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L’appello di Berizzi a Gori: “La mia Bergamo tolga la cittadinanza a Mussolini” fotogallery

Il giornalista di Repubblica, vittima di intimidazioni e minacce da parte di gruppi neonazisti, ha parlato dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto per il 25 aprile: "Rimediamo agli errori della storia azzerando le onorificenze ai dittatori, Bergamo ci farebbe una bella figura".

“Buona democrazia, buona resistenza, buon 25 aprile”: dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto il giornalista bergamasco di Repubblica Paolo Berizzi ha concluso così il proprio intervento, l’ultimo prima che il corteo proseguisse la sua marcia verso la lapide di Ferruccio Dell’Orto in via Pignolo.

Un intervento atteso dopo i recenti fatti di cronaca che lo hanno visto suo malgrado vittima di intimidazioni e minacce da parte di gruppi neonazisti (LEGGI QUI), definiti “campioni di intolleranza”: Berizzi ha fatto nomi e cognomi, ha citato organizzazioni e relativi responsabili, chiamando in causa Manipolo d’Avanguardia Bergamo, Comunità Militante dei Dodici Raggi, Forza Nuova, Casapound, Lealtà Azione, Veneto Fronte Skinhead, Azione Frontale e Milizia Roma.

“La prima cosa la voglio dire a chi vigliaccamente si nasconde dietro un acronimo e crede di fermare con le minacce il mio lavoro – ha debuttato il giornalista di Repubblica – Rassegnatevi, continuerò a denunciare il fenomeno vergognoso dei rigurgiti nazifascisti e il mio impegno raddoppia”.

Poi due appelli, uno al Viminale e alle Magistrature e uno al sindaco di Bergamo Giorgio Gori: “Queste organizzazioni operano indisturbate nell’indifferenza generale, è ora di dire basta. Bene che lo Stato protegga i cronisti ma deve fare di più: deve sciogliere questi gruppi, ci sono due leggi per fermarli, facciamole rispettare. È un fatto di civiltà”.

E aggiunge: “Al sindaco Gori dico: togliamo la cittadinanza a Benito Mussolini. Non è più tempo di indugi, se la storia non si cancella è vero anche che è giusto che si rimedi ai suoi errori, azzerando le onorificenze ai dittatori. Credo non ci sia alcuna ragione per cui il duce debba essere considerato ancora cittadino onorario di Bergamo. Credo che Bergamo ci farebbe una bella figura”.

Prima dell’intervento di Berizzi sul palco si erano alternati Carlo Salvioni, presidente del Comitato Antifascista Bergamo che ha rivolto un appello urgente per la pace contro “l’irresponsabile gioco alla guerra” condannato anche dal presidente della provincia Matteo Rossi, Giorgio Gori, con il suo discorso sull’Europa (LEGGI QUI), Irene Invernizzi, giovane del direttivo Anpi Dalmine che ha letto un messaggio della partigiana Pierina Vitali, e due giovani del Movimento Antifascista Bergamasco.

Nel mezzo la toccante testimonianza del patriota Giovanni Grassi, 97 anni, uno dei pochissimi reduci della Divisione Acqui sterminata dai tedeschi a Cefalonia: “La sera prima dell’inizio della terribile battaglia il nostro generale fece tra noi soldati una specie di referendum, che all’epoca non sapevamo nemmeno cosa fosse. Ci chiese se eravamo disposti a cedere le armi ai tedeschi o se avessimo voluto combattere. La decisione fu quasi unanime: mai gli avremmo consegnato le nostre armi. Fu una battaglia durissima, loro disponevano di bombardieri e forze molte più grandi delle nostre: resistemmo fino alla fine. I tedeschi non rispettavano i prigionieri, ne fucilarono cinquemila. Io sono l’unico superstite per miracolo del mio reparto di 57 persone: per 51 giorni mi sono nascosto nei posti più impensabili, mangiando erba e bevendo l’acqua piovana dalle pozzanghere. Oggi vi chiedo di ricordare quei giovani morti a Cefalonia”.

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