“Quello che non ho”: dialogo contemporaneo tra Pierpaolo Pasolini e Fabrizio De Andrè
“Quello che non ho”, spettacolo teatrale scritto e diretto da Giorgio Gallione, ha ammaliato la platea del Teatro Donizetti. La nostra Francesca Lai, classe ’93, era tra il pubblico e ci racconta la rappresentazione e la capacità di Neri Marcoré nel far dialogare i grandi Pasolini e De Andrè.
Come sarebbe un incontro tra l’autore dei famosi Scritti Corsari e il grande Faber? Parlerebbero di poesia, dell’Italia del Dopoguerra o della classe politica ai vertici del potere? Possiamo immaginarli a discutere sui cambiamenti della società italiana, fortemente condizionata dalla crescita economica e dal progresso tecnologico degli anni ’60.
Probabilmente Fabrizio De Andrè canterebbe con voce di rassegnazione di come il boom economico, pur avendo appianato le divergenze tra ricchi e poveri dando vita alla classe media, non abbia avuto il modo di includere gli emarginati, uomini e donne costretti a rimanere nell’ombra che ancora fanno fatica a trovare un legittimo posto fra i consociati.
A questo punto una domanda sorge spontanea: cosa direbbero dell’Oggi, di un tempo così convulso e tanto diverso da quello che hanno vissuto? Non lo sapremo mai con esattezza, ma “Quello che non ho”, spettacolo teatrale scritto e diretto da Giorgio Gallione e liberamente ispirato all’opera di Pier Paolo Pasolini con musiche di De André, dimostra che entrambi avrebbero molto ancora di cui scrivere e cantare. In ciò sta la grandezza di Pasolini e Fabrizio De André: a 42 anni dalle morte dell’uno e a 18 da quella dell’altro, hanno il potere di essere attuali, contemporanei, nonché fonti di dibattito, riflessione e confronto.
Ruolo di mediatore in questo accesso dibattito è quello di Neri Marcorè, presenza costante e attiva sul palco del teatro Donizetti di Bergamo che ha ammaliato la platea da martedì 4 aprile a domenica 9. Investito della grande responsabilità di mobilitare gli animi e le coscienze degli spettatori, l’attore marchigiano ha saputo dar voce ai problemi che stanno mettendo a dura prova il nostro mondo con assoluta professionalità e sottile ironia. Dopo aver dato uno sguardo di consapevole critica a quello che lo sceneggiatore definisce come il “terzo dopoguerra italiano”, l’orizzonte si allarga sulle odierne questioni planetarie. Le guerre e la tragica realtà dei bambini soldato; l’inquinamento globale e l’incapacità (per non dire il fallimento) delle grandi potenze di trovarne una soluzione reale ed immediata; la paura del diverso e ciò che da essa consegue; le miniere di Coltan in Congo, ennesima triste conferma di un Occidente che non ha saputo fare molti passi avanti dalla tratta atlantica degli schiavi africani, un Occidente che pur facendosi garante e protettore dei diritti inviolabili dell’uomo, si sente legittimato a sfruttare indiscriminatamente le terre di altri popoli.
Il ruolo della musica nello spettacolo è ben lontano da quello di una semplice cornice di accompagnamento: è lo strumento indispensabile attraverso cui le parole arrivano nei cuori e nelle menti degli uditori. Grazie alla musica ogni singolo spettatore viene chiamato ad interrogarsi e a prendere coscienza del fatto che non si può più essere abitanti passivi di questa Terra, ma è tempo di agire e di percorre una via di reale cambiamento in direzione ostinata e contraria. Oggi più che mai non ci sono scuse per una vita passata ad osservare inermi lo scorrere del tempo, non è più accettabile stare pigramente seduti davanti alla tv nella propria casa e vivere allo stesso modo i giorni che si susseguono, proprio come l’uomo di cui canta De André in Canzone per l’estate.
Dobbiamo muovere i nostri passi verso la bellezza di un futuro in cui riusciremo di nuovo a volare, senza l’aiuto del mostro Tecnologia che sembra averci sopraffatto definitivamente.
Nonostante il cupo scenario prospettato, “Quello che non ho” si propone di regalare un messaggio di speranza, piccolo bagliore della nostra epoca. Con le battute finali, Neri Marcorè è riuscito a conquistarci smentendo la profezia di Pasolini che nega un possibile ritorno alla natura: nelle notti d’estate, in campagna, possiamo ritornare ad ammirare le lucciole. Certo, sarebbe meglio se non si sentissero i rumori di una discoteca poco distante e se le luci dei lampioni si spegnessero magicamente; ma non importa, le lucciole nella notte, piccole costellazioni nel buio dell’umanità, cominciano di nuovo a comparire.
È dunque arrivato il momento di riappropriarci di quel senso di umanità che ci contraddistingue in natura. Forse se ognuno di noi capisse che non è grande l’uomo potente, ma colui che ha il coraggio di fare della semplicità un paradigma di vita, riusciremmo a ritornare all’originaria bellezza. I terribili fatti pervenuti dalla Siria degli ultimi giorni ne sono una prova: diversamente dalle complesse logiche della politica internazionale, De Andrè avrebbe risposto recitando una “smisurata preghiera”, il modo più umano e coraggioso possibile con cui si dovrebbe rispondere all’uccisione barbara e crudele di molte persone.


