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La recensione

“Quello che non ho”: Marcorè, De Andrè, Pasolini e la nuova preistoria

Lo spettacolo che ha chiuso la stagione di prosa del teatro Donizetti è quello di un uomo solo: un sopravvissuto, al di sopra della spaccatura tra «sudditi» di De Andrè e poteri del «nuovo fascismo» di Pasolini

Uno spettacolo che sembrerebbe non offrire soluzioni. Neri «che ti porta via, che porta via la via», Neri «che picchia forte, che butta giù le porte», Neri Marcorè che cattura e colpisce il pubblico con una voce identica a quella di Fabrizio de Andrè. Sarà la bravura intrecciata all’ironia spietata, alla ricerca della goccia di splendore del cantautore genovese, alla poesia «che vola alto, capace di osservare tutto lo scheletro» di Pierpaolo Pasolini.

Sarebbe un errore vedere sul palco del teatro Donizetti di Bergamo  soltanto un attore, seppur del calibro di Marcorè, perché quasi certamente in “Quello che non ho” era sua intenzione disseppellire i due poeti e le loro parole. E se ancora oggi le denunce di quarant’anni fa di Pasolini risuonano vere, significa che nulla è cambiato: così questo ritratto del mondo d’oggi diventa una spirale senza via d’uscita.

Si tratta di una vera contraddizione, quella alla base del nostro sistema economico, che «a partire dalle risorse finite del nostro pianeta pretende di alimentare una crescita infinita». Marcorè è diretto tanto quanto il “motore” di cui cantava de Andrè in Ottocento: «che ci porta avanti quasi tutti quanti/maschi femmine e cantanti/su un tappeto di contanti», ma, aggiunge l’attore, «verso il precipizio».

Marcorè parla dello sfruttamento nelle miniere, della prostituzione, dei bambini soldato e venduti come merce, «anche in Italia: un maschio a diecimila euro, ma una femmina, si sa, vale di meno e costa circa la metà». Parla dei rifiuti e del sesto continente: non quello recentemente scoperto sotto la Nuova Zelanda, bensì quello al largo delle Hawaii grande due volte e mezzo l’Italia e fatto interamente di plastica.

Persino i topi hanno una voce: raccontano la favola dell’«Uomo del Duemila», il racconto tragico della fine della nostra epoca dopo lo scioglimento dei poli. Alla fine resta solo uno: «un uomo con un felpone verde su un barcone che colpisce con un remo un rom che cerca di salire».

C’è solo un grande assente nello spettacolo: la collettività, che in attesa di «un passato che non torna» o di «un futuro che non arriva», si limita a votare contro qualunque cosa.

Lo spettacolo di Marcorè è quello di un uomo solo: un sopravvissuto, al di sopra della spaccatura tra «sudditi» e poteri del «nuovo fascismo» di Pasolini. E Marcorè interpreta l’unico sopravvissuto alla «nuova preistoria». Un uomo di silenzio, che non maledice se le luci della discoteca illuminano la campagna quando chiama i suoi figli a osservare un miracolo: in campagna sono tornate le lucciole, da tempo scomparse.

Certo, sarebbe meglio se i lampioni «facessero il favore di fulminarsi», ma non importa: non si perderebbe quello spettacolo per nulla al mondo. Pure i figli, «abituati agli effetti speciali», sono stupiti. Questa è la «goccia di splendore» che salva l’uomo, perché c’è bellezza nell’essere fragili.

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