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Settimana Santa, ecco le tradizioni da non perdere

Cristian Acquaroli, classe 1995, studia Teologia e ci parla della Settimana Santa e di come prepararsi alla settimana più importante della vita cristiana.

Che cosa è la settima santa? Come prepararsi meglio ai sette giorni più importanti della vita cristiana?

La settimana santa è la settimana che, partendo dall’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme, ricorda gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù. La settimana centrale per l’esistenza cristiana e universale inizia con la Domenica “delle Palme” e termina con la Domenica “della Resurrezione”.

DOMENICA DELLE PALME. Si ricorda il solenne ingresso di Gesù a Gerusalemme. L’evangelista Matteo parla di una “folla numerosissima” e di “tutta la città in agitazione” per l’ingresso di Gesù nella Città Santa. Marco parla di “molti”, mentre Luca di “tutta la folla dei discepoli”. Chi ha ragione tra i tre sinottici? È bene osservare come, mantenendo la differenza testimoniale dei tre testi, la folla che aveva accompagnato Gesù fino a Gerusalemme era quella dei suoi discepoli e dei suoi amici. La gente di Gerusalemme non conosceva fino in fondo il suo ruolo, tant’è che in Matteo si sottolinea come: “Mentre egli (=Gesù) entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla (una parte dell’intera popolazione) rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Anche noi, in questa Domenica nella quale i paramenti liturgici si colorano di rosso, segno evidente del martirio che Gesù sta per incontrare, siamo invitati a ricordare quell’episodio, partecipando attivamente alla processione che accompagna Gesù per le vie della città di Gerusalemme e, attraverso rami di freschi ulivi, cantando l’inno di benedizione e di lode per il dono concessosi da Dio nel figlio amato. Nel lungo Vangelo della passione di Gesù letto nel corso della celebrazione eucaristica siamo chiamati anche ad inginocchiarci ai piedi della croce, luogo nel quale Dio mostra il suo vero volto, e ad interrogarci sulla nostra identità: siamo come Pilato che si disinteressa di Gesù? Siamo come il buon ladrone che prega e invoca il Paradiso al Nazareno? Chi siamo noi in quella scena della passione, che si conclude col sepolcro chiuso del Figlio di Dio?

Degna di nota è, all’interno del libro “Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”, la relazione che Benedetto XVI sottolinea tra la “Domenica delle Palme” di Gesù e quella celebrata dalla Chiesa primitiva (e contemporanea): «per la Chiesa nascente la “Domenica delle Palme” non era una cosa del passato. Come allora il Signore era entrato nella città santa cavalcando l’asinello, così la Chiesa lo vedeva arrivare sempre di nuovo sotto le apparenze umili del pane e del vino. La Chiesa saluta il Signore nella santa Eucarestia come Colui che viene ora, che è entrato in mezzo ad essa. E al contempo Lo saluta come Colui che rimane sempre il Veniente e ci prepara alla sua venuta. Come pellegrini andiamo verso di Lui; come pellegrino Egli ci viene incontro e ci coinvolge nella sua ascesa verso la croce e la risurrezione, verso la Gerusalemme definitiva che, nella comunione col suo Corpo, già si sta sviluppando in mezzo a questo mondo».

GIOVEDÌ SANTO. In questa giornata, dedicata al ricordo dell’Istituzione dell’Eucaristia e alla preziosità del sacramento dell’Ordine, siamo vicini a tutti i sacerdoti, chiamati a rendere presente Cristo nella liturgia eucaristica quotidiana. Gesù in questa giornata si intrattiene un’ultima volta con i suoi apostoli in maniera molto conviviale, si congeda da loro, dona in anticipo il proprio corpo e il proprio sangue per la Vita. Il tradimento di Giuda (appartenente fino a quel momento alla comunità dei discepoli che hanno abbandonato ogni cosa per seguire Gesù) segue il gesto bellissimo compiuto da Gesù nel corso della sua ultima cena da “uomo libero”: la lavanda dei piedi. Dopo questo gesto di estrema semplicità ed autorità, Gesù lascia il “nuovo comandamento” (Gv.13,34-35): «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Come non fare nostro l’invito di Gesù? Come non vedere in ogni gesto/atto d’amore la vera sequela del fedele? Dopo questo gesto, al termine della cena, Gesù esce nell’orto degli Ulivi per cantare gli Inni e per entrare in una relazione ancor più intima col Padre.
Nella notte tra il Giovedì e il Venerdì santo la Chiesa, esponendo in cappelle l’eucaristia, dopo la S.Messa in Coena Domini, prega ancora una volta davanti a Cristo, patisce l’intera storia umana col Cristo sofferente, sperimenta con lui le stesse sofferenza che duemila anni fa lo hanno condotto sul legno della croce per la salvezza dell’intera umanità.

VENERDÌ SANTO. Le chiese sono spoglie, prive di ornamenti floreali e di vario genere. Il silenzio diventa l’unico protagonista dei freddi muri. Il tabernacolo che solitamente custodisce gelosamente il Grande Sacramento è aperto in attesa della Pasqua. La preghiera del pomeriggio che ricorda la morte di Gesù inizia nel silenzio e nel colore liturgico rosso. La lettura del Vangelo della passione segue la lettura tratta dall’Antico Testamento (Is.53). Il bacio rivolto debitamente alla croce sulla quale è appeso il Cristo “Salvatore del mondo”, il canto lento e addolorato, la breve comunione eucaristica che avviene senza la celebrazione della S. Messa (si usano le particole già consacrate nei giorni precedenti), portano sempre la mente a concentrarsi sull’uomo crocefisso per le nostre iniquità.
Le varie vie crucis susseguitesi nei Venerdì quaresimali giungono al proprio completamento con quella del Venerdì santo che porta per le strade dei vari paesi il simulacro di Cristo deposto dalla croce. Alla televisione si può vedere la via crucis che papa Francesco presiederà al Colosseo, luogo nel quale molti cristiani delle origini hanno sperimentato il martirio.

La curiosità che riguarda la nostra terra bergamasca in questo giorno è legata alla sacra spina di San Giovanni Bianco. Quando il giorno dell’Annunciazione (25 marzo) cade di Venerdì santo, la spina (fatta risalire alla corona spinosa che Gesù aveva portato fino alla morte e che è giunta fino in terra bergamasca dopo un lungo tragitto) si colora di rosso vermiglio e “germoglia” nel corso della giornata.

SABATO SANTO. Le chiese continuano a rimanere spoglie fino al tramonto. La Parola definitiva di Dio rimane ancora per poco nel santo sepolcro. Non si celebrano liturgie e celebrazioni eucaristiche. Alla sera del Sabato c’è la Veglia pasquale, Madre di tutte le veglia e notte che ha avuto la preziosa occasione di vedere il trionfo di Gesù sul peccato e sulla morte. L’accensione del fuoco, la sua benedizione, la chiesa buia che si accende lentamente attraverso la flebile luce delle candele che i fedeli radunati tengono strette nelle proprie mani, la fiaccola della fede ereditata dai padri che si conferma nel presente, danno il via alla grande preghiera. Il canto dell’Exultet celebra il ritorno del Vivente. Le letture dell’Antico Testamento portano alla luce la storia della salvezza con tutte le grandi figure passate che, nel Cristo glorioso, trovano il proprio compimento e una salvezza inaspettata. L’Alleluia pasquale risuona, dopo il canto del Gloria e la lettura del brano tratto dal Nuovo Testamento, con le campane che annunciano al mondo l’evento tanto notturno quanto luminoso.

C’è una bellissima tradizione che, nonostante il passare degli anni e della sempre più presente secolarizzazione, non è venuta mai meno specialmente nelle case dei “piccoli” e dei semplici. Al suono delle campane che ricordano al mondo la resurrezione di Gesù la gente impossibilitata a recarsi alla solenne veglia pasquale (malati, bambini, lavoratori,…) si reca al lavandino della propria abitazione, fa scorrere l’acqua corrente e, toccandola, si segna col segno della croce gli occhi e benedice la casa, gli animali e tutte le cose che stanno più a cuore. Penso che sia superfluo indagare la ragione di una così semplice e commovente devozione popolare che, attraverso un po’ di acqua fresca e benedetta, cerca di far ritornare il fedele alla frescura del Risorto e a tutta la sua storia benedetta.

DOMENICA DI PASQUA. Tutta questa giornata è dedicata all’evento della Resurrezione. La festa della Luce spalanca la possibilità di una vita nuova a tutti coloro che si affidano alla bontà e alla tenerezza del Nazareno crocefisso per amore. La Chiesa, che alle ore 12 recita quotidianamente la preghiera mariana dell’Angelus, durante l’intero periodo pasquale recita e canta la preghiera del Regina Coeli. La tradizione vuole che una mattina di Pasqua il grande papa Gregorio I udì, a Roma, degli angeli cantare le prime tre righe di questa antifona mariana, alle quali aggiunse la quarta. Un’altra teoria afferma invece che l’autore sarebbe stato papa Gregorio V, anche se il componimento è da legarsi al X secolo.

Concludiamo questa sommaria presentazione della settimana santa con il messaggio Urbi et Orbi che lo scorso anno Papa Francesco ha rivolto, a conclusione delle celebrazioni mattutine nella solennità pasquale, alla città di Roma e al mondo in occasione della S.Pasqua:
«Gesù Cristo, incarnazione della misericordia di Dio, per amore è morto sulla croce e per amore è risorto. Per questo oggi proclamiamo: Gesù è il Signore! La sua Risurrezione realizza pienamente la profezia del Salmo: la misericordia di Dio è eterna, il suo amore è per sempre, non muore mai. Possiamo confidare totalmente in Lui, e gli rendiamo grazie perché per noi è disceso fino in fondo all’abisso. Di fronte alle voragini spirituali e morali dell’umanità, di fronte ai vuoti che si aprono nei cuori e che provocano odio e morte, solo un’infinita misericordia può darci salvezza. Solo Dio può riempire col suo amore questi vuoti, questi abissi, e permetterci di non sprofondare ma di continuare a camminare insieme verso la Terra della libertà e della vita. L’annuncio gioioso della Pasqua: Gesù, il crocifisso, non è qui, è risorto (cfr Mt 28,5-6) ci offre la consolante certezza che l’abisso della morte è stato varcato e, con esso, sono stati sconfitti il lutto, il lamento e l’affanno (cfr Ap 21,4). Il Signore, che ha patito l’abbandono dei suoi discepoli, il peso di una ingiusta condanna e la vergogna di una morte infame, ci rende ora partecipi della sua vita immortale e ci dona il suo sguardo di tenerezza e di compassione verso gli affamati e gli assetati, i forestieri e i carcerati, gli emarginati e gli scartati, le vittime del sopruso e della violenza».

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