… Ma io non sono impazzito e ve lo dimostrerò. In effetti questo mese, nonostante il mio animo fosse distrutto ed attanagliato da un amore fallito miseramente, non è stato infruttuoso. A dire il vero la mia scoperta non è stata volontaria, diciamo che sono incappato per caso in un aspetto molto importante dell’essere umano.
Durante i primi giorni di marzo era sbucato, tra le nuvole, un sole particolarmente caldo, così mi decisi ad uscire di casa. Come ho già ripetuto, più volte, il mio animo era, ed è, affranto a causa di Clara, così non presi le accortezze che prendevo un tempo quando m’inserivo nella società umana. I miei vestiti erano logori ed i miei occhi spenti, svuotati… Bazzicavo per i bar, di solito me ne stavo seduto per ore facendo scorrere litri di birra (mi sono abituato abbastanza velocemente all’alcol). Non so se mi sono mai annoiato tanto in vita mia, le discussioni erano sempre le stesse: “Io ho fatto questo”, “io ho conosciuto quest’altro”, “mio marito ha comprato l’auto nuova”, “mio figlio ha vinto quel concorso”. Giuro, non c’era un dannatissimo essere umano che provasse interesse per il suo interlocutore. I parlanti sembrava che non aspettassero altro che qualcuno gli donasse le orecchie per riempirle di castronerie. Per origliare non dovetti nemmeno ricorrere al mio udito da Falcon (sostantivo con cui i Marziani si chiamano tra di loro*), urlavano tutti! Come se i loro discorsi fossero degni di un pubblico più ampio. Rimasi allibito, lo dico davvero!
Esibizionismo… Ecco cosa avevo scoperto in tutte quelle ore passate ad origliare. Feci alcuni ricerche e lessi qualche storia legata a questo atteggiamento umano. Rimasi affascinato dal movimento dandy che attecchì nell’Ottocento e che mantenne il suo statuto nei secoli successivi pur mutando d’aspetto . David Bowie (il Falcon di cui mi parlò Clara) fu influenzato in maniera piuttosto evidente dal dandismo. Avevo già intuito d’essermi imbattuto in un fattore particolarmente importante all’interno della società umana, ma ancora non ero consapevole del livello d’assurdità che avrebbe raggiunto la mia scoperta.
Più denari possiedono, più gli uomini tendono a mettere in mostra la loro persona, la cosa risultò piuttosto lampante. Decisi così di andare al ristorante stellato Da Vittorio per verificare la mia tesi.
Purtroppo non mi fecero superare il portone di legno posto all’ingresso del cortile, effettivamente, anche se non me ne rendevo conto, puzzavo ed ero vestito come un barbone. Comunque il parcheggio era gremito di auto sportive ed i Terrestri, che entravano nel locale, erano proprio come me li ero immaginati: tenevano la testa alta, parlavano con boria ed erano agghindati con abiti voluminosi dai colori fosforescenti, in poche parole sembrava di stare ad un concorso di esibizionismo. Mi fermai per un istante ad osservare una Lamborghini, mi parve di scorgere Clara seduta sul posto del passeggero. Uno dei camerieri mi allontanò ed io me ne tornai nel mio bilocale a bere qualche birra.

Il giorno seguente mi diedi una ripulita e mi recai in uno dei miei bar più amati, ma anche odiati: il Tucans. Incontrai di nuovo l’uomo che, la sera di S. Valentino, mi trascinò nell’alcolismo e mi fece svegliare in uno scantinato.
“EHI DAVID! GUARDA CHI SI RIVEDE!”
Mi girai,sorrisi e poi tornai a farmi gli affari miei.
“Dai amico, non fare così,” mi poggiò una mano sulla spalla, “oramai sei una star, non puoi evitare le attenzioni che ti danno i tuoi fan.” Lo guardai perplesso, “di che stai parlando?”
“Davvero non lo sai?”
“Evidentemente no.”
L’uomo si mise a ridere e prese il suo smartphone, “ora ti faccio vedere David, vedrai che risate che ti fai.”
Le foto di me che giravo per la città, completamente ubriaco, intasavano i social network.
“Non è possibile…” Mi guardai attorno e mi resi conto di una cosa veramente assurda: tutti tenevano i loro occhi puntati su di me. Mi alzai di colpo e me ne andai senza nemmeno pagare. Niente da fare, anche fuori dal bar la gente continuava a fissarmi… Non tutti lo facevano, alcuni lanciavano taglienti occhiate di disprezzo e poi se la ridevano sotto i baffi. L’unico modo per capire come ci si sente, quando si sta sotto i riflettori della società, è starci. In quel momento percepii l’angoscia salire, era come stare chiuso in una bara seppellita sotto decine di metri di terra. Riuscii ad isolarmi nel parco di Sant’Agostino, rimasi per alcune ore seduto sulle mura ad osservare la città dall’alto. Mi sentivo inspiegabilmente compromesso, tutta Bergamo rideva di me, ma che dico! Probabilmente lo stava facendo mezza Italia. Ero disperato, come prima cosa pensai di tornare su Marte senza attendere nemmeno il permesso, ma, molto lentamente, mi tranquillizzai e tornai nel mio bilocale in Via Borgo Palazzo. Quella sera non toccai nemmeno una birra, ero certo che se avessi bevuto avrei commesso qualcosa di cui mi sarei presto pentito.

Il giorno seguente andai a comprare uno smartphone, una carta sim e tutto l’occorrente per mettersi in pari con l’arretrata tecnologia umana. Mi registrai sui principali social network terrestri e, quando feci il mio primo accesso, scoprii un nuovo mondo, un mondo astratto che viaggia in maniera parallela a quello reale. Altro che persone esibizioniste che urlano nei bar, nei social network trovai una vera e propria miniera d’esibizionismo. Le mie foto scomparirono nel giro di pochi giorni, fortunatamente le mode su internet durano molto meno rispetto a quelle nella realtà.
Passai un’intera settimana a fare ricerche navigando su quelle piattaforme, ogni tanto mi vedevo costretto a staccarmi dallo smartphone a causa della forte emicrania che mi procura. Ho visto cose veramente assurde, cose che non avrei mai potuto nemmeno immaginare, vi fareste delle grosse risate, ve lo assicuro, se poteste constatare quello che ho constatato io. Potrei stilare una lista lunghissima di cose folli, o che noi, per lo meno, reputiamo tali. Ma il succo del discorso è un altro: i social network non rappresentano un mezzo telematico sfruttato in maniera negativa dagli Umani, bensì sono una valvola di sfogo per un loro atteggiamento naturale, o che naturale è diventato. In quella settimana smisi incredibilmente di bere, devo ammettere che mi ero abituato e traevo parecchia soddisfazione dall’alcol, tuttavia le mie attenzioni si focalizzarono sulle ricerche.

Come mio solito caddi in una trappola umana, decisi di creare un profilo reale, per quanto possa essere reale la mia identità fittizia, e di buttarmi in questo gioco malato d’esibizionismo. Ero certo che un alieno avrebbe potuto attrarre su di sé parecchia attenzione, so che non avrei dovuto farlo, ma, in un certo senso, in quel momento, desideravo trovarmi di nuovo sotto i riflettori che m’avevano colpito ferocemente pochi giorni prima. Davvero, non so, nemmeno ora, come spiegarmi questo cambiamento, forse all’inizio avevo paura, ma, vedendo la soddisfazione che gli Umani traevano dai social, la paura lasciò spazio al desiderio.
Cedetti, mi feci quello che gli umani chiamano selfie e lo postai su Facebook, ero curioso, anzi ansioso, di scoprire quanti, dei miei “amici”, avrebbero lasciato un like. Be’, dopo circa 3 ore avevo un sacco di reaction, ma guardando i commenti compresi di non essere riuscito ad inserirmi in quella società parallela. Uno dei miei “amici” m’intimidì così: “Levati quell’orrendo specchietto dalla fronte”, molti risero di me, e solo uno provò a difendermi, ma ebbi l’impressione che lo stesse facendo solo per mettersi in mostra, per esibirsi. Dal mio primo giorno sulla Terra l’okrat non ha fatto altro che darmi problemi, finalmente mi resi conto dell’incredibile importanza che davano gli Umani all’aspetto fisico. È proprio vero… Qui l’unica cosa che conta è come appari e non ciò che sei… Ecco giustificato tutto l’esibizionismo manifestato dai Terrestri. Stavo per cancellare il mio profilo ed allontanarmi definitivamente dai social network quando capitò qualcosa d’inaspettato: quasi istintivamente provai a cercare Clara su Facebook. La trovai, non resistetti alla tentazione, così aprii il suo diario multimediale e la prima cosa che vidi fu una foto. Nella fotografia c’era lei, bellissima come al solito, che baciava un uomo sulla trentina, stavano seduti sulle mura di città alta. Mi ero quasi completamente dimenticato di Clara in quei giorni, ma quella foto, in quel momento, risvegliò in me degli istinti masochistici mai provati prima. Corsi in cucina, presi un coltello e mi recai in bagno. Anni di studi di medicina mi permisero di farlo, mi permisero d’amputarmi l’okrat. Bendai accuratamente la ferita, bevvi un paio di birre per alleviare il dolore e me ne andai a letto.
Il giorno seguente rimasi davanti allo specchio per circa un’ora, quello che vedevo era un Terrestre e non un Falcon, questa missione oltre a degradare il mio spirito inizia degradare il mio corpo, ma so che, oramai, non ho più modo di tornare. Non sono pazzo, lo giuro, semplicemente inizio a comportarmi come un Umano. I Terrestri se non amano qualcosa del loro aspetto fisico ricorrono alla chirurgia estetica, a programmi per modificare le foto, davvero, non scherzo, so che ora state ridendo, ma la cosa è dannatamente seria. Tolsi tutti i social tranne Facebook, non riuscii ad eliminarlo perché da lì potevo vedere Clara, potevo controllarla. Il suo ragazzo è molto bello: è stempiato, alto circo un metro e sessanta centimetri, ha un folto monociglio e che dire… Ah, certo, ha anche una lussuosa Lamborghini. A quanto pare era proprio lei quella donna al ristorante Da Vittorio. Tenni costantemente controllato il suo diario per un’intera settimana, non potevo farne a meno.

Una decina di giorni fa, però, presi la decisione d’incontrarla. Non potevo scriverle per avere un appuntamento, probabilmente l’avrebbe declinato, ma questo non era necessario: conoscevo tutti i suoi spostamenti e non mi sarebbe stato difficile causare un incontro fortuito. Mi vestii completamente di nero, e, alle sei del mattino, mi piazzai sotto casa sua in Via Baioni. Lei usciva a correre, ogni mattina, alle 6.30 con il suo labrador. Fu puntale. Non fu difficile tenere il suo ritmo, gli Umani, fisicamente, sono nettamente inferiori rispetto a noi. Corse per un’ora, mi parve che non s’accorgesse della mia presenza, stetti particolarmente attento, anche se con il campo visivo che m’è rimasto risulta difficile controllare le situazioni al meglio. Rincasò e si fece una doccia, io mi appostai sotto al suo condominio, c’era una finestra aperta e grazie al mio udito (ancora intatto) riuscii ad origliare.

“Oggi me ne sto a casa con te, ti va Buk?”
Inizialmente pensai che Buk fosse un nome da idiota per un Terrestre, ma poi capii che stava parlando con il cane, dovete sapere che gli Umani sono soliti compiere gesti irrazionali con la massima naturalezza.
“Buongiorno, sì, sono Clara Invernici, sono malata e non riesco a venire a lavorare… Lo so Marco, hai ragione… Va bene, cercherò di rimettermi presto.”
Mi avvicinai al portone d’ingresso, cercai il campanello con il suo nome sul citofono ed, infine, suonai.
“Sì, chi è?”
“Sono io Clara.”
“Io chi?”
“David.” Click.
Il portone s’aprì.
Controllai i campanelli posti accanto alle porte del piano terra, ma nessuno recava il suo nome, così salii un paio di rampe di scale. Appena raggiunsi il primo piano la vidi, stava sulla soglia della porta con indosso l’accappatoio ed i capelli avvolti in un asciugamano.
“Guarda un po’ chi si rivide…”
“Ciao Clara,” provai a sorridere.
“Se hai finito di pedinarmi puoi entrare.”
Non so come abbia fatto, ma mi aveva decisamente colto in flagrante. Non le risposi, mi limitai ad entrare. La casa di Clara è molto più colorata ed agghindata della mia. La trovai sinceramente orrenda, tuttavia penso che lei valuterebbe nello stesso modo il mio bilocale. Una cortina di fumo avvolgeva il salotto dove mi fece accomodare, mi sedetti sul divano. C’era un forte odore d’erba tagliata, iniziò a pizzicarmi la gola, ma cercai di non farci troppo caso. Clara mi vide in difficoltà così aprì la finestra.
“Vuoi un tiro?” M’indicò una mezza sigaretta artigianale abbandonata nel posacenere sul tavolino.
“No grazie.”
Si sedette sulla poltrona di fronte a me, “cosa fai qui David? Perché mi hai seguito stamattina?”
“Sai, ho messo Facebook, ti ho vista e… Non so come spiegare… Avevo semplicemente voglia di vederti dal vivo. Non sapevo come avvicinarti e così ho provato a seguirti.”
Clara raccolse la sigaretta nel portacene, l’accese e prese un paio di boccate.
“Ho un ragazzo ora…”
“Lo so.”
Rimanemmo in silenzio per circa un minuto, lei continuava a fumare ed io non sapevo cosa dire, questo perché probabilmente non avevo nulla da dire.
“Ora che mi hai visto sei contento? Se vuoi puoi pure andartene…”
“No, non sono per niente contento.”
I suoi occhi s’incollarono sulla mia fronte, “che hai fatto lì?”
“L’ho levato.”
“Che cosa hai levato?”
“L’okrat”
Clara mi guardò incredula, “senti, vaffanculo te ed il tuo okrat di merda! Perché devi tirare fuori queste stramberie?”
“Stramberie? Non c’è nulla di strambo nel mio okrat! Siete voi Umani che lo trovate strambo!”
“NOI UMANI? MA TI SENTI COME PARLI? E CHE CAZZO SEI TU, UN MARZIANO?” Aumentò notevolmente il tono della voce e poi si lasciò andare ad una risata nervosa. Mi alzai dal divano, mi avvicinai a lei e la guardai negli occhi, “è da quella sera Da Mimmo che cerco di dirtelo…” Le nostre labbra si avvicinarono molto lentamente, non avevo idea di cosa stessi facendo, ho sempre trovato disgustoso il rituale umano di scambiarsi baci, ma uno strano istinto prevalse su di me.

La finestra del salotto che dava su Via Baioni s’infranse. Due uomini in giacca e cravatta si catapultarono nella stanza. Spinsi a terra Clara e mi avventai su di loro, prima di raggiungerli. però, il mio corpo divenne incredibilmente debole e crollai a terra, mi avevano narcotizzato.
Mi risvegliai in uno scantinato, la mia prima reazione fu quella di ridere.
“Che cazzo hai da ridere finocchio?”
“No, è che l’ultima volta che mi sono svegliato in uno scantinato ero completamente nudo e stavo nel letto con una donna che pesava, sì e no, 200 chili.”
L’uomo che stava di fronte a me mi guardò male ed uscì. Tornarono in due.
“Lo sai perché sei qua?”
“A dire il vero no, ma vorrei tanto saperlo.”
“Noi sappiamo chi sei, sappiamo cosa ci fai sul nostro pianeta, sappiamo cosa c’era al posto di quella cicatrice, sappiamo quante volte ti lavi le mani, sappiamo quanti peli hai sul culo e sappiamo anche quello che stai pensando adesso, quindi non fare il furbo.”
Facevano i gradassi, ma non sapevano molto di me evidentemente, nessuno sano di mente proverebbe ad immobilizzare un Falcon con una camicia di forza e delle corde da marinaio.
“Cosa volete da me?”
“Vogliamo che tu ci dica tutto a proposito della tua razza.”
“Come avete fatto a trovarmi? Al Gleno avevo fatto un bel casino, ma ora non stavo dando molto nell’occhio… A parte qualche foto di me sui social…”
“Già, peccato che poi hai comprato uno smartphone e ti sei registrato su Facebook, pensavi davvero che non ti avremmo trovato? Ci hai facilitato il lavoro, grazie dolcezza.”
“Oh, certo, e poi quei cosi mandano un segnale GPS, è così che avete scoperto che stavo da lei…”
“Clara Invernici?”
“Dov’è?”
“Prima prova a parlarmi un po’ della tua razza.”
Rimasi in silenzio. L’uomo che aveva parlato con me fece un cenno all’altro, il quale uscì per qualche istante, poi tornò con delle pinze che passò al collega.
“Innanzitutto ti strapperò le unghie delle mani, poi quelle dei piedi, poi passerò ai denti. Poi inizierò ad affettare ogni parte del tuo corpo, finché di te non rimarrà che il tronco… A quel punto continuerò a torturati e non smetterò anche su tu m’implorerai di ucciderti. Ti piace come progetto?”
“Non ho alternative?” Mi lasciai scappare un piccolo sorrisetto.
“Mi puoi parlare della tua razza.”
Sbuffai, “ho un’idea migliore…” Mi bastò allargare le braccia per liberarmi da quel maldestro tentativo d’immobilizzarmi. L’uomo con la tenaglia rimase allibito, mi puntò contro l’arnese, ma gli fui addosso in pochi secondi e lo stesi con un gancio. L’altro era scomparso, uscii dalla porta e me lo ritrovai di fronte con un fucile a pompa, “cazzo…” Mi colpì alla spalla, era davvero un incapace, feci finta di svenire, quando si avvicinò lo disarmai e gli sparai in testa. Tornai indietro per finire il suo collega.

Mi avevano portato a Milano. Non fu facile tornare a casa, ma dopo molti autobus sbagliati e treni in ritardo (dannazione i Terrestri hanno ragione, i treni sono sempre in ritardo), riuscii nell’impresa. Non che Milano non mi piaccia, ma è troppo grande e mi risulterebbe difficile eseguire delle analisi sugli esseri umani.
Affittai un monolocale in Via Angelo Maj e, ad oggi, non sono ancora uscito. Mi sono dovuto operare alla spalla e vi assicuro che non è stato facile: quando ti sparano con un fucile a pompa da quella distanza è già bello se riesci a tenerti il braccio attaccato alla spalla. Inoltre non sono uscito per evitare di affrontare, in condizioni precarie, altri uomini in giacca e cravatta.
Sono giunto ad una somma conclusione a proposito dell’esibizionismo, dopo tanto scrivere a proposito di questo tema ho compreso che si tratta di un sistema di autodifesa. Clara si è esibita su Facebook attraverso le varie foto “felici” postate da lei e dal suo fidanzato, ma in realtà io ho trovato una persona che resta a casa da lavoro senza un valido motivo, nei suoi occhi scorsi molta infelicità. Come dicevo, l’esibizionismo è un sistema di autodifesa, ci consente… Consente agli Umani di sentirsi accettati e di annullare, momentaneamente, l’insicurezza ed i sentimenti negativi che li attanagliano.
So che probabilmente avrete già deciso di farmi rientrare su Marte, ma mi vedo costretto a declinare la vostra offerta. Non so dov’è Clara e non me ne andrò da questa pianeta se lei non sarà al sicuro, il prossimo mese mi preoccuperò di ritrovarla, poi potrete fare di me quello che vorrete. Non pensateci nemmeno di mandare i vostri agenti, ricordatevi che sono miei allievi e che, anche se non ho più l’okrat, io sono il migliore.

*nota del traduttore

David Starbuk 31/03/2017

Copertina a cura di Francesco Zarbà

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