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Gli ex voto: oggetti devozionali di comunicazione popolare

La prima intervista è dedicata a Gian Antonio Gilli, sociologo e professore presso l’Università del Piemonte Orientale. Da decenni studia l’esperienza religiosa nelle sue manifestazioni più materiali, fra cui le offerte votive degli ex voto.

Una serie di interviste ai protagonisti di The Blank ArtDate Sacro / Sagra (26 27 28 maggio 2017), il weekend dell’arte organizzato annualmente a Bergamo da The Blank Contemporary Art.
La prima intervista è dedicata a Gian Antonio Gilli, sociologo e professore presso l’Università del Piemonte Orientale. Da decenni studia l’esperienza religiosa nelle sue manifestazioni più materiali, fra cui le offerte votive degli ex voto.

The Blank: Vorrei cominciare chiedendole da dove nasce il suo interesse per gli ex voto. Per quale ragione ha dedicato tanto studio alle tavolette dipinte.
Gian Antonio Gilli: Ho scoperto gli ex voto fin da bambino, semplicemente perché passavo i quattro mesi estivi nella casa del nonno in un paese di montagna e lì vicino c’era un santuario con più di 800 tavolette. Naturalmente l’interesse attuale è molto più recente e risale a quando ho cominciato a rendermi conto che nell’ex voto non c’era solo un contenuto devozionale, ma qualcosa di più forte e di ‘laico’, una sorta di comunicazione fatta dal soggetto alla propria comunità.

TB: Nel suo Manuale di ex voto offre un’analisi sociologica interessante di questi oggetti votivi accompagnata da un dettagliato lavoro di catalogazione di oltre 1000 esemplari distribuiti in tutto il territorio italiano. Ne ricorda alcuni per originalità di soggetto, tecnica esecutiva o per rilevanza storico-sociale?
GG: Credo che, quando un ex voto ci colpisce, sia il più delle volte per la sua originalità, che naturalmente può riguardare molti aspetti, dal soggetto vero e proprio al modo di strutturare lo spazio narrativo. Per esempio, l’ex voto della figura 1 è stato offerto da una signora che era stata aggredita a martellate dal figlio “impazzito”. A me sembra sorprendente che il fatto di non aver riportato ferite sia stato staccato da tutto il dramma circostante e considerato una Grazia. Oppure l’ex voto della figura 2, che riguarda uno degli eventi più frequenti, la guarigione da una malattia, che significa sempre raffigurazioni cariche di tristezza: questo ex voto invece, relativo a un caso di “mal caduco”, è ispirato ad una poetica leggerezza, capace quasi di trasfigurare il sintomo in un movimento di danza.

ArtDate Sacro/sagra

Fig.1 – Figlio Impazzito, Santuario di N.S.Virgo potens, Genova-Sestri

ArtDate Sacro/sagra

figura n. 2 – Nobile Devoto, Santuario di San Chiaffredo, Crissolo (CN)

TB: La categoria degli ex voto è molto eterogenea: piccoli oggetti che ricordano la grazia ricevuta, fotografie, riproduzioni tridimensionali di parti del corpo guarite. Da un punto di vista storico-artistico sono però le tavolette dipinte a suscitare maggior interesse. Ha riscontrato in questi dipinti delle costanti stilistiche, dei codici linguistici condivisi che giustificano la classificazione degli ex voto come arte popolare?
GG: Non esistono molte ricerche su costanti stilistiche, codici linguistici degli ex voto, o altro. Mi chiedo, peraltro, quanto sia appropriata l’applicazione, agli ex voto, di categorie impiegate negli studi storico-artistici. Certamente, vi sono nelle tavolette delle raffigurazioni, delle immagini, ma la loro presenza, io credo, è in un certo senso strumentale. Mi chiedo insomma se considerare gli ex voto come ‘arte’ – il che è apparentemente molto generoso nei loro confronti – non finisca per mascherarne la vera essenza (un po’ come avviene, ma anche questa è una mia opinione, per i graffiti preistorici).

TB: Il Museo Bernareggi di Bergamo possiede due collezioni di ex voto molto significative, dono delle famiglie Cefis e Antonini. Questi oggetti devozionali sono però nati per essere collocati nei Santuari. Come si giustifica questo passaggio da un luogo di culto pubblico a una collezione privata e il relativo cambio di funzione?
GG: Da decenni la critica sempre più diffusa ai musei è il fatto che – nel proporre oggetti, reperti, ecc. – essi compiono di fatto una de-contestualizzazione che, in qualche modo, ‘offusca’ l’oggetto. Direi che ciò è ancora più grave per l’ex voto, che non solo è nato altrove, ma è stato prodotto e donato per trovare posto in un altrove (una cappella, un santuario) ben specifico. Il luogo cui l’ex voto è stato destinato dal donatore è insomma un elemento fondamentale dell’ex voto, è il tramite che ha legato il donatore a quel luogo. Agli ex voto ci si accosta nel loro luogo di origine, e li si guarda con la luce, i suoni, gli odori del luogo, sullo sfondo del legame originario tra il donatore e quel luogo. Rispetto a vederli in un museo, la differenza è quella tra vedere un animale nella foresta (con tutti i sentimenti che ciò può suscitare) e vederlo impagliato in una stanza del museo. Vi è tuttavia una voce positiva dei musei di ex voto (e non è poco): probabilmente hanno contribuito a salvare un patrimonio che si sarebbe perduto. Non vedo invece alcuna giustificazione a favore del collezionismo privato attuale, che sta crescendo: di fatto, incentiva i furti nelle chiese.

TB: Il tema della settima edizione di ArtDate è il Sacro inteso come insieme di riti e tradizioni popolari capaci di unire le persone in uno spirito comune. Gli ex voto esprimono un rito individuale che è il ringraziamento e insieme attivano una pratica collettiva e condivisa come il pellegrinaggio. In che modo l’esperienza personale dialoga e trova una collocazione nella dimensione sociale e universale?
GG: Sono lieto di questa domanda, perché mi permette di tornare su di un punto che sopra avevo solo accennato, e che mi sembra essenziale per chiarire un equivoco che grava sugli ex voto. Tutta la letteratura in materia parla dell’ex voto come di una espressione di devozione, e si guarda al vovente come ad un membro perfettamente rappresentativo di una comunità devota. A me sembra un quadro falso, e nel mio libro ho cercato di criticarlo e di sostituirlo con un altro. Anzitutto, la nozione di ‘devozione’ è ambigua. I primi sospetti sulla devozione risalgono addirittura a Gesù: “Quando pregate, non siate come gli hypokritai, che amano pregare stando ritti in piedi nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini” (Matteo 6.5). Per il Vangelo, insomma, devozione è il rapporto interiore e segreto col Padre, – il resto è fatto per ‘apparire agli uomini’. Per chi pensi di avere ricevuto una grazia, allora, l’unica risposta davvero ‘devota’ – secondo il Vangelo – sarebbe un ringraziamento profondo al Padre, nell’interiorità. Accendere un cero, far dire delle Messe, parlarne nella comunità sono comportamenti sempre più vistosi, sempre più fatti “per gli uomini”, e il vertice è senz’altro rappresentato dall’offerta di un ex voto: un oggetto che dichiara pubblicamente e per sempre che un entità soprannaturale è entrata in benefico contatto col soggetto; un oggetto, si noti, che raffigura questo rapporto.
Facciamo un altro esempio. Il sentimento di ‘pietà verso i defunti’ è religiosamente importante, ma anche qui, appena oltrepassato il ricordo interiore, inizia una scala crescentemente rivolta a ‘essere visti dagli uomini’. Ebbene, considerare l’ex voto come espressione di devozione e basta, non è molto diverso dal considerare le Piramidi, o il Taj Mahal, o le tombe edificate da Michelangelo come esempi di pietà verso i defunti, e basta.
L’ex voto, ho detto sopra, è una comunicazione rivolta alla propria comunità di appartenenza, in cui si afferma che il soggetto, la sua famiglia, è stato visitato da un’entità soprannaturale, e dispensato di una Grazia. In sostanza, una dichiarazione di ascesa individuale. Nell’equilibrio chiuso di una comunità, nella quale il sistema degli status è rigido, e ogni mobilità è impedita, una dichiarazione di questo tipo appare quasi ‘eversiva’, e non è un caso che la comunità non gradisca affatto gli ex voto dei suoi componenti. L’ex voto, insomma, è sempre una manifestazione di individualismo (si guardi la figura 3, dove l’ex voto sembra soprattutto rispondere a un’esigenza ritrattistica), e questo individualismo è inviso alla comunità, che cerca di porre dei limiti. Evidentemente, un’esponente della nobiltà o dell’alta borghesia può permettersi di ignorare questo controllo sociale, un contadino no (si confrontino le figure 4 e 5). Ma sempre l’ex voto è una manifestazione di individualismo, in cui il donatore di un ex voto non è affatto rappresentativo della sua comunità, – è rappresentativo solo di se stesso.

ArtDate Sacro/sagra

Fig.3 – Santuario della Madonna del Boden, Ornavasso, 1892

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Fig. 4 -Ritratto Nell’Acqua, Museo del paesaggio, Verbania, Inv.217 T Piemonte (Madonna del palazzo)

ArtDate Sacro/sagra

Fig.5 – Mal caduto, 1828, Santuario di San Chiaffredo, Crissolo (CN)

TB: Oggi è ancora attiva la pratica degli ex voto? Saprebbe indicare delle pratiche artistiche contemporanee che rispecchiano per forme e intenzioni questi oggetti votivi?
GG: Inutile dire che, come risposta a bisogni individualistici, l’ex voto sarebbe oggi largamente improprio. Intanto, la ‘comunità chiusa’ di una volta non esiste più: come conseguenza della rivoluzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto, le comunità di riferimento di ciascuno di noi si sono non solo moltiplicate, ma anche enormemente dilatate, senza nemmeno richiedere un rapporto diretto tra i rispettivi componenti. Corrispondentemente, sono drasticamente cambiati i meccanismi di controllo della comunità sull’individuo. In questo contesto, la possibilità di auto-espressione individuale sono diventate innumerevoli. Inutile soffermarsi su questo punto, se non per osservare che la crisi attuale dell’ex voto non deriva tanto (anche qui) da una caduta devozionale, ma dalla scomparsa delle comunità in cui e ‘contro cui’ il dono di un ex voto aveva senso.

TB: Per chiudere, una domanda più generale. Una mission condivisa dalla maggior parte dei soggetti che si occupano di arte contemporanea oggi è quella di allagare e diffonderne l’interesse a un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Da un punto di vista sociologico che valore ha questa fruizione che si vorrebbe sempre più di massa ma sembra rimanere un fenomeno elitario?
GG: Il tema di questa domanda è sconfinato, servirebbe un questionario ad hoc. Ho una piccola esperienza: organizzo micro-esposizioni di artisti contemporanei in un ambiente ‘estremo’: una vecchia bottega dismessa, in un paese montano spopolato, con un breve turismo mordi-e-fuggi di estrazione popolare. Il mio progetto si chiama Bisogno di ispirazione, e cerco soprattutto di coinvolgere le persone presentando la fruizione dell’arte non come una acquisizione estetica, intellettuale, ecc., ma come, appunto, la soddisfazione di un bisogno. Credo insomma, per limitarmi ad una formula, che il lavoro da fare debba favorire l’auto-riconoscimento di un bisogno, ossia la motivazione.

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