"Da Marte con amore": i racconti a puntate del giovane scrittore bergamasco - BergamoNews
La storia

“Da Marte con amore”: i racconti a puntate del giovane scrittore bergamasco

Inizia la sezione di BGY dedicata alla raccolta di racconti di Emanuele Mandruzzato, scrittore 20enne bergamasco, intitolata "Da Marte con amore". Iniziamo a pubblicare la prefazione dell'autore e il primo rapporto del protagonista marziano che atterrerà a Bergamo nel 2019. Buona lettura, seguite il proseguimento della storia

Prefazione dell’autore:

Mi chiamo Manuel Marazsky e sono un linguista statunitense che, circa un anno fa, è stato contattato dal governo per un progetto top secret. A lungo mi son chiesto se sia giusto o meno divulgare le mie scoperte alla massa, la quale è notoriamente labile ed impressionabile. Ma procediamo con calma, innanzitutto sarà meglio che io spieghi, approfonditamente, come sono entrato in possesso di queste informazioni.

Una volta arrivato nell’Area 51 il generale Shark mi mostrò una serie di lettere… Rimasi davvero colpito quando, dopo numerose ricerche, compresi che la lingua in cui erano state stilate non esiste. Furono necessari mesi di fatiche, ma finalmente riuscii ad analizzare il misterioso linguaggio, ciò fu possibile grazie ai punti di contatto che presentava con il ceppo delle lingue indoeuropee. Il lavoro si faceva sempre più entusiasmante, penso di aver provato quello che provano tutti gli esploratori quando scoprono una nuova civiltà.

Completata la traduzione… Rimasi sbalordito. Non si trattava di semplici lettere, bensì di rapporti militari fatti da un Marziano sbarcato sulla Terra. Come se non bastasse sembrava che quei documenti, vista la datazione fatta dal militare di Marte, provenissero dal futuro. Il generale Shark mi disse che mi stavo sbagliando e che non era possibile. Controllai un numero imprecisato di volte, ma non c’era niente da fare, quei documenti dovevano per forza provenire dal 2019. Perché qualcuno dovrebbe tornare indietro nel tempo per consegnarci quelle lettere? Non riuscivo a darmi pace… In linea teorica, se sono traducibili ora, possono essere tradotte anche tra 3 anni. Indagai sull’origine di quei rapporti militari marziani e scoprii che erano stati recuperati da uno scienziato della NASA, un certo Franz Cooper. Andai a trovarlo contravvenendo all’ordine, impartitomi dal generale Shark, di non lasciare l’Area 51.

Cooper mi spiegò che stava studiando un wormhole quando vide uscire da esso una capsula, dunque inviò una sonda a recuperarla e, all’interno, trovò i rapporti militari marziani ed una lettera che chiedeva, in inglese, di consegnare i documenti a Manuel Marzski (cioè me) in quanto, essendo morto io morto, nel futuro nessuno sarà in grado di tradurli. È raccapricciante scoprire di essere destinato a morire così presto, ma la cosa che mi ha fatto veramente imbufalire è che il generale Shark, fatta questa scoperta, ha deciso di distruggere la lettera nella speranza che io non venissi mai a sapere della mia sorte.

Non posso dimostrare le mie affermazioni, i documenti originali sono ancora nelle mani del governo che è ben deciso ad insabbiare tutto, quello che possiedo è una copia delle traduzioni. Solo chi legge i documenti tradotti può decidere se questa storia è solamente frutto della mia immaginazione, oppure se si tratta della pura e semplice verità. Che tu mi creda o no, questa è la storia di David Starbuk, agente segreto del 32o floken (quello che per noi corrisponde ad un plotone militare) dell’esercito marziano. David tra 2 anni s’insedierà sul nostro pianeta, precisamente in Italia, nella città di Bergamo.

Manuel Marazski, 10/04/2017

Primo rapporto

Oggi è il 31 gennaio e questo è il mio primo rapporto riguardante il pianeta terra.

Eravamo tutti estremamente convinti che le informazioni raccolte su questo mondo fossero sufficienti, a malincuore devo rendere conto del fatto che ci siamo grossolanamente sbagliati. I miei  lunghi studi mi permettono d’interagire con gli umani, ma i loro comportamenti mi sono del tutto estranei. Spero che, con il passare del tempo, io sia in grado di acquisire l’esperienza adatta per proseguire con maggiore serenità la missione. Questi primi 21 giorni non sono stati affatto inconcludenti, anzi, posso affermare, con un buon grado di certezza, d’aver scoperto una peculiarità di questa razza che era sfuggita alle nostre osservazioni.

Atterrai, come da programma, di notte con il kotomor (penso si riferisca ad una navicella spaziale, ma non m’azzardo a fare paragoni, in quanto la loro tecnologia deve essere profondamente diversa dalla nostra, dunque preferisco riportare una traduzione letterale*) in un campo di granturco. Mi trovavo a circa 5 chilometri dalla stazione centrale di Bergamo, luogo in cui avevamo deciso, io e l’equipe, che avrei iniziato il mio inserimento nella società umana. Dopo un lungo cammino, mi ritrovai di fronte ad una grande struttura, sulla cima della quale, stava un orologio che segnava le 6 del mattino. All’interno dell’edificio c’era un sottopassaggio, inizialmente pensai che gli umani avessero iniziato a colonizzare la parte interna del pianeta come noi, tuttavia ebbi modo di ricredermi. Uscii dalla stazione perché non sentivo la necessità di salire su un treno, quei mezzi non parevano nascondere nulla di nuovo, se non che sentii molti esseri umani lamentarsi del ritardo dei trasporti, ma non diedi loro molto peso.

Una volta fuori dall’edificio vidi dei ragazzi, dalla pelle piuttosto scura, raggruppati intorno alla piazza della stazione, sembrava che stessero aspettando qualcosa. Degli uomini vestiti di blu richiamarono la loro attenzione e questi si avvicinarono ad un grande autobus verdognolo. “Gli esseri umani tendono a formare branchi per darsi man forte nel combattere le avversità”; così recita il manuale di sociologia terrestre nr. 42, quindi, mi diressi anche io verso il pullman. Gli uomini dalla pelle scura si misero in coda per salire e così feci io. Uno di quelli vestiti di blu e dalla pelle più chiara stava sulla porta e contava i passeggeri. Quando giunse il mio momento di salire venni fermato dalla mano del Terrestre, il quale aveva sulla giacca una targhetta con scritto: “polizia”. A questo punto s’avviò il mio primo colloquio con un abitante di questo pianeta:

“Siamo pieni, chi sei tu?”

“Buongiorno signor Polizia, mi chiamo David Starbuk.”

L’uomo mi guardò con aria sbigottita e aggrottò le sopracciglia, “senti, non mi prendere per il culo, non mi chiamo Polizia, io faccio parte della polizia… Capisci quello che dico?”

Purtroppo dalle mie informazioni risulta che, solitamente, i Terrestri affiggono sul petto una targhetta con il loro nome, evidentemente non funziona sempre così, oppure la mia informazione è completamente errata.

“Sì, capisco quello che dice. La prego di accettare le mie scuse se l’ho, involontariamente, offesa.”

L’umano si rilassò ed iniziò a scrutarmi con lo sguardo, come se con i suoi occhi potesse leggermi l’anima. Devo ammettere che ero piuttosto intimorito.

“Di’, dove sei passato per impolverarti in questo modo? Sei tutto ingrigito! E poi che cos’è quello specchio sulla fronte?”

I nostri calcoli sono stati troppo approssimativi, dovevamo capire che i Terrestri danno molto peso all’aspetto esteriore di chi si trovano di fronte. Anche se noi siamo esteticamente molto simili a loro, l’umano vestito di blu, che solo dopo ho capito essere un tutore dell’ordine, apparve insospettito dal colore della mia pelle e dal mio okrat (traduzione letterale, si riferisce a quello che il poliziotto ha chiamato specchio*).

“Oh, questo è un dispositivo… Gps, e… Sì, effettivamente ho un gran bisogno di una doccia.”

“Da dove vieni?”

In quel momento pensai di essere stato scoperto, ma cercai di mantenere la calma, dopotutto il poliziotto aveva esposto la domanda con naturalezza, non sembrava che sapesse di trovarsi di fronte ad un Falcon (traduzione letterale*).

“Da dove vengono loro” Dissi questo indicando gli uomini all’interno dell’autobus.

Il Terrestre storse un po’ il naso ed andò a parlare con il suo collega che stava in macchina. Anche sulla vettura stava scritto polizia, quando la vidi capii d’aver commesso un grave errore di valutazione, nessun umano scrive il proprio nome sulla carrozzeria dell’automobile.

Il poliziotto tornò e mi disse che potevo salire, ma mi sarebbe toccato restare in piedi perché tutti i posti erano occupati.

Salii ed andai nella parte posteriore del veicolo, c’era un gran vociare all’interno e gli umani sembravano piuttosto allegri. Il viaggio non fu lungo, dalla stazione ci dirigemmo lungo un grande viale e da quello giungemmo, poi, in via Gleno. I passeggeri non sembravano originari del posto, continuavano a guardare attraverso i finestrini e ad indicare quello che vedevano lungo la strada con aria stupefatta. Io mi avvicinai ad uno di quelli, aveva i capelli bianchi, così come la barba poco curata.

“Scusi, mi sa dire dove stiamo andando?”

Quello si girò e mi mise a disagio con una semplice occhiata, “in un centro d’accoglienza, dove diavolo vuoi che ci portino?”

“Cosa è un centro d’accoglienza?”

“Pff…” L’uomo rise debolmente e poi mi rispose: “Un centro d’accoglienza è un posto dove stivano noi immigrati in attesa di una collocazione migliore. Da dove vieni tu?”

Quella domanda iniziava a perseguitarmi ed io, ovviamente, non avevo una risposta adeguata, “ha importanza?”

“Eccome se ce l’ha,” il Terrestre esordì con un sorriso amaro, “è l’unica cosa che conta.”

“Be’ diciamo che vengo da questo pianeta..”

L’uomo mi sorrise e continuò: “Bah, lascia stare, faccio prima a dirti di dove sono io: vengo dalla Libia, in Nord Africa, precisamente dalla capitale: Tripoli.”

“Parli veramente bene l’italiano, sai, io ho dovuto studiare a lungo questa lingua per farla mia.”

“Be’, oramai è da 3 anni che vengo sbattuto di città in città…”

“Non hai un lavoro?”

“Se ce l’avessi non starei su questo autobus, ma non è facile trovare un impiego per un vecchio negro come me.”

Riuscivo a comprendere i ragionamenti degli umani fino ad un certo punto, poi alcune loro frasi mi lasciavano allibito e perdevo totalmente il filo del discorso. Ora, invece, m’è tutto più chiaro, dovete sapere che i Terrestri non fanno parte di un’unica razza ma sono divisi nelle seguenti razze: caucasoide, mongoloide, amerindioide, congoide e australoide… E, come se non bastasse, all’interno di questi gruppi esistono diversi sottogruppi. Questa suddivisione ha portato a generare comportamenti xenofobi di alcune razze verso le altre, anzi, diciamo che qualunque razza su questo pianeta porta con sé un bagaglio piuttosto cospicuo di stereotipi.

Arrivammo di fronte ad un grande edificio che, solo dopo, scoprii essere un ricovero per anziani. Un poliziotto ci contava mentre scendevamo, l’altro ci radunava di fronte al cancello dell’edificio; una volta riuniti tutti ci disse: “Ora verrete collocati in una stanza di questa casa di riposo, sappiate che, se vi comporterete bene, non avrete problemi con me ed il mio collega; in caso contrario le carceri sono dall’altra parte della strada, dunque… A voi la scelta.”

Io ero rimasto accanto all’uomo anziano, lo guardavo cercando di capire a cosa stesse pensando, ma si vedeva che era avvezzo a questo tipo di situazioni e non s’era affatto preoccupato delle minacce fatte dal poliziotto. Venimmo introdotti nella struttura e condotti nelle rispettive camere, io mi ritrovai in stanza con il vecchio ed un giovanotto sui trent’anni dalla pelle, anche lui, scura.

“Where are you from?” chiese il ragazzo al vecchio, ma quello scosse la testa e disse che non capiva, allora io mi intromisi: “Ti ha chiesto da dove vieni…”

“Tripoli.”

Il ragazzo mostrò i suoi denti bianchissimi e disse: “I come from Liberia”, dopodiché si getto su uno dei tre letti. Io me ne stavo seduto con la schiena appoggiata al muro, mi stavo piuttosto annoiando, non c’era nulla da fare, ma i miei compagni di camera non sembravano preoccuparsi di questo.

Trascorsero alcune ore nella totale quiete, un’infermiera, piuttosto brutta (aveva un fisico snello e delle enormi protuberanze sul petto, il giovane la fissò con insistenza) portò il pranzo. Verso le sei di sera udii delle voci provenienti dal cortile della casa di riposo, così mi affacciai alla finestra per vedere cosa stava succedendo. Mi sentivo piuttosto eccitato, effettivamente non vedevo l’ora che succedesse qualcosa d’entusiasmante. Un gruppo di circa trenta uomini, vestiti di verde, urlava e sventolava bandiere bianche e verdi. Quello che sembrava capeggiare il gruppo parlava attraverso un megafono: “NON NE POSSIAMO Più! FERMIAMO L’IMMIGRAZIONE, OGGI 35 IMMIGRATI, CHE PRENDONO 35 EURO AL GIORNO, HANNO OCCUPATO 35 POSTI LETTO CHE SAREBBERO POTUTI ESSERE DESTINATI A 35 DEI NOSTRI ANZIANI!”

Mi misi, inevitabilmente, a ridere, “questo è quello che chiamate comicità vero?” Pensai io a voce alta. Quando mi girai mi resi conto che l’anziano ed il ragazzo mi stavano guardando male.

“Ma quale comicità? Quelli vogliono prenderci a bastonate!” Rimasi piuttosto sorpreso di fronte a quell’affermazione, “ma non abbiamo fatto niente di male, ce ne siamo stati semplicemente con il culo a terra per tutto il giorno!”

“Già”

“STOP INVASIONE!” Questo coro echeggiava nella nostra camera.

“Aspettate un momento, i poliziotti hanno detto che, se ci fossimo comportati bene, ci avrebbero difeso.”

“Certo, ma loro hanno il diritto di manifestare… Se guardi bene, verso l’ingresso, ci sono le due guardie che fumano e se la ridono… Sono fermi lì da questa mattina.”

Mi gettai sul letto e provai a riflettere, ma facevo fatica a trovare della logica in tutto quello che stava succedendo.

“Ci sarà un buon motivo se ci vogliono prendere a bastonate…”

“Be’, a dire il vero, loro credono che noi siamo delinquenti.”

“Ed è vero?”

“Certo, alcuni di noi lo sono… Alcuni di noi sono cattivi.”

“E loro?”

“Sì, anche alcuni di loro sono cattivi. Loro ci odiano, credono che tutti i loro problemi derivino dalla nostra presenza nel loro stato. Pensano che se noi morissimo così, tutti d’un colpo, i loro problemi si risolverebbero.”

“Cosa intendi per odio?” Ai tempi purtroppo non conoscevo questo sentimento umano.

“Sei sicuro di venire da questo pianeta?” Dopo un breve silenzio imbarazzante il vecchio rise e continuò: “L’odio è un sentimento che porta a disprezzare una o più persone, molto spesso è ingiustificato o ti viene inculcato in testa da qualcun altro.”

“Ci dev’essere un modo per fermare l’odio.”

“Sfogarlo.”

“E come lo si sfoga?”

“Con il sangue…” Il vecchio si appoggiò alla parete e si lasciò scivolare a terra accendendosi una sigaretta.

“E va bene!” Mi avvicinai con passi lunghi e ben distesi al giovanotto che stava ancora steso sul letto, lo afferrai per il colletto e lo scaraventai fuori dalla finestra, proprio verso la folla bellicosa che lo voleva prendere a bastonate.

“MA CHE DIAVOLO FAI?”

“Ho dato loro il sangue che volevano, ora non ci sarà più odio.”

“Certo, ora ti arresteranno brutto figlio di puttana, ora arriveranno le televisioni e diranno che noi negri ci lanciamo fuori dalla finestra l’un l’altro, maledetto bastardo, adesso ti ammazzo!” L’anziano si lanciò verso di me, ma lo schivai e lui cadde di nuovo a terra. Avevo fatto quello che mi aveva detto, avevo dato loro il sangue, ma così facendo divenni io il bersaglio dell’odio…. Divenni il bersaglio dell’odio del vecchio. Mi affacciai alla finestra e vidi il corpo del ragazzo sfracellato di fronte alla folla verde che non aveva smesso di urlare, ma aveva cambiato coro: “NON VOGLIAMO ANIMALI CHE SI SCANNANO TRA LORO NELLA NOSTRA CITTà! FUORI DAL GLENO!”

Alcuni di loro, presi dalla foga, finirono per calpestare il volto del cadavere, sembrava avessero cambiato improvvisamente atteggiamento e fossero diventati protettivi verso quel poveretto che s’era fatto un volo di due piani, ma era solo un’opaca illusione. Improvvisamente percepii dei colpi sordi alla porta, gli altri ospiti stavano cercando di sfondarla. Gli uomini che cercavano d’entrare urlavano come bestie imbufalite, ma non mi spaventarono perché, come ebbi modo di constatare, gli umani sono deboli e lenti. Aprii la porta, due Terrestri si fiondarono all’interno, così io li colpii con paio di diretti ed, essendosi formato un varco, mi lanciai nel corridoio e presi a correre. Alcuni esseri umani appartenenti a quella massa in subbuglio m’inseguirono, altri entrarono nella stanza… Il vecchio lanciò delle urla strazianti, ad oggi non so che fine abbia fatto, forse l’hanno ucciso preda com’erano della foga. Entrai in una camera con all’interno due vecchietti dalla pelle chiara, respiravano lentamente e non si curarono del mio ingresso improvviso… Parevano disinteressati rispetto a tutto quello che li circondava, si limitavano a fissare uno schermo luminoso. Uscii dalla finestra e m’arrampicai sul tetto. Ovviamente richiamai il kotomor con il telecomando, ma, improvvisamente, tra la moltitudine di pannelli solari che spuntavano qua e là, vidi due uomini in giacca e cravatta. Se ne stavano fermi ad una quindicina di metri da me, indossavano degli occhiali da sole talmente scuri che non riuscii a capire se mi stessero osservando, ma la sensazione fu quella. Ogni tanto premevano con un dito sull’orecchio e parlavano attraverso un auricolare. Il kotomor ci avrebbe messo circa un minuto ad arrivare, stavo semplicemente sperando che non avessero intenti bellicosi come le due folle che avevo precedentemente incontrato, quand’ecco che estraggono un paio di fucili ed incominciano a spararmi addosso. Non mi colpirono, così corsi dietro ad un pannello per ripararmi. Purtroppo ero troppo lontano per difendermi, ma riuscii a lanciare uno sguardo e vidi che stavano avanzando lentamente. Quando furono a pochi metri da me arrivò il kotomor e riuscii a fuggire senza ingaggiare una lotta inutile. Non ho idea di chi fossero, o cosa volessero, ma le loro intenzioni non erano certo benevole.

Ho riflettuto a lungo, a proposito della missione, in questi ultimi giorni e devo dire che, molte volte, ho pensato che fosse meglio abbandonarla. Gli esseri umani non sono come me li aspettavo, sono ingestibili ed imprevedibili. Ma la mia decisione finale è tutt’altra, resterò per l’intero l’anno e porterò a termine la mia ricerca, anche se pericolosa. Devo ammettere che, in un certo senso, i Terrestri sono affascinanti e non è facile osservarli con distacco come dovrebbe fare uno scienziato, ti trascinano nelle loro follie sentimentali fino a farti annegare nelle stesse. Concludo il rapporto con questa considerazione: penso che l’odio sia un fattore determinante nell’esistenza degli esseri umani, come si può constatare dal mio racconto, ma la mia ulteriore ipotesi è che l’odio sia il motore della loro società, sia il motivo per il quale i Terrestri fanno quello che fanno tutti i giorni.

David Starbuk, 31 gennaio 2019

Copertina a cura di Francesco Zarbà

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