Logo

Temi del giorno:

Profonda ed emozionante “Lucia”, Micheli strega La Fenice con Donizetti

Pubblichiamo la recensione di Carla Moreni de Il Sole 24 Ore sulla “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti portata in scena al teatro La Fenice di Venezia dal direttore della Fondazione Donizetti, il bergamasco Francesco Micheli

Pubblichiamo la recensione di Carla Moreni de Il Sole 24 Ore sulla “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti portata in scena al teatro La Fenice di Venezia dal direttore della Fondazione Donizetti, il bergamasco Francesco Micheli

Al San Carlo è andata in scena da poco una “Lucia”: ben cantata, ben suonata, corretta e di qualità. A poca distanza, anche alla Fenice di Venezia debutta una nuova produzione del capolavoro donizettiano: ben cantata, ben suonata. Ma non solo corretta e di qualità. Anche pensata. Con un’idea registica, cioè di racconto, profonda e emozionante. E l’opera ci arriva radicalmente diversa. Non solo un oggetto, da guardare a distanza, ma una parte di noi. Che urto a qualcuno, che munito di fischietto alla fine fischia. Ma il teatro è vero solo quando è così, creato di nuovo, umanistico, vero.

Il regista Francesco Micheli, bergamasco fin nel midollo, come il compositore, questa “Lucia” l’ha meditata da tempo. L’ha spiegata tante volte agli studenti, l’ha fatta propria. La debutta in teatro – ed è il suo primo Donizetti – segnandola con il coraggio e anche la radicalità necessari per parlare delle cose più private. «Lucia c’est moi», può ben dire. Perché in questo atollo di musica divina, quasi mozartiana nella perfezione, non ci sono solo note sublimi, ma anime e carne.
Nella drammaturgia di Micheli tutto fa perno sulla natura fragile, inquieta, senza appigli, di Lord Ashton: è un ragazzo bene; l’abito e il gilet eleganti sono quanto gli resta del passato di buona famiglia. Il resto è un cumulo di mobili accatastati (un virtuosismo di oltre duecento pezzi, messi alla rinfusa uno sull’altro). Da subito ci dicono che tutto degli Ashton è finito. Ma anche dei rivali Ravenswood. L’eredità delle famiglie sono solo tombe. E un macabro «Tombe degli avi miei» canterà Edgardo, prima di suicidarsi, scavalcando i corpi dei coristi distesi a terra, sepolti a vista. La scena ora è vuota, ma dall’alto penzolano ancora minacciosi, come scheletri, una decina di tavoli, memoria dei banchetti di un tempo finito.

IL PESO DEL PASSATO
Lucia diventa l’oggetto fuori posto, in questo continuo scavalcare il passato degli altri, che vivono il presente solo sul retaggio delle consegne dei genitori morti. Lei, innamorata, guarda al futuro. Forse sono solo sogni. E nei sogni si rifugia, nel suo lettino ottocentesco (anch’esso di famiglia, eredità obbligata) già indossando l’abito da sposa. L’ha tirato fuori dalla cassapanca, già pronto (e già usato). Il dramma dei tre giovani sta nell’essere sul punto dove potrebbero iniziare una loro vita adulta, ma bloccati dal passato. Da quella montagna di mobili, armadi, sedie, cassetti, divani, che sbarrano e impediscono il futuro.
Come un cippo, una targa incombente, tra tutti questi cimeli, simbolo di solidità, economia, tradizione, affiora come un santino il quadro con la foto-ritratto dei genitori. Enrico, debole, velleitario, incerto negli affetti, fallimentare sui beni ereditati, lo abbraccia spesso. A scudo, difesa. Agisco per loro, sembra dirci, mentre mostra il santino alla platea. Ma crollerà nella scena della pazzia della sorella, osservata con orrore, rannicchiato sotto un tavolo, coprendosi la testa con la giacca.
Si assomigliano i due fratelli, e qui Micheli ha lavorato di fino, creando una tensione magnetica, palpabile, tra lui e lei, Markus Werba e Nadine Sierra. Alti quasi uguali, belli, dai tratti gentili: sono due metà della stessa mela quando si fronteggiano, seduti al tavolo, e sarà lei che picchia forte i pugni, per difendere il proprio voto d’amore verso Edgardo. Per un attimo li vediamo anche bambini, felici, quando lei inizia a delirare e si intrecciano in una danza improvvisata, come un gioco. Per un attimo capiamo che Enrico è attratto da Lucia. È un attimo anche l’attrazione verso Edgardo, un toccamento fuori luogo, sotto la camicia, mentre i due si stanno sfidando a duello, vomitandosi addosso tutta la rabbia ereditata dalle generazioni passate.

LA VOCE CORRE IN SALA, MAGNETICA
In piedi, sopra un tavolo, si svolge tutta la lunga scena della pazzia di Lucia. E questa, dopo il virtuosismo del primo atto tutto sulle montagne russe della catasta del mobilio, nella scena di Nicolas Bovey, è la seconda prova di virtuosistica agilità dello spettacolo. Nadine Sierra canta come un usignolo, ha timbro lucente, corde piene e una incredibile facilità sugli acuti. La sua voce corre in sala, magnetica. Ma ancor più la si ammira, perché non fa solo note, come di solito siamo abituati in tutte le scene di abitudinaria pazzia della “Lucia”: per lei il regista ha un regalo, che è una profonda (e non copiabile) intuizione musicale. Stante che ormai è assodata, obbligatoria, la scena accompagnata da Glass harmonika, quei bicchieri suonati in buca dagli specialisti Sascha e Sebastian Reckert sono gli stessi che lei sfiora sull’orlo, con le dita, stralunata dell’effetto vitreo, mentre in splendida camicia da notte, preziosa e candida, cammina sul tavolo. A piedi nudi, schivandoli, attenta a non farli cadere, mezzi pieni come sono ancora del vino lasciato dagli ospiti, presi da orrore per l’assassinio dello sposo nel mezzo della festa di nozze.
Il marito imposto, Arturo, qui con efficace intuizione presentato come più vecchio di lei, un panciuto e compiaciuto Francesco Marsiglia, è appena stato ucciso. Non con un “acciaio”, come previsto nel libretto di Cammarano, ma da una scheggia di specchio. Lucia lo ha infranto, rabbiosa. Era lo stesso specchio dove era solita guardare l’apparizione del fantasma della donna assassinata per gelosia. Ora quel sangue, che tante volte le aveva fatto paura, è diventato il vino che lei si rovescia addosso, mentre centellina l’infinita cadenza (non scritta e accorciabile). Il rosso denso macchia la camicia da notte, sangue di imeneo, di morte, di fantasia, di mente malata. Schizzi passano sulla scena, con effetto “pulp”: il piano del tavolo è ormai un lago rosso, eccolo, vero, quello della fontana descritta all’inizio nel libretto. I bicchieri volano rimbalzando a terra (non si rompono, non fanno rumore, non era quello l’effetto cercato) mentre la scena prende una valenza simbolica sacrificale, arcaica, conclusiva. Impressionante.
Il tavolo diventa il catafalco funebre. Lucia è morta lì, sul mobile di famiglia, sul luogo per eccellenza del desco, del raduno, della forza comune. Viene portata fuori, come un’eroina, come un trofeo, ma anche come una donna morta nei campi, sul legno a quattro gambe. Poco prima aveva gridato disperata il suo amore per Edgardo, con lui assente e immaginato nel delirio ovunque. E in quel rivolgersi al teatro, a noi, venendo avanti in proscenio, tutti in sala eravamo con lei. Generosa e smagliante Nadine Sierra, commovente e coi ritornelli difesi fino all’ultima nota Francesco Demuro, folle e scavato nella disperazione Markus Werba: insieme dicevano i tre elementi fondanti della vocalità di Donizetti. Mai sentita, in teatro, tanto compatta e definita nel carattere. Con il contorno importante, a cornice, del pastoso Simon Lin, sacerdotale e severo, di Marcello Nardis, tenore scuro, ideale per la figura del delatore Normanno, e di Francesco Marsiglia, tenore grottesco, drappeggiato con un mantello a scacchi, in panneggio da ricco di campagna. Un po’ esile l’ancella Alisa, Angela Nicoli, ancorché ottima scenicamente. Di buona mano, curato, incalzante, il podio di Riccardo Frizza, solido su orchestra e coro (di Claudio Marino Moretti) ma soprattutto in sintonia con la regia: il povero Arturo, ad esempio, quando entra in scena è annunciato da una figurazione scivolosa, come una trappola. E l’orchestra la centrava, nel disegno di qualcosa che cada, mentre sul palcoscenico il tenore traballava su una sedia (sempre i mobili!) vecchia e rotta. Esemplare.
Pare che questa “Lucia” resterà in repertorio alla Fenice, forse destinata a sostituire la “Traviata” dei record, oggettivamente usurata, da mandare onorevolmente in pensione. Per Donizetti, oggi le voci ci sono. E finalmente, con questo spettacolo, anche una importante, durevole, non convenzionale e intensa regia.

“Lucia di Lammermoor” di Donizetti; direttore Riccardo Frizza, regia di Francesco Micheli; Venezia, Teatro La Fenice, fino al 2 maggio